Giuseppe Catapano: Borsa Milano azzera i guadagni. Ftse Mib -0,80%

MILANO (WSI) – Alla fine hanno prevalso i sell. Dopo una partenza positiva e un trend contrassegnato dalla debolezza, a Piazza Affari hanno avuto la meglio le vendite. Il listino Ftse Mib ha chiuso in calo -0,79%, a 22.007,34 punti. Nell’ultima ora di contrattazioni, lo stesso indice benchmark dell’azionario europeo Stoxx 600 ha azzerato la maggior parte dei rialzi, chiudendo con +0,1%, dopo un balzo +1,2%, che era stato alimentato soprattutto dagli acquisti, in giornata, sui titoli energetici. Proprio questi ultimi hanno smorzato i guadagni, dopo la diffusione del dato Usa sulle scorte di petrolio, che ha messo in evidenza un incremento di 3,1 milioni di barili la scorsa settimana, alimentando i timori di nuove possibili cadute delle quotazioni di greggio dopo il recente recupero.

Dietrofront dopo il dato dei futures sul petrolio Usa, -0,52% a $48,28 al barile. Brent -0,12% a $51,86. Focus sull’oro, che nella sessione di ieri ha guadagnato quasi $9, chiudendo a $1.146,40 l’oncia, al record dallo scorso 24 settembre. Quotazioni ora +0,02% a $1.147,42.

A zavorrare i listini sono stati soprattutto i titoli dei colossi farmaceutici, come Roche Holding e Novartis che hanno perso oltre -2%.

Sul valutario, l’euro è sotto pressione. Il dato deludente relativo alla produzione industriale tedesca ha rialimentato di fatto le speculazioni su un eventuale rafforzamento della politica di QE (quantitative easing) della Bce. L’indicatore tedesco è sceso -1,2% ad agosto dopo essere salito a +1,2%, dato rivisto al rialzo, nel mese precedente. Euro/dollaro -0,21% a $1,1248. Dollaro/yen -0,27% a JPY 119,91. Euro/yen -0,48% a JPY 134,87. Euro/sterlina -0,79% a GBP 0,7345. Euro/franco svizzero +0,28% a CHF 1,0929.

Tra i singoli a Piazza Affari, malgrado la minaccia di sciopero dei sindacati dell’auto americani, i titoli Fiat Chrysler +1,41% dopo una partenza in sordina. Anche Ferragamo ha corso, +4,60% favorita dalla promozione degli analisti di Societé Generale.

Maglia rosa a Saipem +7,81%, complici le ricoperture.

Dopo un esordio positivo in Borsa, il gruppo Yoox Net-a-Porter oggi ha ceduto -2,32%. Male anche Intesa Sanpaolo, -2,88%. Tra gli altri bancari, BP +1,64%, BPM -0,88%, Bper +0,13%, Mps -0,41%, Unicredit +0,68%.

Tra i titoli di altri settori A2A -1,74%, Atlantia -2,42%, Campari -2,70%, Enel -1,13%.

Aumentano i timori sulla ripresa mondiale, anche per via del taglio delle stime di crescita dell’Fmi e dei nuovi dati deludenti pubblicati dalla locomotiva d’Europa. In Germania la produzione industriale ha subito una flessione del -1,2% in agosto.

Il Fondo Monetario Internazionale ha avvertito che il rallentamento dei mercati in via di Sviluppo potrebbe tenere bassi i prezzi al consumo nell’Occidente e contribuire a innescare una fase di stagnazione.

In Asia i mercati hanno comunque scommesso su un altro QE in Giappone e sono riusciti a chiudere positivi, di pari passo con l’avanzata delle materie prime. La Borsa di Tokyo ha chiuso in rialzo, con gli investitori che sono pronti a puntare su un ulteriore rafforzamento delle politiche di stimolo monetario alla prossima riunione della banca centrale il 30 ottobre. Le notizie macro di giornata non sono state positive: l’indice anticipatore è calato da 105 a 103,5 in agosto.

La piazza di Shanghai è ancora chiusa, positiva Hong Kong. In Cina sono scese ancora le riserve in valuta estera, di altri 43 miliardi e 600 milioni di dollari.

Giuseppe Catapano: Ecco come i banchieri vogliono eliminare l’uso dei contanti

ROMA (WSI) – Eliminare l’uso dei contanti: sempre di più l’obiettivo dei grandi banchieri, che vogliono costringere i clienti a investire in asset rischiosi e che soprattutto vogliono salvaguardare la loro liquidità (con i soldi dei correntisti).

Phoenix Capital fa il punto della situazione, riportando un esempio e partendo dalla legislazione vigente negli Stati Uniti.

Stando alla Legge Bancaria Usa, i depositi sono considerati passività. Dunque, all’interno di questo quadro normativo, i depositanti sono creditori (della banca).

“Di conseguenza…se una grande banca dovesse fallire negli Usa, i vostri depositi presso tale banca verrebbero o ‘svalutati’ (leggi: ‘sparirebbero’) o sarebbero convertiti in titoli azionari della società. Una volta convertiti in quote di capitale, voi diventereste azionisti (della banca), perdendo lo status di depositanti…dunque non sareste più assicurati dalla FDIC”.

Phoenix Capital Research ha scritto già diversi articoli sul tema della guerra al contante lanciata dal mondo della finanza, in primis dalle banche centrali: il diktat è impedire ai depositanti di tentare di tutelarsi dagli shock finanziari decidendo di ritirare i loro risparmi dagli istituti di credito, nascondendoli magari sotto il classico materasso.

Non è dunque sicuramente un caso che, attualmente, il sistema finanziario degli Stati Uniti sia costituito soprattutto da moneta digitale. Il reale ammontare delle banconote fisiche e delle monete in dollari ammonta infatti ad appena $1.360 miliardi, poco al di sopra del 10% dei $10.000 depositati sotto forma di conti bancari. E si tratta di una quantità del tutto irrisoria, se paragonata ai $20.000 miliardi di azioni, $38.000 miliardi di bond e $58.000 miliardi di strumenti sul credito che circolano nel sistema.

Inutile dire che “se una percentuale significativa di persone decidesse di trasformare i propri soldi (dai conti bancari) in contanti, il problema potrebbe diventare sistemico”. Ed è questo che i poteri forti vogliono impedire.

Di qui, l’idea di privare i correntisti dello stesso status di depositanti, trasformandoli in azionisti della banca. In questo modo perderebbero la tutela dell’agenzia federale di garanzia dei depositi ed, essendo azionisti, pagherebbero caro il crack dell’istituto, in quanto vedrebbero le loro azioni crollare.

E’ quanto è già accaduto – scrive la società – precisamente in Spagna nel corso della crisi bancaria del 2012. Da allora, si è verificata la stessa cosa anche a Cipro e in Grecia…e “ora è perfettamente legale negli Stati Uniti, grazie a una clausola della legge Dodd-Frank”.

Giuseppe Catapano: Nuovo senato, superati i primi due voti segreti sull’art.10. La maggioranza cala a 153-4, poi risale a 166

PIERO PIETRO GRASSO

Il governo ha superato i primi  voti segreto sull’articolo 10 del ddl Boschi respingendo un emendamento Calderoli sulla tutela delle minoranze linguistiche. Ma i no sono stati 153, 131 sì e tre astenuti. E al secondo voto segreto i no sono stati 154, 7 voti in meno rispetto alla maggioranza assoluta. Inizialmente la votazione sull’emendamento del grillino Endrizzi era prevista per parti separate, essendo ammesso il voto segreto solo su una parte dell’emendamento, relativo alle minoranze linguistiche. Poi, il senatore pentastellato ha riformulato l’emendamento, che quindi non è dovuto passare al vaglio dell’assemblea, che avrebbe bocciato la richiesta di voto per parti separate. In questo modo, si e’ potuto procedere al voto segreto. Successivamente, con il ritorno al voto palese, la maggioranza è riasalita a quota 166. Le opposizioni unite, come promesso, hanno cominciato a fare “resistenza passiva” per simboleggiare il fatto di essere “ostaggi” della maggioranza durante il dibattito sul disegno di legge sulle riforme costituzionali. “Le opposizioni, quindi, non faranno ostruzionismo né argomenteranno le loro proposte, ma si limiteranno a votare», aveva annunciato il capogruppo di Ln Gianmarco Centinaio. Una scelta subito criticata dal governo: “Il passivo è solo passivo, non è resistente”, dice il sottosegretario Luciano Pizzetti. “Dov’è la maggioranza che non ascolta?”, chiede Pizzetti dopo aver ricordato che all’ art 1 sono stati recepiti emendamenti dell’ opposizione e attenzione c’è anche su Corte Costituzionale e Quirinale. “È l’opposizione che è sorda”, aggiunge parlando di “azione strumentale». Per il momento comunque le opposizioni  non abbandonano i lavori: lo assicura il capogruppo di Forza Italia al senato Paolo Romani, spiegando che poi mercoledì verranno decise le prossime mosse in vista del voto finale e che non escludono di rivolgere un appello al presidente della Repubblica.
In mattinata era passato ll’articolo 7 del ddl, con 166 sì 56 no e 5 astenuti. Dopo il voto, il presidente Grasso aveva annunciato tre richieste di votazioni segrete, dichiarate ammissibili. Su due emendamenti la votazione segreta riguarda tutto il testo, mentre sul terzo emendamento l’ammissibilità è solo su una parte del testo.
Da registrare anche le scintille fra il Movimento 5 stelle e Grasso: “Il nostro gruppo si riunisce alle 10 – ha detto il capogruppo  tellato Gianluca Castaldi prendendo la parola in aula – glielo diciamo anche se voi andrete avanti lo stesso. Lei tratta il regolamento del senato come un mensile di Postal market. Stiamo andando verso una deriva e lei è molto responsabile, qui il regolamento non c’è più, il mio gruppo ha bisogno di riunirsi per capire come andare avanti”. “Lei sa benissimo – è stata la replica di Grasso – che c’era la disponibilità a interrompere la seduta alle 12.30, per darvi un’ora fino alle 13.30, questa possibilità non è stata accettata”. Nuove ed infinite le polemiche anche quest’oggi. Dopo l’offerta del leghista Roberto Calderoli di ritirare 35mila emendamenti in cambio di una disponibilità all’esame nel merito di alcune proposte di modifica, il capogruppo di Forza Italia Paolo Romani ha preso la parola per lanciare un appello al confronto: “Sono gli ultimi giorni di lavori sulla riforma Costituzione, la Camera presumibilmente farà una copia conforme del testo che approviamo qua, servono tempi per discutere nel merito”. Un intervento al quale ha replicato il presidente dei senatori democratici, Luigi Zanda: “Appoggio la proposta del presidente Romani – ha affermato – ma non accettiamo tattiche ostruzionistiche funzionali anche a creare un clima turbolento. Noi interveniamo solo sul merito dei provvedimenti: se c’è serietà che ci porta a discutere del merito dei provvedimenti, penso che ogni soluzione organizzativa possa essere trovata. Se invece l’intenzione fosse continuare con un costume parlamentare che è stata anche la causa dell’incidente di due giorni fa (riferimento ai gesti sessisti di due senatori verdiniani nei confronti di due colleghe M5s, ndr), allora chiedo alla presidenza molto rigore nell’utilizzo del regolamento e anche dei tempi assegnati”.
Duro l’intervento del capogruppo della Lega, Gian Marco Centinaio: “Il presidente Zanda ci dice che ci dà il tempo per poter parlare? Chi se ne frega, il presidente Zanda ha dettato le sue condizioni, benissimo, le rimandiamo al mittente. Abbiamo ritirato 35mila emendamenti, se avessimo voluto avremmo già votato l’articolo 7”. Discussione chiusa dal presidente del Senato: “Chiara l’intenzione di tutti i gruppi di andare rapidamente all’esame dei punti più interessanti del provvedimento, passiamo alle votazioni”, ha detto Pietro Grasso riportando i lavori ai voti sugli emendamenti all’articolo 7 del ddl costituzionale.

Giuseppe Catapano: La Corte Ue dà ragione a uno studente austriaco contro il gigante Facebook

giucatap64I cittadini europei potranno chiedere di vietare a Facebook o ad altri colossi del web di conservare negli Usa i dati dei propri iscritti: lo ha stabilito la Corte di Giustizia dell’Ue, ribaltando una decisione del 2000 della Commissione europea che riteneva che gli Usa garantissero un livello di protezione adeguato dei dati personali, permettendo così il trasferimento di informazioni riguardati cittadini europei.
Il massimo organo giudiziario comunitario ha accolto la richiesta, al centro di una lunga battaglia giudiziaria contro Facebook, avviata nel 2011 da uno studente austriaco di giurisprudenza, Max Schrems, dopo lo scandalo del programma di sorveglianza della Nsa americana svelato da Esward Snowden. La sentenza fissa un precedente che finirà per riguardare i giganti tecnologici americani presenti in Europa, oltre a Facebook la Apple, Google e Microsoft. Secondo la legislazione comunitaria, si possono trasferire dati personali a un paese terzo solo se questo garantisce un livello di protezione adeguato.
La Corte ha fatto presente che negli Usa le esigenze della sicurezza nazionale prevalgono “sul regime dell’approdo sicuro” per i dati privati dei cittadini europei. Per questo i colossi del web sono obbligati a derogare “senza limiti, alle norme di tutela previste” con il rischio di “ingerenze da parte delle autorità pubbliche americane nei diritti fondamentali delle persone”.
Per la Corte di Lussemburgo, “una normativa che consenta alle autorità pubbliche di accedere in maniera generalizzata al contenuto di comunicazioni elettroniche deve essere considerata lesiva del contenuto essenziale del diritto fondamentale al rispetto della vita privata”.
Intanto Facebook ha sollecitato l’Unione europea e gli Stati Uniti a trovare rapidamente una soluzione dopo la sentenza della Corte di giustizia europea. “E’ imperativo che i governi di Ue e Usa garantiscano che continueranno a fornire metodi affidabili per il trasferimento legale dei dati e che risolveranno tutte le questioni legate alla sicurezza nazionale”, ha fatto sapere Facebook Europe, in un comunicato.

Giuseppe Catapano: Il Nobel per la Fisica al giapponese Kajita e al canadese McDonald per la scoperta sulla massa dei neutrini

giucatap63Il Nobel per la Fisica 2015 è stato assegnato allo scienziato giapponese Takaaki Kajita e al collega canadese Arthur B. McDonald. Lo ha reso noto l’Accademia svedese a Stoccolma. I due studiosi sono stati premiati per “la scoperta delle oscillazioni del neutrino, che mostra come i neutrini abbiano una massa”.

Giuseppe Catapano: L’Italia bombarderà l’Isis in Iraq. Difesa, solo ipotesi. Grillo, intervenga il Quirinale

giucatap58Gli aerei italiani in forza alla coalizione anti-Isis “nelle prossime ore” avranno l’incarico di bombardare in Iraq sulla base di accordi col comando Usa. Lo sostiene oggi il Corriere della Sera. I velivoli italiani sono stati inviati in una base aerea in Kuwait. Ci sono a disposizione quattro Tornado, un aereo-cisterna e alcuni droni Predator non armati. “La portata della partecipazione italiana cambia ora radicalmente con il via ai bombardamenti. I Tornado, configurati inizialmente per la ricognizione e l”illuminazione’ degli obbiettivi, assumeranno le loro piene caratteristiche di cacciabombardieri e dunque colpiranno direttamente i bersagli individuati in base alle nuove regole di ingaggio. Come fanno peraltro, in Iraq, gli aerei di Paesi ben più piccoli del nostro. Fino a nuovo ordine continueranno invece a non bombardare i tedeschi”, si legge nell’articolo del Corsera. La decisione di bombardare in Iraq, e non in Siria, è legata al fatto che il governo di Baghdad ha chiesto a Roma d’intervenire e questo – secondo il Corriere – fornisce una cornice legale all’intervento. Il ministero della Difesa, però, precisa che “sono solo ipotesi da valutare assieme agli alleati e non decisioni prese che, in ogni caso, dovranno passare dal Parlamento”.
“Escludo che possa essere stata autorizzata alcuna iniziativa oltre quelle già note e discusse dal Parlamento”, ha detto, invece, Nicola Latorre, presidente della commissione Difesa di Palazzo Madama. “In quanto membro della coalizione internazionale contro lo Stato Islamico – ha sottolineato l’esponente Pd – possono esserci certamente rivolte nuove richieste per un ulteriore contributo del nostro Paese alla battaglia contro il terrorismo, ma queste richieste – ricorda – devono prima essere valutate e poi eventualmente autorizzate previa discussione e approvazione del Parlamento italiano”. Intanto, M5S e Sel chiedono che la ministra della Difesa Roberta Pinotti riferisca in Parlamento sull’ipotesi che anche l’Italia partecipi con i suoi aerei ai bombardamenti in Iraq contro l’Isis. Mentre il leader del M5S, Beppe Grillo, chiede l’intervento del presidente della repubblica, Sergio Mattarella: “L’Italia non può entrare in guerra senza che prima non ci sia stato un dibattito parlamentare, un’approvazione da parte del parlamento e un’approvazione da parte del presidente della Repubblica. Sergio Mattarella dove sei? Pacifisti con le bandiere arcobaleno dove siete finiti? A girare le frittelle con Verdini e il Bomba (in nomen omen) alle feste dell’Unità? L’Italia bombarderà l’Iraq in funzione anti-Is. E’ un’azione di guerra e come tale dovrebbe essere discussa e approvata dal parlamento, non in modo autonomo da un governo prono alla Nato”. “Vale la pena di ricordare che, solo qualche giorno fa – prosegue il leader M5s – i caccia della Nato hanno bombardato per più di mezz’ora il centro traumatologico di Medici Senza Frontiere a Kunduz City,sono state uccise oltre venti persone tra cui tre bambini. Secondo Msf  ci sono tra le vittime: otto infermieri, tre medici, sei guardie di sicurezza e un farmacista”. Mattarella, dal canto suo, in un’intervista alla russa Tassa aveva già chiarito il proprio pensiero su terrorismo e guerra all’Isis: “E’ necessaria la collaborazione di tutti. Iniziative unilaterali non riescono a risolvere ed affrontare adeguatamente il problema. Occorre una collaborazione internazionale con strategie e azioni comuni. Per sconfiggere il terrorismo fondamentalista è “necessaria una risposta di collaborazione di tutti i Paesi nell’ambito della comunita’ internazionale” e “iniziative unilaterali non riescono a risolvere ed affrontare adeguatamente il problema”.

Giuseppe Catapano: Alle radici della richiesta di divorzio da Madrid

giucatap37La vittoria dei secessionisti alle elezioni catalane è un dato da prendere assolutamente con le pinze.

Anche se i deputati indipendentisti ora sono la maggioranza alParlament di Barcellona (72 su 135), i due diversi raggruppamenti che li hanno espressi non hanno insieme la maggioranza assoluta dei voti (si fermano al 47,7%).

Inoltre, la compagine secessionista è molto eterogenea al suo interno, tanto da rendere davvero complicata un’intesa politica di governo.

Tuttavia, pur senza l’agognato 50%+1 dei voti necessario a una dichiarazione unilaterale d’indipendenza, il fronte secessionista può già contare – nella sua azione di lungo periodo – diversi successi.

È da questi che dobbiamo partire per comprendere al meglio le cause e le possibili evoluzioni dello scenario catalano.

Dall’autonomismo all’indipendentismo
L’indipendentismo non è mai stato la corrente maggioritaria della società catalana; questa è stata, nei trent’anni successivi alla morte di Francisco Franco, sempre rappresentata da posizioni autonomiste sì, ma moderate, inclini al compromesso e al patto con il potere centrale.

Ciò significava dunque tendenzialmente la scelta per i socialisti e per il loro riformismo progressista alle elezioni nazionali – a danno dei popolari, considerati troppo centralisti – e il voto a Convergència i Uniò (CiU) alle elezioni locali.

CiU, denominata appunto simbolicamente Partit de Catalunya, era la federazione di stampo democristiano, autonomista, ma non secessionista, capace di interpretare al meglio le idee dell’opinione pubblica locale.

Composta non certo solamente dall’ambiente urbano progressista di Barcellona, ma anche dal suo hinterland industriale, da un tessuto pedemontano di piccole e medie imprese, da un mondo di associazioni culturali fortemente legato alle tradizioni del luogo – e naturalmente unito dalla lingua catalana.

Guidata dal suo “patriarca” Jordi Pujol, CiU tenne il potere ininterrottamente dal 1980 al 2003: la Spagna cresceva, la relazione con Madrid sembrava più o meno funzionare – culminando nell’assegnazione a Barcellona delle Olimpiadi del 1992 – e l’indipendentismo restava appannaggio dell’estrema sinistra catalana, sull’esempio di quella basca.

L’arrugginimento di quel lungo ciclo di potere e lo scontento derivato dalla crisi economica che colpì in maniera più pesante che altrove la Spagna cambiarono però le carte in tavola.

CiU, ormai all’opposizione con il suo nuovo leader Artur Mas, emarginata da nuove coalizioni più spostate a sinistra, decise di svoltare verso posizioni sempre più indipendentiste.

In tal modo voleva intercettare una parte dello scontento dell’opinione pubblica verso lo stato centrale, considerato sempre più inefficiente e poco generoso con la produttiva Catalogna, ma anche spezzare le nuove coalizioni formatesi a Barcellona tra gli indipendentisti di sinistra e i socialisti spagnoli.

Un vero e proprio puzzle, che questa mossa mandò all’aria. I socialisti spagnoli infatti furono spiazzati da un’offensiva politica tutta sui temi dell’aumento dell’autonomia, che loro da Madrid non potevano concedere.

La loro intesa con la sinistra indipendentista catalana si spezzò, e Artur Mas vinse le elezioni del 2010.

Lo scontro con Madrid unisce destra e sinistra
Ma la Catalogna era sommersa dai debiti, e il nuovo governo regionale cominciava a tagliare, tagliare, tagliare – scatenando fortissime proteste.

Come evitare che la sinistra tornasse al potere e CiU, colpita tra l’altro da inchieste su corruzione e malaffare, fosse travolta come accadeva a tanti partiti europei?

La scelta di aprire uno scontro ancora più duro con lo stato centrale risolse questo problema: grazie a un grande impegno civico e volontario – accompagnato da una formidabile azione dei tanti strumenti mediatici e culturali in mano al governo regionale – le classi medie catalane si sono unite alla fascia elettorale indipendentista di sinistra nel chiedere sovranità.

La mobilitazione che ne è derivata è stata al contempo quotidiana e massiccia. Il partito che rappresentava questa fascia, Esquerra Republicana de Catalunya, si è unito a CiU (che nel frattempo ha subito una scissione, trasformandosi in Convergència Democratica de Catalunya, Cdc).

Tutte queste giravolte hanno originato il listone comune indipendentista che con il 39,5% è stato il più votato alle elezioni di domenica. Capolista, Artur Mas.

La dirigenza di Cdc è dunque riuscita non solo ad assicurare la sua sopravvivenza nei turbolenti anni della crisi – che hanno visto tanti partiti e leader apparentemente inossidabili sparire in breve tempo.

Ma in realtà è riuscita a spostare tutto l’asse della politica regionale sul conflitto Barcellona-Madrid, e non più su quello destra-sinistra com’era prima.

Sia il voto del 2012 che quello del 2015 sono infatti due voti anticipati, entrambi voluti da Mas nel tentativo di consolidare con le urne questa linea.

Despagnolizzazione della politica catalana
Dunque, gli indipendentisti non hanno la maggioranza assoluta, ma la despagnolizzazione della politica catalana è praticamente completa.

I due partiti nazionali (PP e Psoe, popolari al governo di Madrid e socialisti all’opposizione), raccolgono insieme il 21%. Una cifra che non si vede nemmeno nel Paese Basco, dove insieme arrivano al 30%.

Podemos, strozzata dall’irrilevanza dello scontro tra destra e sinistra, ha infatti registrato un risultato molto deludente; Ciutadans, la nuova formazione liberale nata da poco proprio in Catalogna, si è invece schierata apertamente per l’unione con la Spagna e dunque ha raccolto con successo il voto dei tanti contrari all’indipendenza, anche fuori da quell’area politica.

Mentre la scommessa egemonica di Cdc si rivela quindi per il momento ancora vincente in Catalogna, bisognerà aspettare dicembre per sapere quale nuovo governo, da Madrid, dovrà occuparsi della sempre più intricata questione catalana.

Giuseppe Catapano: Il resistibile conflitto tra Putin e Obama

giucatap33La differenza fra Bill Clinton e Barack Obama – insieme 16 anni di potere americano democratico, sia domestico che globale – è la politica. Lo ha detto una volta Leon Panetta che dell’amministrazione Clinton fu il chief of staff, la carica di maggior potere dopo quella del presidente, e con Obama è stato segretario alla Difesa e capo della Cia.

Clinton, diceva Panetta, era venuto dal basso, aveva fatto il governatore di uno stato fra Mid West e Sud, l’Arkansas: amava la politica, si buttava nella mischia, ne governava la brutalità e l’arte del compromesso tutte le volte che occorreva, cioè quasi sempre.

Obama invece è un idealista, un liberal a tutto tondo che in realtà detesta le nuancedella politica e le evita ogni volta che può.

Per lui c’è un bene e un male, difficilmente una via di mezzo. Il famoso discorso al mondo arabo dall’università di Al-Azhar del Cairo, per esempio, fu un capolavoro di retorica liberale al quale tuttavia non seguì la consistenza di una politica sul campo: promosse il cambiamento, ma non lo governò.

Esempi ancora più completi di questa idiosincrasia per il fango e la polvere della politica, sono il Medio Oriente e Vladimir Putin: il modo col quale Obama li ha affrontati, soprattutto il modo col quale ha tentato di evitarli.

Forse Vladimir Vladimirovich non avrebbe rischiato così tanto prima in Ucraina e poi in Siria, non avrebbe tentato di riaffermare così rapidamente l’ambizione imperiale russa, se i tentennamenti e il disimpegno di Obama non gli avessero così repentinamente aperto una prateria geopolitica.

Putin detta l’agenda della crisi ucraina
L’Ucraina e la Siria hanno molte similitudini nel comportamento dell’amministrazione Usa e in quello di Putin. La prima non era una priorità per gli Stati Uniti che non avevano la necessità né l’urgenza di aggiungerla alla Nato: non fosse stato così, non avrebbero lasciato a Germania e Francia la rappresentanza occidentale al vertice di Minsk.

Non era una priorità nemmeno per l’Unione europea, Ue, ad eccezione di polacchi e repubbliche baltiche. Quando sono iniziate le manifestazioni popolari in piazza Maidan, Obama non aveva una politica, a parte la reazione naturale a ogni governo occidentale di sostenere tutte le rivolte democratiche: era accaduto anche in piazza Tahrir, al Cairo.

Per Putin invece l’Ucraina era la priorità. Dal tipo di governo al potere a Kiev dipendeva quanto lontano sarebbe stata la Nato dalle frontiere occidentali russe; quanto vicino o lontano si sarebbe dispiegato il sistema missilistico anti-missile statunitense; quale postura avrebbe dovuto avere la strategia difensiva russa.

Per questo è sempre stato Putin a definire agenda e azioni in Ucraina. Stati Uniti e Ue hanno sempre solo reagito alle sue mosse. E se non fossero state così spregiudicatamente militari, la reazione occidentale sarebbe stata molto più cauta.

Siria, il fallimento di Obama
Così in Siria. C’è qualcosa che a Washington non ha funzionato se Obama arma e finanzia da anni l’esercito iracheno senza che questo sia forte abbastanza per tenere testa all’autoproclamatosi “stato islamico”; rifiuta di dare ai ribelli siriani le armi più potenti per impedire che cadano nelle mani del califfato, così facendo impedendo loro di vincere; tratta con gli iraniani sul nucleare, rischiando molto con i repubblicani in Campidoglio e Benjamin Netanyahu a Gerusalemme.

Poi è Putin a firmare un’alleanza armata con l’Iraq, l’Iran e il regime siriano per combattere lo “stato islamico”. La politica è arte del compromesso e ideali, ma anche temerarietà.

Farne sfoggio per Putin è più facile che per Obama. Il primo non ha un’opinione pubblica alla quale rispondere e il voto favorevole della compiacente Duma è solo un atto formale e scontato.

Obama deve rispondere a una società civile, una stampa e a un Congresso veri: camera dei rappresentanti e senato, entrambi a maggioranza repubblicana, poi, sono così ostili al presidente da votare contro a priori. Esattamente come la Duma, che invece vota sì, senza nemmeno chiedersi cosa si stia decidendo.

Usa e Russia, verso un nuovo bipolarismo
Come il mondo prima del crollo dell’Unione Sovietica, le relazioni internazionali stanno tornando verso un bipolarismo fra due sistemi diversi. Anche se ora il capitalismo è comune a entrambi e potrebbe aggiungersi alla deterrenza nucleare (l’equilibrio del terrore, quello non cambia mai) per convivere e a volte collaborare meglio di prima. E come prima ci saranno alti e bassi, disgeli e nuove gelate.

A meno che Putin non si faccia prendere da una mania di grandezza più grande di quella mostrata fino ad ora, Stati Uniti e Russia cercheranno un modo per combattere insieme lo “stato islamico” e avviare prima o poi il negoziato per una nuova Siria, molto probabilmente senza Bashar Assad.

Ma una volta di più, come nel vecchio mondo della Guerra fredda, non è una Siria senza risorse energetiche il nocciolo del problema. Sarà l’Ucraina, cioè l’Europa il vero terreno di confronto o di collaborazione.

Giuseppe Catapano: Detenzione “illegale”, la Corte europea condanna l’Italia per le condizioni di detenzione e per l’espulsione collettiva di tre tunisini in violazione degli standard di tutela dei diritti umani.

Con una recentissima sentenza, la Corte europea torna a pronunciarsi sulla conformità dell’ordinamento italiano agli standard di tutela dei diritti umani sanciti dalla CEDU.

Nel caso specifico, la Corte esamina il ricorso di tre cittadini tunisini, i quali lamentavano di aver subìto trattamenti inumani e degradanti durante la fase di accoglienza e di essere stati, in un primo momento, trattenuti in stato di detenzione nel centro, e, in un secondo momento di essere stati espulsi, senza mai venire a conoscenza delle informazioni essenziali riguardanti il proprio status.

Gli episodi sarebbero avvenuti tra il 16 ed il 17 settembre quando i tre migranti sbarcarono lungo le coste dell’isola di Lampedusa, durante gli eventi legati alla “primavera araba”: i ricorrenti vennero immediatamente posti in stato di detenzione in un centro di accoglienza, senza alcuna preventiva informazione e senza la possibilità di ricevere assistenza legale. Le condizioni di vita all’interno del centro di detenzione si presentavano – secondo i ricorrenti – assolutamente inadeguate. A causa delle pessime condizioni di detenzione a cui venivano sottoposti regolarmente i tre uomini, il 20 settembre decisero di evadere dal centro: non appena arrestati, essi vennero condotti nella città di Palermo e vennero lasciati per ben quattro giorni reclusi su due navi, ormeggiate nel porto della città. Successivamente, tra il 27 ed il 29 settembre, si diede atto alla procedura di espulsione.

In ragione del preciso quadro storico e fattuale ricostruito dai tre ricorrenti, la Corte ha gioco facile nel condannare all’unanimità l’Italia per violazione dei diritti umani in relazione sia all’art. 5, § 1, 2, 4 per il mancato rispetto delle garanzie in fatto di detenzione cautelare sia in relazione all’art. 3 della CEDU per trattamenti inumani e degradanti a cui erano stati sottoposti durante il periodo di reclusione nel cento di accoglienza a Lampedusa.

A maggioranza, inoltre, la Corte decreta anche la violazione dell’art. 4 del Protocollo n. 4 per il divieto di espulsioni collettive di stranieri e dell’art. 13 della CEDU per il mancato rispetto del diritto ad un ricorso effettivo in combinato disposto con gli artt. 3 e 4 del Protocollo n. 4 in punto di divieto di espulsione dei cittadini e divieto di espulsioni collettive di stranieri.
Ai ricorrenti, infine, i giudici di Strasburgo riconoscono a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale la somma di euro 10.000,00 ciascuno, oltre ad euro 9.344.51 relativi alle spese del procedimento.

Giuseppe Catapano: Mosca, pronti a intervenire sulla costa siriana dal mare. Fuga Isis in Giordania

giucatap27Continuano i raid russi sulla Siria e si aggiunge la notizia che Mosca potrebbe isolare la costa siriana impiegando la Flotta russa del Mar Nero (di stanza in Crimea) nell’operazione avviata la scorsa settimana contro le posizioni del sedicente Stato Islamico nella Repubblica araba. Lo ha detto l’ammiraglio Vladimir Komoyedov, presidente della Commissione Difesa alla Duma di stato ed ex comandante della Flotta.

«Quanto all’utilizzo su larga scala della flotta del Mar Nero in questa operazione, penso che questo sia poco probabile – ha detto – ma dal punto di vista del blocco della costa, penso che sia plausibile. Un colpo sferrato con l’artiglieria dal mare non è escluso: le navi sono pronte, ma per ora non avrebbe senso. I terroristi sono annidati lontano dalla costa» ha detto Komoyedov.
Raid su 9 obiettivi Isis in Siria nelle ultime 24 ore
L’Aeronautica russa ha condotto raid su 9 obiettivi dell’Isis in Siria nel corso delle ultime 24 ore. Lo ha riferito il ministero della Difesa russa, annunciando che è stato colpito il centro di comando del Califfato nero nella provincia di Latakia e un altro, attraverso l’intervento dei caccia Su24m, è stato completamente distrutto vicino ad Al-Rastan, nella provincia di Hama.
L’aviazione russa ha colpito inoltre 3 strutture del sedicente Stato islamico nella provincia di Homs, e ha distrutto 2 depositi di armi. «Tutti gli attacchi aerei russi in Siria sono destinati a scompaginare i comandi a supporto dell’Isis» dice il ministero. Gli equipaggi hanno inoltre condotto 6 attacchi aerei contro la base terroristica mimetizzata del Califfato a Idlib, distrutti 30 veicoli corazzati, afferma il Ministero della Difesa russo.
Fuga in Giordania
Intanto ieri almeno tremila militanti dell’Isis e dei gruppi jihadisti Jabhat Al-Nusra e Jaish al-Yarmouk sono fuggiti dalla Siria in Giordania nel timore dell’avanzata dell’esercito siriano su tutti i fronti e dei raid aerei russi, lanciati da Putin. Inoltre, secondo quanto riporta Ria Novosti, circa 160 militanti jihadisti sono rimasti presumibilmente uccisi ieri durante un attacco dell’esercito siriano nella provincia di Deir Ezzor mentre almeno altri 17 sono morti in un attacco a Homs e Palmira: lo sostiene una fonte militare russa da Latakia (dove c’e’ una base aerea russa). Secondo il ministero della Difesa russo dal 30 settembre al 3 ottobre le forze aerospaziali russe hanno compiuto più di 60 sortite neutralizzando circa 50 obiettivi. Per le fonti ufficiali russe i target colpiti sono legati all’Isis. Tuttavia secondo la coalizione a guida statunitense in realtà i raid avevano come obiettivo principalmente l’opposizione anti Assad, ossia l’Esercito della Conquista.