Con la risoluzione n. 121/E del 2 aprile 2008, è stato istituito il codice tributo
2836, per consentire il versamento, tramite F24-Accise, dell’accisa sull’energia elettrica,
di cui al decreto legislativo 26 ottobre 1995, n. 504, consumata nel territorio della
Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia. Tenuto conto delle modifiche apportate
all’articolo 6 del decreto del Ministero dell’economia e delle finanze 17 ottobre 2008,
l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, con nota prot. n. 20366 del 16 febbraio 2015, ha
chiesto la soppressione del suddetto codice tributo, denominato come di seguito:
“2836” denominato “Accisa sull’energia elettrica consumata nel territorio
della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia”.
Si precisa che l’efficacia operativa della soppressione di tale codice tributo decorre
dal quinto giorno lavorativo successivo alla data di pubblicazione della presente
risoluzione.
Gruppo Catapano Ope osservatorio Parlamentare Europeo
Catapano Giuseppe: Libia, Onu lancia blocco navale. Frontex sblocca la chiacchiera panico
Bernardino Leon, l’inviato dell’Onu a cercare una soluzione diplomatica per lo sfascio libico (l’uomo che tratta per le Nazioni Unite con le fazioni/milizie in guerra la impervia possibilità di un governo di unità nazionale) ha detto al Corriere della Sera:
“Sì, sono favorevole ad un blocco navale delle coste della Libia. In questo momento è l’unica cosa che si possa fare concretamente. Ce n’è bisogno”.
Da qualche giorno sono in navigazione verso le acque della Libia le navi di una task flotta della Marina militare italiana, con tanto di reparti di pronto intervento a bordo. E soprattutto con la missione implicita di costituire i primi anelli della catena di un possibile blocco navale appunto. La missione esplicita è quella di proteggere installazioni petrolifere al largo della Libia.
Qualche giorno prima ancora, sulla base di notizie di stampa e di una non certo complessa analisi del possibile e del doveroso da farsi in Libia, per la Libia e per l’Italia e l’Europa anche Blitz nel suo piccolo aveva individuato nel blocco navale una concreta e praticabile operazione per la sicurezza. Blocco navale, cioè blocco del contrabbando di petrolio con cui si finanziano le milizie (quella dell’Isis compresa). Blocco del contrabbando di armi. E blocco o almeno drastica riduzione di gommoni e barconi stipati di umani-merce per mano dei trafficanti di uomini in fuga.
Blocco navale che costerebbe a chi lo dovesse mettere in atto (Italia in prima fila ma non da sola) qualche denaro e qualche rischio (già in un’occasione non meglio precisati scafisti armati hanno sparato contro una motovedetta della Guardia di Costiera). Qualche soldo ma nulla rispetto ai vantaggi anche monetari oltre che civili e umanitari (meno morti in Libia, più garanzie dei nostri rifornimenti energetici, meno migranti affogati in mare e meno migranti sbarcati in Italia). Qualche rischio di conflitti a fuoco, ma nulla di neanche lontanamente assimilabile ad una spedizione militare italiana in Libia, questa sì discretamente avventurosa.
Blocco navale, qualcosa di concreto, fattibile e utile che la voce dell’Onu lancia. Si applica diversamente Frontex. Il suo direttore esecutivo, Fabrice Leggeri, è stato diciamo così…leggero nel contare e parlare. Frontex-Leggeri ha sbloccato la fantasia. “Da mezzo milione a un milione di persone pronte a imbarcarsi verso l’Europa”. Ora questa quantità di persone “pronta” significano materialmente 600 campi di calcio fitti fitti di uomini, donne e bambini stretti stretti ad aspettare l’imbarco, l’uno appoggiato all’altro in uno spazio minimo di tre metri quadri a persona.
Seicento campi profughi ad altissima densità, se ci sono da qualche parte in Libia si vedono, qualunque satellite li vede ma basta molto meno di un satellite per vedere 600 campi. E se c’è tutta quella gente “pronta a imbarcarsi”, devono esserci, aritmetica alla mano, anche circa tremila gommoni alla fonda da qualche parte. Tremila gommoni e seicento campi. Se Frontex li ha visti non dovrebbe avere difficoltà a documentarli e soprattutto possibile che solo Frontex li abbia visti? Tremila gommoni e seicento campi sono un’enormità.
Se invece Frontex-Leggeri non li ha proprio visti ma li ha dedotti, stimati, immaginati, prospettati…allora Frontex-Leggeri sia pure con le migliori intenzioni del mondo ha tolto il blocco, del tutto sbloccato la fantasia, l’immaginazione. E il conseguente panico da invasione. Insomma un blocco navale da fare e un blocco alla chiacchiera da raccomandare.
Giuseppe Catapano scrive: Frane e alluvioni: soldi ci sono, mancano progetti. Stop 9 opere su 10
Dopo 70 anni di frane e alluvioni con 2458 comuni colpiti, 5455 morti, 98 dispersi e 752mila famiglie sfollate, finalmente ci sono i soldi per mettere in sicurezza il territorio, ma mancano i progetti. Il governo ha infatti messo a disposizione nove miliardi da spendere nei prossimi 7 anni ma nel 90% non vi è uno straccio di studio geologico o calcolo ingegneristico da mettere in pratica. Scrive Giuseppe Salvaggiulo sul quotidiano la Stampa che da domani potrebbero partire oltre 7000 cantieri ma nella gran parte dei casi se ne riparlerà invece tra almeno 5 anni: il tempo che in media ci vuole per approvare il progetto esecutivo di un’opera pubblica.
Il fatto è questo: per 30 anni si è parlato di un piano nazionale sul dissesto idrogeologico che non è mai esistito. Per Erasmo D’Angelis, a capo della task force sul dissesto idrogeologico insediata a Palazzo Chigi da 8 mesi, abbiamo buttato almeno 30 anni a non fare assolutamente niente. Scrive Salvaggiulo:
“Tutti quelli strombazzati negli anni scorsi erano collage di vaghe stime senza fondamento scientifico: servirebbero 65 miliardi, anzi 50, no forse 40…
«In gran parte solo titoli, al massimo generici studi di fattibilità – dice D’Angelis – in un giochino a chi la sparava più grossa». Ma nessuno aveva mai redatto un elenco dettagliato di opere con i costi.
Ora un conteggio preciso c’è: le opere necessarie sono 7100 e costano 21,5 miliardi.
Come funziona? I soldi arrivano solo quando l’opera e pronta per partire e il problema è proprio questo, su 7.100 opere, ben 6.300 non hanno un progetto esecutivo. Il ché significa che ogni volta che il maltempo ha portato devastazione e morte, gli amministratori locali si sono affrettati a fare la conta dei danni per andare a battere cassa ma senza mai mettere a punto un vero piano di intervento da finanziare.
Secondo gli ultimi dati di Legambiente ci sono oltre 6 milioni di italiani che vivono in aree a rischio idrogeologico, persone che potrebbero essere le vittime del futuro se non si accelera sulle procedure per l’approvazione dei progetti esecutivi.
Catapano Giuseppe osserva: Grecia minaccia Ue: “Se ci mollate vi affoghiamo di profughi e jihadisti”
La Grecia minaccia l’Unione Europea: “Se ci mollate vi affoghiamo di profughi e jihadisti”. Parole che arrivano in una giornata già tesa tra Ue e Grecia da parte del ministro della Difesa Panos Kammenos. E sono parole che rischiano di mettere la pietra tombale su una riunione dell’Eurogruppo, quella di lunedì pomeriggio, su cui le speranze di riuscita sono già al lumicino.
La Grecia, dopo il no europeo al piano, al momento è senza aiuti. E Kammenos, il populista di destra, l’alleato “eterodosso” di Alexis Tsipras punta la Ue con quello che non è un semplice attacco politico, è una vera e propria minaccia.
“Se l’Europa ci abbandona nella crisi, la sommergeremo di migranti, e tanto peggio per Berlino se in mezzo a quella marea umana di milioni di profughi economici si mescoleranno anche jihadisti dello Stato islamico”.
Per Kammenos è una pura e semplice difesa. Perché, spiega,
“Se ci dànno un colpo, noi risponderemo dando un colpo a loro. Se ci lasciano cadere, allora distribuiremo ai migranti venuti da ovunque documenti validi per circolare nell’Europa delle frontiere aperte di Schengen (di cui la Grecia fa parte, ndr) e così quella marea umana potrà andare senza problemi a Berlino”.
Parole inquietanti perché arrivano dal ministro di uno dei paesi fondamentali, insieme all’Italia, nella gestione della questione migranti. Kammenos però rincara la dose:
“Non sarà poi affar nostro se l’Europa, una volta che abbia adottato una posizione intransigente contro la Grecia sulla questione del debito, si troverà ad affrontare una eventuale realtà spiacevole, cioè il fatto che alla marea umana di milioni di migranti extracomunitari che si rovescerà su Berlino si possano mescolare terroristi dell’Isis”.
Il tutto arriva in un giorno già nero con l’accordo tra Grecia e Europa che sembra lontanissimo e con le Borse in rosso nonostante proprio oggi sia formalmente partito il Quantitative easing, ovvero il piano straordinario della Bce che prevede un massiccio acquisto di titoli di Stato.
Giuseppe Catapano informa: CHE SISTEMA POLITICO È QUELLO IN CUI IL DECISONISTA RENZI DIALOGA CON GRILLO?
Chi si accontenta (non) gode. Fateci caso: coloro che oggi s’accalorano per qualunque annuncio di riforma, specie se di natura costituzionale, prescindendo completamente tanto dalla bontà dei contenuti quanto dalla effettiva realizzabilità, o che salutano con enfasi le presunte aperture di dialogo di una forza necessariamente autoreferenziale come il movimento 5 stelle e di un leader esclusivamente dedito al dileggio come Grillo, sono gli stessi che ieri s’accontentavano del bipolarismo armato, definendolo pudicamente “imperfetto”, pur di poter affermare che finalmente era arrivata la tanto agognata alternanza di governo. Ieri come oggi, costoro sbagliano di grosso. Certo, è vero, siamo di fronte a ritardi mostruosi nell’evoluzione del Paese e delle sue istituzioni, così come lo eravamo all’inizio degli anni Novanta quando la Prima Repubblica si fece decapitare. Ma così come ai guasti di allora non fu opportuno – e il senno di poi ce lo conferma pienamente, ahinoi – replicare adottando un modello di sistema politico non funzionale all’Italia, e per di più difettoso, così oggi non è accettabile che si applichi lo schema “purché qualcosa cambi” e si accetti qualunque cosa a scatola chiusa. Lo abbiamo già detto e lo ribadiamo: è molto importante ridurre le disfunzioni del sistema parlamentare, a cominciare dal bicameralismo, ma se la riforma del Senato che in teoria dovrebbe metterci rimedio è sbagliata, fino al punto di rischiare seriamente di peggiorare le cose, perché dovremmo essere contenti di vederla andare in porto? Per il solo fatto che così “finalmente cambia qualcosa”? Eppure il nostro amico Angelo Panebianco, così come ieri plaudiva al bipolarismo “purchessia”, oggi scrive sul Corriere della Sera che “si può pensare tutto il male possibile” delle riforme di Renzi “ma gli va comunque dato atto del fatto che sta cercando di sconfiggere il conservatorismo costituzionale”. Come pure, aggiunge sempre Panebianco, “si possono anche fare le bucce al jobs act ma si deve riconoscere che lo scontro tra Renzi da un lato e la Cgil e la sinistra del Pd dall’altro non è una pantomima, è un conflitto vero”. Mentre secondo noi in questo caso la valutazione da fare è diversa: bene la legge nel suo complesso, male alcuni contenuti, falso che sia in grado da sola di riassorbire in modo significativo la disoccupazione e, tantomeno, che inneschi crescita economica. Possibile che non si possa mai entrare nel merito delle cose?
E certamente non entra nel merito chi, come Aldo Cazzullo sempre sul Corriere, guarda con compiacimento al fatto che i pentastellati si sono finalmente resi disponibili a parlare con il prossimo. Sai che vantaggio! Ma quale contributo potranno mai dare parlamentari – compresi i transfughi, che non sono diventati migliori per il solo fatto di aver mollato la ditta Grillo & Casaleggio – che sono stati selezionati ed eletti intorno a parole d’ordine come (chiediamo scusa) “vaffanculo”? Se nel dna politico grillino non c’è altro che il populismo, che cosa immaginiamo possa sortire da un dialogo tra loro e il Pd? Si dice: ma così si ascolta quel quarto di elettori votanti che, arrabbiati, hanno trovato nei 5 stelle una valvola di sfogo alla loro sfiducia. Già Bersani fece questo macroscopico errore politico, pagandone un prezzo altissimo, non si capisce perché ora ci si dovrebbe ricascare. Stessa cosa sul fronte opposto: se i moderati e i centristi si faranno prendere dal desiderio di salire sul carro vincente di Salvini, per il solo fatto che il suo linguaggio truculento crea consenso crescente, non avranno più alcuna credibilità come forze di governo e faranno così un pessimo affare.
Tutto questo, però, segnala che oggi come ieri, a distanza di più di vent’anni dalla fine della Prima Repubblica, la politica italiana non ha ancora trovato un equilibrio stabile e una modalità che renda efficace le istituzioni attraverso cui si esprime. Non sono bastati il lungo declino e la drammatica fase recessiva a indurre il sistema politico ad autoregolarsi e rinnovarsi. Abbiamo abbracciato il bipolarismo come un’ideologia, idolatrandolo, per poi scoprire (tardi) che non funzionava e faceva per noi. Siamo entrati in una stagione (necessaria) di larghe intese e subito abbiamo bruciato due governi e un turno elettorale. Ora con Renzi asso pigliatutto stiamo cercando un assetto durevole, ma saltabecchiamo dal patto del Nazareno (necessario ma limitativo e non prorogabile all’infinito) al tutti contro tutti, specie dentro il partito pigliatutto, con improbabili dialoghi con opposizioni sterili. Nel frattempo i ministri e il consiglio dei ministri non esistono più, nel senso che il potere decisionale è letteralmente azzerato, le funzioni fondamentali vengono sempre più accentrate a palazzo Chigi (il che in sé non è un male, anzi) ma la macchina burocratica del governo non ha le risorse, le persone e le competenze per svolgere ruoli supplettivi di ministeri decisivi, come per esempio l’Economia.
Il decisionismo di Renzi, dopo tanto non- governo, è sicuramente un fattore positivo. Ma il dinamismo non può essere fine a se stesso, così come il merito dei provvedimenti che si prendono (o vogliono prendere) non è indifferente. Ma, soprattutto, è un errore fatale pensare di poter prescindere dalla ridefinizione del sistema politico, e delle regole che lo governano, e dalla preventiva ristrutturazione della macchina amministrativa di palazzo Chigi e dei ministeri. Da Renzi attendiamo parole precise su queste che sono le pre-condizioni per il funzionamento reale del suo come di qualunque altro governo della Repubblica.
Giuseppe Catapano informa: NEL RIMBORSO IVA IL CONTRIBUENTE DIVIENE ATTORE SOSTANZIALE MA DEVE PROVARE IL PROPRIO CREDITO
Una Cooperativa cessava la propria attività e chiedeva il rimborso di un credito Iva nei confronti dell’Erario. L’Ufficio territoriale negava il rimborso, assumendo che non vi era stato l’esercizio dell’impresa. La CTP riconosceva la validità del rimborso ed annullava il diniego. Appellava la sentenza l’Agenzia che risultava ulteriormente soccombente. Propone ricorso per la cassazione della sentenza l’A. delle E. La Cassazione accoglie il ricorso cassa l’impugnata sentenza e, decidendo nel merito, rigetta il ricorso originariamente proposto dalla società contribuente avverso il diniego di rimborso. La decisone scaturisce dalle considerazioni che seguono. La Suprema Corte premette che a seguito della richiesta di rimborso della società, l’ufficio aveva già posto in dubbio la legittimità del credito Iva a causa della protratta inattività negli anni precedenti e seguita dalla cessazione della suddetta. Di conseguenza l’onere probatorio incombente sul contribuente non può, certamente, essere adempiuto con la mera esposizione della propria pretesa restitutoria nella dichiarazione presentata in relazione all’Iva, come è accaduto nel caso concreto, giacché il credito fiscale non nasce da questa, bensì dal meccanismo naturale di applicazione del tributo previsto dalla legge. La predetta ragione del diniego espressa dall’Ufficio, a giudizio della Cassazione, essendo ritenuto non provato il credito, conferisce validità al rifiuto operato dall’ufficio. Semmai, restava di verificare a suo tempo ad opera della Cooperativa, se fossero già spirati i termini per l’accertamento ed eventualmente eccepirli al fine di determinare la incontestabilità della validità credito.
Catapano Giuseppe scrive: ‘PALLEGGIO’ DI AZIONI TRA CONTROLLATA E CONTROLLANTE, PREZZI IN DISCESA: OPERAZIONE ANTIECONOMICA. EVIDENTE L’ABUSO DEL DIRITTO
Passaggi – di azioni – arzigogolati tra la società controllante e la società controllata. ‘Allarme rosso’ per il Fisco, e tutti i sospetti, alla fine, sono confermati… Passaggi formalmente corretti, in realtà, ma l’obiettivo – riuscito – era quello di ottenere una “minusvalenza” per quasi 5milioni e 300mila euro.
Ciò è valutabile come “abuso del diritto”, secondo l’Agenzia delle Entrate, che difatti ha consegnato alla “società controllata” – italiana – un “avviso di accertamento ad hoc”, e tale ottica viene condivisa anche dai giudici della Cassazione, i quali seguono il sentiero tracciato dalla Commissione tributaria regionale.
Per i giudici di secondo grado, difatti, è “legittima la contestazione” messa in atto dal Fisco, poiché “l’elusione” si è “realizzata mediante valutazioni e classificazioni di bilancio, congiunte ad un ulteriore – e non di per sé necessario – acquisto da parte della controllata, obbligata a rivendere a termine e a prezzo fisso un pacchetto azionario già in suo possesso, di altro gruppo di azioni” di un gruppo bancario “ad un prezzo questa volta maggiore di quello del primo acquisto, con rilievo nel conto economico della perdita”. Evidentemente, aggiungono i giudici, non vi era alcuna “valida ragione economica per acquistare ad euro 1,9651 ad azione il capitale, per doverlo rivendere cinque giorni dopo alla controllante ad euro 1,61017”. Altrettanto chiaramente, “tali operazioni, applicando il metodo ‘LIFO’ ad azioni rispettivamente acquistate a prezzo di mercato e così confuse con altre, già acquisite, ma vincolate dall’obbligo di cessione a prezzo determinato, erano dirette ad aggirare l’obbligo di corretta valutazione delle immobilizzazioni finanziarie e di rivalutazione delle plusvalenze, così unicamente provocando una riduzione d’imposta per il 2002”.
Ebbene, questa ricostruzione viene ritenute pienamente corretta dai giudici della Cassazione, i quali richiamano i “passaggi determinanti” dell’operazione, cioè “a) mutamento di classificazione delle azioni, passate dalla collocazione nel circolante alle immobilizzazioni in sede di approvazione del bilancio 2001; b) acquisto 5 giorni prima della scadenza ultima in cui operare la retrocessione del pacchetto già detenuto di 50.639.000 azioni (e acquistato a 1,5952 euro ad azione, da rivendere ad euro 1,6192 cadauna, come convenuto) di un nuovo pacchetto di 17.598.000 azioni, ad un prezzo di mercato (da tempo più alto e) corrente a 1.9651 euro cadauna; c) applicazione alla cessione del pacchetto, di nominali 50.639.000 azione, divenute (solo) parte nel 2002 di un patrimonio poi e così accresciuto, di un apprezzamento secondo il criterio ‘LIFO’ a scatti, considerando nel coacervo dei beni valutati, secondo il metodo applicabile alle rimanenze, il costo della tranche acquistata nel 2002 (a prezzo superiore) e quello della prima acquistata nel 1999 (a prezzo inferiore); d) imputazione a conto economico dell’esercizio 2002 di una minusvalenza di 5.296.925 euro, contro una plusvalenza per 1.211.634 euro che sarebbe emersa se la controllata si fosse limitata a dare esecuzione alla vendita a termine alla controllante senza operare il descritto acquisto”.
Lapalissiano, alla luce del “congegno imperniato sull’acquisto della nuova tranche di azioni”, il “meccanismo di elusione d’imposta allestito, in termini di omesso pagamento di plusvalenza su titoli che già dovevano essere ceduti”.
Tutto ciò conduce a ritenere acclarato l’“abuso del diritto” messo in atto, “abuso” giustamente sanzionato dall’Agenzia delle Entrate.
Catapano Giuseppe informa: MWC. MasterPass tra wallet e internet delle cose
Pieno supporto ad Apple Pay e Samsung Pay, così come a qualunque strumento di pagamento digitale si proponga in alternativa al cash. E una serie di soluzioni, basate sul wallet MasterPass, per portare le transazioni digitali sui nuovi device e nell’internet delle cose. Una breve sintesi della visita allo stand MasterCard al Mobile World Congress in quattro punti.
Uno. Supporto a Samsung Pay
Così come avvenuto per Apple Pay, così anche la soluzione di pagamento del produttore di smartphone coreano potrà contare sul supporto dei circuiti. La soluzione Samsung Pay è pienamente supportata e l’annuncio dei coreani è stato accompagnato da un “video demo” su come avverrà il pagamento. Il grande vantaggio è che lo stesso wallet, contenente la carta dematerializzata, potrà essere usato per transazioni offline e online con lo stesso livello di sicurezza di un pagamento card present.
Due. Riconoscimento biometrico
Sia Apple sia Samsung Pay faranno leva sul riconoscimento dell’impronta digitale del titolare della carta attraverso un apposito lettore, che sarà probabilmente presente anche su altri smartphone di fascia alta. Non tutti i cellulari, però, potrebbero esserne dotati: sarà così possibile autenticarsi anche mediante una scansione del volto del titolare (attraverso la fotocamera del telefono) oppure utilizzando il microfono, mediante riconoscimento vocale (che però funziona poco nei luoghi affollati). In ogni caso, l’obiettivo è semplificare l’acquisto all’utente senza rinunciare alla sicurezza. E senza doversi ricordare il PIN.
Tre. Trasformare il checkout
La catena di ristoranti asiatici Wagamama ha realizzato con MasterCard un nuovo modo di pagare il conto. Utilizzando una app per smartphone (ma una versione sarà presto disponibile anche per smartwatch) si potrà associare al proprio tavolo un codice di quattro cifre: tutte le portate ordinate verranno così associate a quel codice e, una volta concluso il pasto, si potrà procedere al pagamento del conto direttamente dalla app. I vantaggi: facilità di controllo del conto; nessuna attesa per il POS senza fili o, peggio ancora, camerieri che spariscono con la carta di pagamento del cliente; tempi di attesa minori per i clienti in attesa che si liberi un tavolo. Allo studio anche una versione della app per gli smartphone o gli smartwatch dei camerieri: giusto per avere una notifica della transazione e non doversi lanciare all’inseguimento dei clienti che stanno uscendo dal locale.
Quattro. Integrazione con le smart car
Questa è forse la parte più pioneristica dello stand MasterCard. Le automobili di domani, connesse alla rete e piene di app (pure loro!) sono state uno dei temi forti di questa edizione del MWC. E anche MasterCard ha portato un prototipo di app integrata nei sistemi intelligenti delle Ford del futuro: tramite interazione vocale, permetterà di selezionare e pagare una serie di prodotti e servizi. La demo prevedeva l’individuazione, mediante geolocalizzazione, delle caffetterie più vicine (in cui il servizio è disponibile, ovviamente), l’ordine di un caffè e un muffin, il pagamento digitale mediante MasterPass: a quel punto resta solo da passare dal “drive in” della caffetteria e ritirare l’ordine. Il tema della demo non è forse così calzante per l’Italia, ma sostituendo al caffè il pagamento di un parcheggio o di una pizza da asporto, le possibili applicazioni diventano più chiare.
Catapano Giuseppe informa: Export. Al via in Italia la prima BPO
UniCredit ha portato a termine la prima transazione BPO (Bank Payment Obligation) mai effettuata in Italia: un innovativo strumento di regolamento delle transazioni del commercio internazionale. Protagonisti sono stati la SPIG Spa, produttore di sistemi industriali di raffreddamento basato ad Arona (provincia di Novara), e un suo fornitore tedesco, cliente di UniCredit Bank.
Cosa è la BPO
La Bank Payment Obligation è un impegno irrevocabile e autonomo assunto da una banca, generalmente quella di riferimento di un importatore, a pagare a vista o a scadenza un determinato importo alla banca dell’esportatore a seguito del positivo riscontro, a livello informatico, di una serie di dati precedentemente stabiliti fra le parti. La documentazione relativa all’operazione (fatture, documenti di trasporto, certificati, ecc.) viene scambiata a latere tra le parti commerciali, delegando alle banche la gestione automatizzata e diretta del flusso elettronico di dati tramite la piattaforma TSU (Trade Service Utility) messa a punto da SWIFT (la principale rete di comunicazione di messaggi finanziari).
I benefici per l’azienda che esporta e l’importatore
Avendo come presupposto l’esistenza di un rapporto di fiducia commerciale tra compratore e venditore, la BPO si colloca fra il credito documentario e l’open account (bonifico), combinando alcuni vantaggi di entrambi: dal primo per esempio, la riduzione del rischio di mancato pagamento; dal secondo la semplicità e velocità di esecuzione. L’azienda esportatrice può inoltre ampliare la propria esposizione verso i compratori che ricorrono all’emissione della BPO e accedere più agevolmente al finanziamento o allo smobilizzo del credito sottostante; l’azienda importatrice può invece negoziare termini di pagamento maggiormente dilazionati nel tempo, ottimizzando così i propri flussi di cassa.
Pronta l’estensione ad altre imprese di import/export italiane
UniCredit, con la sua controllata tedesca, era stata nello scorso ottobre la prima banca a perfezionare una transazione BPO tra Germania e Giappone. Ora è pronta a estendere il servizio anche alle aziende operanti sul mercato internazionale su base di open account.
«Siamo particolarmente lieti di avere portato a termine con successo la prima transazione BPO in Italia, a favore di una media azienda fortemente internazionalizzata – commenta Alessandro Cataldo, Head of Marketing and Sales di UniCredit per l’Italia. Crediamo fermamente nello strumento della BPO, che ci consente di fare leva sulla nostra diffusa presenza nei Paesi dell’Europa centro-orientale e sulla ampia e consolidata rete delle nostre banche corrispondenti, per offrire un migliore servizio a supporto del sempre crescente volume delle transazioni commerciali che vengono gestite in regime di open account».
«La crescita del commercio globale è accompagnata da un significativo passaggio dall’utilizzo degli strumenti tradizionali come le lettere di credito verso il mondo dell’open account e dalla richiesta del mercato di soluzioni che aiutino a gestire in maniera efficace i costi e i rischi crescenti – afferma Claudio Camozzo, Global Transaction Banking Co-Head in UniCredit e membro del board di SWIFT. Con la BPO siamo in grado di offrire alle nostre imprese clienti una soluzione che combina l’elaborazione automatizzata dei flussi con una accorta gestione dei costi, la tempestività dei pagamenti e le opzioni finanziarie per il venditore».
Catapano Giuseppe: MWC. La banca sale sull’auto del futuro
Al Mobile World Congress 2015 l’automobile è stata protagonista. E tra le molte soluzioni presentate per la “smart car” compaiono le prime app che hanno a che fare con banche e pagamenti: il pioniere sembra essere Ford, ma potrebbero arrivare prossimamente anche le altre case automobilistiche.
“Parlare” alla app mentre si guida
Oltre a MasterCard, che ha presentato una soluzione prototipo per pagare da remoto alcuni beni e servizi, la banca catalana La Caixa ha lanciato nei giorni scorsi la propria applicazione Linea Abierta BASIC, per Android, che permette di effettuare alcune operazioni mediante comandi vocali. Linea Abierta BASIC può essere collegata al sistema di connettività SYNC, sulle automobili FORD, per sincronizzare automobile e smartphone e controllare la app con comandi vocali anche mentre si guida. Difficilmente un bonifico sarà mai così tanto urgente, ma nel caso si voglia verificare il saldo del conto o i movimenti più recenti di una carta di pagamento (magari appena smarrita) la app si rivelerebbe certamente preziosa. Altri utilizzi più plausibili riguardano l’individuazione di filiali e ATM della banca nei paraggi.
Un sistema “aperto” per la smart car
Ford ha varato nel 2013 il Ford Developer Program, aprendo di fatto la strada a innumerevoli personalizzazioni dell’esperienza di bordo dei loro clienti mediante applicazioni, anche sviluppate da terzi. Oltre alla app di CaixaBank, sono disponibili le soluzioni di realtà come Spotify, Parkopedia o Audioteka, tutte inerenti musica in streaming, parcheggi o altri servizi utili durante la guida. Programmi analoghi sono condotti anche da altre case automobilistiche, tra cui Fiat-Chrysler, BMW e Volvo.