Bilanci più affidabili, anche per limitare i rischi di default aziendale. Questi gli obiettivi principali del decreto legislativo, approvato giovedì scorso dal consiglio dei ministri, in attuazione della direttiva europea 2014/56/Ue. Dopo soli sei anni cambiano di nuovo le regole sulla revisione legale. Evidentemente stiamo parlando di un nervo sempre più sensibile del sistema economico e finanziario. La modifica più rilevante è l’introduzione dei controlli di qualità: significa che la revisione non si potrà più fare «a intuito», ma sarà necessario il rispetto delle tecniche di revisione, cioè dei principi di revisione internazionale. Per le società di revisione cambia poco o nulla, per i singoli professionisti sarà invece necessario strutturare l’attività in modo più ordinato e formale. Anche se è tutto da dimostrare che il mero rispetto delle procedure e delle prassi sia sempre in grado di evitare brutte sorprese: Parmalat docet. A volte è più facile intuire la presenza di un problema partecipando ai consigli di amministrazione, come fa il collegio sindacale, e assistendo alle discussioni e alla genesi delle diverse scelte strategiche. Resta il fatto che il revisore dovrà ora attenersi strettamente ai principi di revisione internazionale (Isa, International standards on auditing), incluso il principio internazionale sul controllo di qualità (Isqc1).
Giro di vite anche in tema di indipendenza del revisore: il dlgs definisce in modo più stringente il concetto di rete professionale, che viene esteso ai membri dei propri organi di amministrazione, ai propri dirigenti, revisori, dipendenti o persone operanti all’interno della stessa struttura professionale. Per risultare all’interno del perimetro della rete professionale sarà sufficiente condividere direttive e procedure comuni di controllo qualità, avere una strategia aziendale comune o utilizzare un marchio in comune.
Infine si introduce un sistema sanzionatorio più preciso e meglio graduato in funzione della gravità dell’inadempimento, che parte dall’avvertimento ai responsabili e può arrivare fino alla cancellazione dal Registro dei revisori. Sono previsti ap-positi organismi che faranno la revisione della revisione, irrogando sanzioni adeguate in caso di violazioni riscontrate.
Inoltre, dietro all’obbligo di effettuare la revisione in modo professionale, c’è quello della formazione permanente, con la necessità di maturare 20 crediti annuali, 60 nel triennio. La mancata o incompleta maturazione di questi crediti verrà sanzionata con una sanzione amministrativa pecuniaria che può arrivare a 2.500 euro. Il fatto che la gran parte dei 140 mila revisori iscritti al Registro sia anche iscritto all’Albo dei dottori commercialisti crea anche un’altra complicazione, perché il decreto legislativo prevede esplicitamente anche per i commercialisti l’obbligo di sostenere alcune prove di esame specifiche per l’iscrizione al Registro. Anche se tale necessità viene meno quando la materia è già stata oggetto di uno specifico esame universitario. Gli ordini locali dei dottori commercialisti sono già da tempo impegnati con le università presenti nei rispettivi territori per inserire nei percorsi universitari dei laureati in economia anche le materie richieste per l’iscrizione all’albo, in modo da evitare l’obbligo di sostenere ulteriori esami oltre a quello di abilitazione all’esercizio della professione.
Il decreto legislativo dimentica però un tema fondamentale per avere una revisione di qualità, quindi dei bilanci più credibili: i compensi. La concorrenza tra professionisti e società di revisione è sempre più forte, e in momenti di crisi come quello che da otto anni sta flagellando il Paese, anche queste ultime hanno abbassato le loro pretese economiche. Ma un’attività di revisione fatta in modo scrupoloso richiede tempo, dedizione, professionalità, preparazione. Quindi ha un costo e, se non trova remunerazione sul mercato, non può essere esercitata.
D’altra parte le imprese non hanno alcun interesse a compensare adeguatamente questo tipo di attività: anzi spesso hanno la tentazione di puntare al servizio meno costoso e meno professionale. Una revisione meno diligente consente infatti margini di manovra più ampi nella redazione dei bilanci. Da questo punto di vista l’abolizione delle tariffe professionali (che sole possono garantire un servizio di qualità quando questo non è nell’interesse di chi lo paga) è un boomerang che si ritorce contro l’obiettivo di avere bilanci credibili e trasparenti. L’Antitrust batta un colpo.