Catapano Giuseppe: COSA RENZI PUÒ FARE (E FINORA NON HA FATTO) IN QUEL CONCORSO DI COLPE CHE È LA CRISI EURO-GRECA

Matteo Renzi è, notoriamente, un uomo fortunato. La questione greco-europea, infatti, non solo è lungi dall’avergli procurato problemi – almeno finora – ma gli fa pure maledettamente comodo. Da un lato, infatti, distrae l’opinione pubblica dalle questioni interne, che certo negli ultimi tempi non girano a favore del presidente del Consiglio, e dall’altro consente di stemperare gli irrisolti problemi italiani nella cornice di un disfacimento euro-continentale talmente clamoroso da rendere marginale tutto il resto. Inoltre, molti analisti, e noi con loro, ritengono che in caso di default e uscita dall’euro della Grecia, il conseguente rischio di contagio al resto dell’Eurozona, Italia in testa, sia relativamente contenuto, e comunque non paragonabile a quello corso nel 2011. Certo, nessuno ci potrà risparmiare una fase di risk-off sui mercati, ma la Bce ha tutti gli strumenti, oltre che la ferma volontà, per stroncare sul nascere la speculazione. Sempre che, naturalmente, la fine dell’irreversibilità della moneta unica non disarticoli così tanto l’eurosistema da farlo saltare, perché in quel caso i primi a restare sotto le macerie saremmo noi. In fondo, persino i maggiori costi del debito da rialzo dello spread, pur essendo ovviamente un aggravio di cui il Tesoro farebbe volentieri a meno, potrebbero tornar utili a Renzi, consentendogli di giustificare all’opinione pubblica o una manovra sanguinosa o il dover subire lo scatto delle clausole di salvaguardia (come l’aumento dell’Iva) dando la colpa alla speculazione cattiva (che poi questa narrazione convinca gli italiani è altra questione).

Ma, come sempre nella vita, contare solo sulla buona stella può rivelarsi assai rischioso. Per cui sarebbe utile per lui, e per noi, che Renzi riflettesse su alcune questioni. La prima, e più importante, è relativa al ruolo che l’Italia si è ritagliata nel dipanarsi della crisi greca: nessuno. Si dirà: la partita si è giocata tutta lungo l’asse Berlino-Francoforte-Atene. Vero. Ma noi, pur essendo uno dei maggiori creditori di Atene (36 miliardi), siamo rimasti a guardare, mentre gli altri, Francia in testa, almeno sono stati coinvolti nei tavoli ristretti sulla crisi e hanno partecipato alle consultazioni tra leader, compresa quelle sollecitate da Obama, che ha persino chiamato Cameron, che pure con questa partita c’entra poco o nulla. Eppure lo spazio per una mediazione c’era (c’è?), e avremmo dovuto occuparlo. Magari avendo l’umiltà di andare da Draghi a chiedere consiglio, anziché raccontare (intervista al Sole 24 Ore) che l’Italia è fuori dalla linea di fuoco dei rischi di un eventuale default greco perché “abbiamo iniziato un percorso coraggioso di riforme strutturali, l’economia sta tornando alla crescita e l’ombrello della Bce ci mette al riparo” (solo l’ultima delle tre affermazioni è vera). Certo, il precedente della questione immigrazione – con il governo che prima (a casa) annuncia che detterà le regole d’ingaggio europee in materia di accoglienza e di redistribuzione dei profughi, e poi (in Europa) incassa senza colpo ferire il “vaffa” dei partners Ue – non faceva sperare più di tanto, ma veder andare in scena il film di Renzi che si fa fotografare mentre abbraccia Tsipras e nello stesso tempo lascia trapelare l’appoggio sostanziale ai tedeschi, fa male al nostro orgoglio nazionale. Dunque, Renzi smetta di essere lupo nelle scaramucce domestiche e pecora nei teatri internazionali.

Anche perché in Europa si è aperta una fase in cui occorre decidere da che parte stare: o facciamo come gli spagnoli, che si sono aggregati ai paesi del nord nel fare squadra con la Germania, lucrando tutti i vantaggi che ne derivano e tenendo di fatto aperte le porte a Putin (come fa la Merkel), o abbiamo la forza di creare un’opposizione reale (non a chiacchiere) allo strapotere tedesco e diventiamo il perno di un’Europa non germanocentrica che approfitta della posizione americana per diventare il punto di riferimento atlantico nell’eurozona. O, come preferiremmo noi, ci candidiamo a recitare un ruolo di mediazione e cerniera, partendo dal presupposto che nella vicenda euro-greca esiste un clamoroso “concorso di colpe” – che somma, da un lato le responsabilità storiche dell’incompiuta europea (solo la moneta senza la preventiva creazione dello Stato federale europeo) e quelle di una politica economica ottusamente rigorista, e dall’altro i peccati capitali di una classe dirigente greca ignorante e truffaldina – per cui una posizione terza tra Schäuble e Tsipras non solo è possibile, ma anche auspicabile.

Certo, per farlo occorrono idee e credibilità. Alle prime si può sempre attingere, e qui ne forniamo volentieri una noi, mentre la seconda o ce l’hai o nessuno te la può fornire. Ma si può sempre cercare di costruirsela, pazientemente. Per esempio, mettendo tutti intorno ad un tavolo a ragionare sul seguente schema di lavoro: se si obbliga la Grecia a dichiararsi insolvente, non è detto che sia automatica e inevitabile la sua uscita dall’euro, perché non sta scritto da nessuna parte che il default di un paese e la sua partecipazione alla moneta unica siano incompatibili. Partiamo dal presupposto che le due tesi che si stanno scontrando in questo momento rispondono a questa domanda: ci costa di più non far pagare alla Grecia il prezzo dei suoi errori, con il rischio che anche altri paesi si sentano legittimati a fare nuovo deficit e debito (falchi), o viceversa ci costa maggiormente la pressione speculativa che i mercati sicuramente innescherebbero avendo l’uscita di Atene dall’euroclub sancito che l’euro non è più una scelta irrevocabile (colombe)? Ecco, noi dovremmo proporre di rispondere a questo quesito suggerendo un punto di compromesso che da un lato soddisfi il principio di responsabilità cui (giustamente) tiene la Germania, secondo cui quel principio non può operare all’interno dell’euroclub finché l’unione monetaria non mostri di saper “digerire” il default di uno dei suoi membri, e dall’altro eviti di offrire ai mercati l’estro per dissotterrare l’ascia di guerra che nel 2011 portò gli spread ai massimi. E si tratterebbe di un accomodamento che tutto sommato potrebbe andarci bene, perché se è vero che il default ci penalizza in quanto creditori (diretti e come terzo contributore dei fondi europei che hanno in pancia il 60% dei 330 miliardi di debito greco), è altrettanto vero che il primo paese che entrerebbe nel mirino della speculazione se i mercati registrassero la reversibilità dell’euro sarebbe proprio il nostro, con molto più danno.

Sarebbe stato meglio che questa proposta fosse stata fatta nelle settimane scorse, prima che il duo Tsipras-Varoufakis s’inventasse quella trappola (prima di tutto per i greci) che è il referendum. Ma dopo che si saranno contati i SI e i NO – anche se la nostra speranza è che prevalgano gli astenuti (bisogna che siano oltre il 60% essendoci la soglia di validità del 40%) – ci sarà comunque da ricucire la tela strappata. E quello può essere il momento. A patto di esserne consapevoli e di sapere che non bastano 140 caratteri per sistemare le cose.

Catapano Giuseppe informa: Immigrazione, l’incontro con Renzi secondo i presidenti delle Regioni

“A Renzi abbiamo detto che l’immigrazione per la Sicilia in questo momento è un problema economico serio. Mi riferisco ai costi per la sanità, ai costi sostenuti dai Comuni per l’accoglienza dei minori non accompagnati, al fatto che le cifre stanziate sono insufficienti. Bisogna risolvere questo problema e aiutare le città e le comunità che fanno politica dell’accoglienza”, a dirlo è il presidente della Regione Sicilia, Rosario Crocetta, dopo l’incontro con il governo a Palazzo Chigi (vedi anche le dichiarazioni del presidente della Conferenza delle Regioni, Sergio Chiamparino, e del presidente dell’Anci, Piero Fassino). “Il presidente Renzi ci ha detto che questa è anche la linea del governo. Ci rivedremo prossimamente”, ha aggiunto. “Purtroppo – ha aggiunto Crocetta – abbiamo due o tre Regioni che non vogliono collaborare”.
Fra gli insoddisfatti il presidente della Lombardia Roberto Maroni che, al termine del confronto a Palazzo Chigi, ha definito l’incontro con Renzi “assolutamente deludente e inutile: nessuna risposta concreta ai problemi. Continua il caos immigrazione. Il premier ha chiesto unità ma sono solo chiacchiere, io chiedo risposte concrete a piani concreti. Renzi ci ha riconvocato fra 15 giorni. Tornerò, ma spero che non sia come oggi…”.
“Ho chiesto di sapere – ha aggiunto – il luogo dove si fa la verifica di chi e’ richiedente asilo e chi migrante. Non c’è possibilità di distinguerli. Non si puo’ fare un rimpatrio. E’ incredibile. Assolutamente incredibile”.
Di avviso diametralmente opposto il presidente del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani. “E’ stato un incontro positivo e un importante momento di confronto in vista del Consiglio europeo, dove dobbiamo presentarci da Paese unito e forte. E in questo le Regioni e i Comuni possono aiutare molto. Vogliamo andare avanti perché siamo assolutamente convinti che l’Europa deve fare la sua parte e che questo serva – ha continuato Serracchiani – anche in vista di eventuali azioni internazionali che sembrano ormai necessarie e sulle quali l’Europa in prima persona deve spendersi. Ovviamente per fare pressione sull’Europa, per chiederle un impegno concreto, dobbiamo essere noi i primi a dimostrare di essere capaci di fare sistema. E in quest’ottica, non c’è spazio per la demagogia: la situazione è complessa e va affrontata con determinazione e responsabilità. Ho molto apprezzato – ha sottolineato Serracchiani – che il Presidente del Consiglio abbia voluto rimarcare a questo tavolo la specificità di alcuni territori, come il Friuli Venezia Giulia, che sono sottoposti a flussi di terra dai quali derivano problemi aggiuntivi. Un segno d’attenzione che suggella l’accordo concluso con il capo del Dipartimento dell’Immigrazione Mario Morcone in materia di interventi infrastrutturali nella nostra regione”. Nel corso dell’incontro, tra i temi discussi vi sono stati l’esigenza di velocizzare l’espletamento delle pratiche di asilo, la rapida messa a norma degli edifici del demanio pubblico identificati come possibili hub dalle regioni, le risorse da destinare ai comuni per i minori non accompagnati. Nella sua sintesi finale il Presidente del Consiglio ha voluto rimarcare il fatto che “l’Europa per la prima volta si pone il tema del Mediterraneo, e questo è un passo in avanti importante, perché la soluzione è fatta di tanti piccoli passi” e ha rinviato a un altro incontro a breve le proposte “puntuali e operative” che saranno presentate dal Governo al tavolo.
Forti perplessità sono state espressa dal presidente della Liguria. “Ribadiamo che la Liguria è in un momento di crisi economica e sociale e all’inizio di una importante stagione turistica, dunque andrebbe protetta dal continuo afflusso di migranti. Ma temo che non cambierà granché”, ha Giovanni Toti. “Continuerà il piano del governo sullo smistamento dei migranti nelle varie Regioni esattamente come era previsto nel 2014. Quindi i contenuti dell’incontro non sono soddisfacenti”, ha sottolineato Toti. “Il presidente Renzi ci ha detto che ci rivedremo tra 15 giorni e ci relazionerà su cosa abbiamo portato a casa dall’incontro di oggi a Bruxelles tra capi di Stato e di governo. Ma il problema resta l’esecutività del rimpatrio e il blocco dei flussi: su questi due punti non si è ancora imboccata la strada giusta”.
Secondo il presidente del Veneto, Luca Zaia, “dall’incontro non è emerso nulla di nuovo, non sono venute fuori grandi novità: ci aspettavamo relazioni internazionali forti ma non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Noi continuiamo a dire no a nuovi arrivi. Cercheremo di capire dal summit in Europa se la quota di 40 mila è reale o no”, ha proseguito Zaia, secondo il quale “non è un problema di unità. Non è a causa di Lombardia e Veneto se l’Italia è meno forte in Europa come viene detto, semmai mafia capitale ha indebolito l’Italia”. Per Zaia, “profughi e immigrati devono essere aiutati a casa loro. Sono convinto poi che i prefetti dovrebbero ascoltare quel che dice il territorio”. Nel Veneto sono arrivati 4019 immigrati e ne sono transitati oltre 10 mila.
Catiuscia Marini porta avanti l’esempio dell’Umbria: “la nostra Regione ha strutturato un modello di accoglienza che sta funzionando e che è fatto di una rete di solidarietà sul territorio, di presenza del volontariato e della rete sociale, laico e cattolico. E c’è una collaborazione molto stretta dei servizi sanitari regionali, per quanto ci riguarda aggiuntivo alla prima verifica: questo metodo va seguito in una condizione di parità tra tutte le regioni italiane”. La presidente della regione Umbria, con riferimento all’incontro con Renzi, ha sottolineato positivamente la circostanza che si arrivi “finalmente a distinguere tra migranti economici e migranti per motivi umanitari”.
“La delicatezza e l’urgenza del tema profughi dovrebbe indurre tutti a superare il semplice ‘no grazie’, ma è ovvio che lo Stato deve garantire regole condivise e chiare. Purtroppo siamo ancora fermi al primo incrocio, quando invece dovremmo dare risposte che ci si attende da un paese civile, in termini organizzativi oltre che solidali”. Lo dice il Presidente della Provincia autonoma di Trento, Ugo Rossi. “È necessario entrare nel dettaglio della gestione corretta e ordinata di queste situazioni, posto che nessuno si dice contrario ad aiutare persone che si trovano in condizioni disperate e che rischiano la vita”. “Per fare questo – conclude il Presidente trentino – servono risposte concrete, come la velocizzazione delle procedure, o la messa a disposizione di strutture statali per l’accoglienza o, per finire, la possibilità di distinguere tra chi ha diritto d’asilo e chi no, compresa la necessità di lavorare anche sui rimpatri qualora si verificasse questa seconda situazione”.
“Siamo ad un passo dall’ottenere un risultato importante. Dall’Ue, potrebbero arrivare le prime risposte rispetto ad un tema così delicato come l’accoglienza profughi. Un risultato aspettato da anni, che riguarda la gestione dell’emergenza e che, fino ad ora, nessuno governo era riuscito ad ottenere”. Lo ha affermato il presidente della Regione Marche Luca Ceriscioli . E’ “paradossale – aggiunge Ceriscioli – che per la demagogia e il populismo di qualcuno si possa mettere a rischio tutto questo, sacrificando il peso che l’Italia unita può avere se tutte le sue istituzioni, responsabilmente, si mostrano compatte davanti all’Europa. Si deve quindi cogliere appieno questa opportunità. Ognuno deve fare la sua parte, come molte delle regioni hanno fatto in questi anni”.
Soddisfatto per l’esito del confronto il Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti. “Il presidente Matteo Renzi ha voluto, dimostrando una attenzione prima di partire per Bruxelles, dove ci saranno degli incontri su questi temi, ascoltare le Regioni e i Comuni su quanto sta avvenendo. Mi sembra che la sintesi della politica italiana sia giusta e corretta. Civiltà e legalità e sicurezza. Siamo un grande Paese, e questi tre obiettivi possono essere assolutamente tenuti insieme. Civiltà perché è evidente che siamo di fronte a un grande tema di accoglienza che rende la persona e l’essere umano civile – ha proseguito Zingaretti – al tempo stesso legalità, perché’ tutto quello che vuol dire immigrazione richiede anche una grande cura nella capacità di individuare i casi delle persone che arrivano, e quindi rifugiati politici o migranti per motivi economici. Infine sicurezza, che vuol dire un rapporto con Prefetture e Comuni che sia continuo. Mi sembra che sia stata una riunione utile – ha concluso – perché quando ci si presenta in Europa e nel mondo bisogna parlare come sistema Paese”. In merito all’ipotesi di coinvolgere le Regioni nel sistema dell’accoglienza, Zingaretti ha specificato che “questo di fatto già c’è. Pensiamo a questo meccanismo di distribuzione territoriale, nel quale le Prefetture hanno un loro ruolo, ma nei tavoli con esse c’è un coinvolgimento con Regioni e Comuni oggettivo. Quindi, mi sembra che la riunione di oggi sia stata utile per ricostruire un ragionamento globale e permettere al presidente di andare li’ forte anche di un confronto con le Regioni e i Comuni”.
Il presidente della Provincia autonoma di Bolzano, Arno Kompatscher, ha sottolineato l’esigenza di “essere informati tempestivamente sui nuovi arrivi e nella distribuzione sul territorio deve essere tenuto conto delle persone in transito nelle zone di confine. Renzi chiederà la completa revisione dell’accordo di Dublino – spiega Arno Kompatscher – e un’assegnazione delle quote di profughi stabilita a livello europeo”. Una proposta, quest’ultima, che continuerà ad incontrare molte resistenze, e l’appello del premier è quindi rivolto alle singole Regioni, chiamate a collaborare e a mostrare spirito di accoglienza. “La sola Baviera ha lo stesso numero di profughi di tutta Italia – ha spiegato Renzi – alla luce di ciò sono convinto che la situazione sia gestibile”. Per quanto riguarda l’Alto Adige, il presidente della Giunta provinciale, Arno Kompatscher, chiede che venga valutato con attenzione il fatto che si tratta di una zona di confine. “Sul nostro territorio – spiega Kompatscher – non diamo accoglienza solamente ai profughi che ci vengono assegnati dal programma nazionale, ma anche di tutti coloro che vengono respinti al Brennero. Ritengo che questo fatto, anche se si dovesse trattare di numeri marginali, debba essere tenuto in considerazione”. La quota assegnata all’Alto Adige sulla base del numero di abitanti è attualmente pari allo 0,9% , ma il punto centrale affrontato nell’incontro di Palazzo Chigi è stato un altro. “Le Regioni – prosegue Kompatscher – chiedono di essere informate in maniera tempestiva circa l’arrivo di nuovi profughi da accogliere all’interno del proprio territorio, ed è poi stata appoggiata in maniera unanime la proposta del presidente dell’associazione dei comuni Anci, Piero Fassino, che chiede una maggiore collaborazione da parte del Ministero della Difesa per quanto riguarda la rapida assegnazione degli areali militari”.
L’idea del Presidente della Toscana, Enrico Rossi, è che “con la distribuzione in maniera diffusa degli immigrati non abbiamo avuto particolari problemi. Non dico che non sia un problema, ma lo abbiamo gestito. Siamo in grado di sparpagliarli in diversi comuni”. Peraltro è la “stessa collaborazione che avemmo quando era ministro dell’interno Roberto Maroni”. Il fatto centrale, secondo Rossi, è che “si pone il problema del rispetto dell’articolo 10 della Costituzione: colpisce che un Paese povero uscito distrutto dalla guerra ebbe il coraggio di inserire l’articolo 10 nella Costituzione, affermando l’obbligo di dare accoglienza a chi si trova in Paesi dove i diritti umani vengono lesi”.
Per Rossi l’incontro “è andato bene: l’Italia ha il dovere di salvare gli immigrati quando si trovano in mare, fa parte del nostro Dna e della storia. Abbiamo bisogno di un Paese unito anche per chiedere che l’Europa faccia la sua parte”. “La nostra Costituzione – ha ribadito il presidente toscano – parla del dovere di asilo politico per chi fugge da Paesi dove non ci siano libertà democratiche. Noi, in Toscana, dal 2011 – ha concluso – abbiamo praticato l’accoglienza diffusa ed evitato le concentrazioni, bisogna coinvolgere i comuni e il volontariato”.
Il presidente della Sardegna, Francesco Pigliaru, ha posto l’accento sulla necessità di programmare l’accoglienza per evitare lo “scaricabarile” su Regioni e Comuni. Secondo il presidente sardo “non funziona” il meccanismo per cui i prefetti “da un minuto all’altro possano annunciare l’arrivo di 400 o 500 migranti”. Pigliaru ha messo in evidenza che “occorre essere avvertiti per tempo” per far fronte all’accoglienza anche se ha precisato che sui numeri si fanno “eccessivi allarmismi”. Si tratta – ha sottolineato – di alcune migliaia di arrivi in piu’ dell’anno scorso (61 mila circa contro i 59 mila del 2014) nei confronti dei quali tutte le Regioni – ha riferito -, escluse due o tre del Nord Italia che hanno manifestato “qualche malumore”, si sono impegnate a “combattere questa battaglia con Renzi”. Per quanto riguarda la Sardegna, Pigliaru ha sottolineato che “siamo esattamente dentro gli accordi del 2014” per cui “i migranti che vengono attribuiti all’isola sono in proporzione alla popolazione (attorno al 2,5%) e al momento siamo all’interno di questa quota, anzi”, ha detto, “abbiamo qualche spazio”. Pigliaru ha però rimarcato la necessità di regole chiare mentre da questo punto di vista “l’Italia e’ molto indietro” per cui “viviamo un disordine nel quale Regioni e Comuni devono compensare le carenze dello Stato”. Il presidente della Regione auspica quindi che Renzi “prenda in mano la vicenda”. Serve un impegno – secondo Pigliaru – per modifiche normative che consentano di “trattare rapidissimamente” le richieste d’asilo e fare in modo che i migranti vengano accolti in modo decente senza un impatto negativo nei confronti della popolazione. Governo, Regioni e Anci si riuniranno ancora tra quindici giorni per migliorare “con proposte operative” la situazione attuale.

Catapano Giuseppe comunica: Blocco stipendi dipendenti pubblici, illegittimo – sentenza della Corte

È illegittimo ed incostituzionale il blocco degli stipendi dei dipendenti pubblici solo per risparmiare sul disavanzo pubblico: i conti dello Stato devono trovare altre risorse per la loro spending review, ma non possono attingere dalle tasche dei lavoratori; è questa la sintesi della sentenza “scossone” appena emessa dalla Corte Costituzionale avente ad oggetto la legittimità della norma emanata dal Governo ben quattro anni fa (in particolare dal ministro Tremonti) che aveva deciso di congelare gli stipendi dei pubblici dipendenti dal 2011 al 2013; la disposizione è stata poi prorogata per il 2014 dal governo Letta e, infine, per tutto il 2015 da Renzi. Tuttavia, la Corte tira un colpo al cerchio e uno alla botte e, per evitare al Governo un buco da 35 miliardi di euro, salva il passato: in altre parole, da oggi in poi il blocco degli stipendi sarà illegittimo, ma per gli anni pregressi non sarà dovuta, ai dipendenti pubblici, alcuna restituzione. La motivazione – almeno in attesa di leggere quelle ufficiali rilasciate dalla Corte – potrebbe consistere nel fatto che, secondo l’orientamento già manifestato in passato dai giudici costituzionali, una misura d’urgenza – quale appunto il blocco degli stipendi – può essere ammessa solo a condizione che sia “straordinaria”, ossia non ripetuta con cadenza annuale. I conti dello Stato sono “parzialmente” salvi. Non bisognerà cioè trovare 35 miliardi per provvedere alle restituzioni di quanto sottratto ai dipendenti sino ad oggi: a tanto sarebbe, infatti, ammontato il peso della sentenza dalla Corte Costituzionale qualora avesse accolto integralmente le istanze dei ricorrenti. La pronuncia avrebbe minato il patto di stabilità con l’Europa e rischiava soprattutto di far saltare le clausole di salvaguardia contenute nell’ultima legge di Stabilità (in particolare, l’aumento dell’Iva al 25,5% e l’innalzamento delle accise sulla benzina). La vicenda Il Tribunale di Roma e quello di Ravenna, avevano chiesto alla Corte Costituzionale di pronunciarsi circa la legittimità costituzionale della norma che ha disposto il blocco dell’indicizzazione (ossia dell’adeguamento all’inflazione) degli stipendi dei pubblici dipendenti. In pratica, con una legge del 2010, il Governo aveva stabilito che, per gli anni dal 2011 al 2015, il trattamento economico complessivo dei dipendenti pubblici non potesse crescere e adeguarsi al paniere ISTAT, ma dovesse rimanere, in ogni caso, lo stesso di quello già erogato per l’anno 2010. Ciò, comunque, al netto degli effetti derivanti da eventi straordinari della dinamica retributiva, ivi incluse le variazioni dipendenti da eventuali arretrati, conseguimento di funzioni diverse in corso di anno (fermo in ogni caso quanto previsto le progressioni di carriera comunque denominate, malattia, missioni svolte all’estero, effettiva presenza in servizio). Ebbene, questa norma, secondo la Corte Costituzionale è illegittima, ma questa volta non con effetto retroattivo. Quindi, i lavoratori diventeranno creditori dello Stato solo se, da quest’anno, non saranno adeguati gli stipendi al costo della vita. In ogni caso, sarà meglio attendere le motivazioni ufficiali della Corte prima di ipotizzare eventuali scenari futuri. Il comunicato della Corte Costituzionale Per il momento la Corte Costituzionale ha semplicemente diffuso un lapidario comunicato stampa: “In relazione alle questioni di legittimità costituzionale sollevate con le ordinanze R.O. n. 76/2014 e R.O. n. 125/2014, la Corte Costituzionale ha dichiarato, con decorrenza dalla pubblicazione della sentenza, l’illegittimità costituzionale sopravvenuta del regime del blocco della contrattazione collettiva per il lavoro pubblico, quale risultante dalle norme impugnate e da quelle che lo hanno prorogato. La Corte ha respinto le restanti censure proposte“. Come con le pensioni Meno di due mesi fa la Corte Costituzionale aveva già deciso la stessa questione con riferimento, però, alle pensioni: in quella sede, tuttavia, la Corte si era spinta oltre, ritenendo illegittima l’originaria norma sul blocco dell’adeguamento delle pensioni (meglio nota come Riforma Monti-Fornero) e disponendo la restituzione di tutte le somme non versate per gli anni passati. Risultato, il Governo oggi si trova a dover restituire ai pensionati tutti gli scatti dell’inflazione che non ha erogato in questi anni (circa 5 miliardi). L’esecutivo ha emesso un decreto legge per tamponare alla situazione di emergenza, disponendo delle restituzioni ridotte (pari a circa il 10% del dovuto). Questo non ha impedito, evidentemente, ai tribunali di ritenere che ai pensionati siano comunque dovute tutte le somme non elargite in questi anni, e non solo la ridotta misura regalata dal Governo. Tant’è che il Tribunale di Napoli ha accolto il ricorso per decreto ingiuntivo avanzato da un pensionato nei confronti dell’Inps per il pagamento dell’intero non percepito.

Catapano Giuseppe: Tra Marino e Renzi è “Smentita Capitale”. Il premier non ha silurato il sindaco

Battute mai pronunciate, virgolettati inesistenti, ricostruzioni di stampa prive di fondamento. E’ un susseguirsi di smentite lungo i corridoi romani, tra Palazzo Chigi e il Campidoglio. Secondo quanto scrivono oggi alcuni quotidiani, il premier Matteo Renzi avrebbe detto ai suoi fedelissimi che il sindaco di Roma Ignazio Marino non sarebbe “in grado di proseguire” il suo mandato, non per mancanza di onestà, che gli viene senz’altro riconosciuta, ma per difficoltà nel governare la Capitale. Pronta la smentita: alcune fonti di Palazzo Chigi fanno sapere che i virgolettati e le valutazioni su Roma e sul sindaco Marino non sono mai stati pronunciati. D’altra parte, anche Marino, sempre secondo ricostruzioni di stampa, avrebbe fatto alcune “battute” sul governo Renzi. Battute che, ha precisato il Campidoglio stamattina in una nota “sono posizioni prive di qualsiasi fondamento: il sindaco “non ha mai pronunciato le parole e le ‘battute’ sul governo che gli sono state attribuite da alcuni quotidiani oggi”. Il terzo round di smentite su articoli della stampa locale arriva da Guido Improta, assessore alla Mobilita e ai Trasporti e ai Rapporti con l’Assemblea Capitolina, che ieri ha annunciato di volersi dimettere dall’incarico: “Ho sempre avuto il massimo rispetto per i giornalisti e comprendo le difficoltà nel dover scrivere qualcosa di interessante tutti i giorni. Ma non mi si possono attribuire giudizi sul sindaco Marino, che non ho mai pronunciato, come leggo su alcune cronache locali di oggi”

Catapano Giuseppe osserva: Parigi: “Migranti non passano”. Renzi: “Ue solidale o faremo da soli”

Ancora nuovi arrivi di migranti a Ventimiglia (Imperia). Decine di africani, in prevalenza eritrei, sono affluiti con i treni della notte nella città ligure al confine con la Francia, nella speranza di passare la frontiera, bloccata dalla gendarmeria d’Oltralpe.

Alcuni sono radunati in zona stazione, dove le Ferrovie dello Stato tengono aperta anche di notte l’area servizi e sono stati allestiti wc chimici e cabine doccia, altri si trovano nei pressi di Ponte San Lodovico.
Sui controlli della gendarmeria oltre il confine di Ventimiglia è intervenuto il ministro degli Interni francese Bernard Cazeneuve, spiegando che sono dettati dalla volontà di “far applicare le regole europee di Schengen e Dublino”. Cazeneuve ha aggiunto che i migranti che si trovano al confine italo-francese “non hanno il diritto di passare e l’Italia che deve farsene carico”. “Questa è la legge europea”, ha rimarcato in un’intervista all’emittente Bfmtv, riferendosi alle regole di Dublino II, secondo cui è il primo Paese di accoglienza quello che deve farsi carico dei richiedenti asilo.

“I migranti dall’Africa occidentale, migranti economici irregolari – ha continuato – devono essere respinti alla frontiera. E poi ci sono quelli che sono considerati rifugiati, dei quali dobbiamo esaminare la loro domanda d’asilo”, per questo serve “una politica europea di accoglienza”. Cazeneuve ha chiarito che la frontiera italo-francese a Ventimiglia “non è chiusa”, semplicemente la Francia sta effettuando controlli per far rispettare le regole europee secondo cui i migranti registrati in Italia devono essere “riammessi” in quel Paese. “Non c’è alcun blocco delle frontiere – ha precisato – perché noi siamo uno spazio aperto, c’è semplicemente il rispetto, al confine franco-italiano, delle regole di Schengen e Dublino”.

Il ministro ha poi ricordato che “dall’inizio dell’anno sono arrivati in Grecia 50mila migranti, 50mila migranti sono arrivati in Italia… Si tratta di migranti economici irregolari, che provengono dall’Africa dell’ovest e che sono in fuga non per ragioni collegate alle persecuzioni, ma alla volontà di vivere meglio in Europa. Noi non li possiamo accogliere, bisogna che siano riportati alla frontiera, che ritornino in Africa”.

Il premier Matteo Renzi ha ribattuto che sulla questione dei flussi migratori “l’Europa deve farsi carico di risolvere tutti insieme il problema”, ed “è evidente che le posizioni muscolari che alcuni ministri dei nostri Paesi amici stanno avendo vanno nella direzione opposta”. “Se l’Europa vuole essere l’Europa ha il dovere di affrontare il problema tutti insieme – ha scandito – Se non sarà così faremo da soli, siamo in condizione di affrontare il problema. Questo è il nostro piano B, siamo un grande Paese. Ma non sarebbe una sconfitta per l’Italia ma per l’Europa”.

“L’Europa è a un bivio, se vuole essere la comunità di persone come noi l’abbiamo sognata, immaginata e costruita deve farsi carico di risolvere tutti insieme il problema drammatico di chi viene dall’Eritrea fuggendo dalla dittatura, entra in Libia terra di nessuno e affidandosi a schiavisti cerca di avere rifugio in Europa. Questo è il piano A, la soluzione migliore e preferita”, ha spiegato il premier, dicendosi convinto che “Juncker abbia nel Dna i valori e la volontà di affrontare il problema come una comunità solida e solidale, e quindi sia in condizione di fare proposte all’altezza”.

“Che senso ha che l’Europa ci dice tutto sui vincoli economici e poi lascia morire le persone per chiudere le frontiere? Se così sarà ne prenderemo atto, muovendoci in autonomia come Italia, ma sarebbe una sconfitta per tutta l’Europa”, ha ribadito il presidente del Consiglio. “L’Italia non può consentire a nessuno, alla Francia come nessun altro, di avere navi nel Mediterraneo e lasciarle lì”, ha aggiunto Renzi.

Una portavoce della Commissione europea ha riferito che il commissario Ue agli Affari interni, Dimitris Avramopoulos, incontrerà i ministri degli Interni di Italia, Francia e Germania a margine del Consiglio Ue di domani a Lussemburgo che si occuperà principalmente di immigrazione.

La Commissione europea sta verificando con Francia e Austria il rispetto delle regole di Schengen dopo che numerosi migranti sono stati bloccati al confine con l’Italia. “Siamo in contatto con tutte le autorità nazionali francesi e austriache per verificare qual è la situazione sul terreno. Tutti gli Stati membri devono rispettare gli accordi di Schengen e il sistema comune di asilo”, ha rimarcato la portavoce dell’esecutivo Ue, aggiungendo che la Commissione europea “non è a conoscenza di piani B” dell’Italia per la gestione dell’immigrazione.

MILANO – A Milano si è svolto un vertice straordinario in prefettura per discutere dell’emergenza profughi. Al termine il ministro dell’Interno Angelino Alfano ha detto che “domani sarà consegnato il Cara alla Croce Rossa Italiana con 200 posti in più a disposizione per l’accoglienza e la stessa cosa sarà fatta con il Cie, del quale verrà autorizzata l’estensione della capacità di accoglienza. In questo modo l’ordine sarà completamente ripristinato e i presìdi di polizia alla Stazione Centrale potranno tornare ad occuparsi di sicurezza”.

ROMA – Daniel Zagghay, coordinatore del Baobab, ha spiegato all’Adnkronos la situazione nella struttura di via Cupa a Roma che da giorni ospita i ‘transitanti’ eritrei e etiopi. “La notte scorsa abbiamo dato ospitalità a 410 persone, la metà rispetto a tre giorni fa. Più di 80 i bambini – ha riferito – Ieri sono partite circa 150 persone e ne sono arrivate una quarantina, un numero basso rispetto ai giorni precedenti. Questa mattina gli arrivi sono stati solo quattro”. Anche la notte scorsa qualcuno ha dormito fuori dalla struttura, lungo via Tiburtina: “Erano circa una ventina e abbiamo cercato di indirizzarli verso la Croce Rossa ma erano stanchi e già dormivano. Oggi cercheremo di prevenire questa situazione”.

“Stiamo continuando a distribuire pasti. In questi giorni è arrivato di tutto: tantissime persone sono venute a portare nel centro cibo, vestiario. Al momento – ha sottolineato Zagghay – quello che serve è soprattutto cibo, vestiti per bambini, prodotti per l’igiene personale e per la pulizia degli ambienti. E i volontari sono i benvenuti anche per organizzare gli aiuti che arrivano, per distribuirli”.

Giuseppe Catapano: Alitalia rinnova brand e livrea

«Alitalia è veramente un marchio sexy»: parole del vice presidente di Alitalia e presidente e ad di Etihad James Hogan, presentando la nuova livrea nell’hangar Avio 7 della compagnia aerea all’aeroporto di Fiumicino, con il tricolore “allungato” sulla carlinga, con il nome Alitalia e la scritta Etihad in piccolo, al lato del portellone anteriore. A bordo sono presenti importanti marchi italiani, quali i pellami Poltrona Frau, che ha disegnato i rivestimenti delle poltrone della nuova business class, le lenzuola Frette, le porcellane Richard Ginori e i kit di prodotti di benessere Ferragamo. E grazie a un accordo siglato con i sindacati verranno assunti 310 dipendenti. Come ha detto il presidente del consiglio Matteo Renzi, anche su twitter, «Alitalia torna in pista, pronta su nuove rotte. Vola Alitalia, viva l’Italia».

Visibile la soddisfazione da parte del presidente di Alitalia, Luca Cordero di Montezemolo: «Etihad risulta un partner perfetto in termini di complementarietà e faremo un piano di voli importante anche per il sud Italia, e anche per collegare Bologna, l’Emilia, la Sicilia ai grandi paesi dell’Africa e dell’estremo oriente dove c’è business e dove c’è fortunatamente grande fame del nostro Paese». Montezemolo ha sottolineato la partenza del nuovo volo Roma-Seul e dopo l’estate del collegamento Roma-Pechino: «Un grande sforzo per portare l’Italia nel mondo ma anche per portare il mondo in Italia, con un lavoro di squadra che porti ad affrontare i nuovi mercati in un’ottica di promozione dell’Italia in quei paesi». E parte oggi sui quotidiani la nuova campagna pubblicitaria di Alitalia. Protagonisti sono gli stessi dipendenti della compagnia autori di messaggi firmati da cui traspare la passione e l’impegno per la nuova Alitalia che punta a diventare un vettore premium riconosciuto in tutto il mondo.
«Fin dal primo giorno abbiamo lavorato insieme sul marchio, abbiamo sviluppato il business per rendere ancora più forte il mercato domestico e internazionale. E non solo Etihad, ma anche altri investitori hanno preso un grande impegno per ricostruire la vostra compagnia aerea e riportare il valore di Alitalia in modo più incisivo e più importante nel mondo. Noi non guardiamo al passato, niente politica: una compagnia aerea deve essere un’attività commerciale, e questo ha dato fiducia agli investitori», ha detto Hogan, parlando a Fiumicino ai dipendenti della compagnia aerea. Inoltre, «insieme con la nostra stessa compagnia aerea, copriamo 620 destinazioni, abbiamo 720 aeromobili e contiamo oltre 120 milioni di passeggeri. E poi abbiamo Sky Team. Insomma, siamo in ottima forma». Sottolineando: «Come già dissi fin dal primo momento, Alitalia è veramente un marchio sexy che attrae, un marchio che credo sia proprio inserito nel vostro dna». Infine, ecco l’ottimismo: «Voi sapete benissimo come gestire la compagnia aerea, non dovete temere la sfida e i cambiamenti. Noi siamo venuti come partners per vincere insieme e insieme con voi vincerò».

Quindi l’amministratore delegato di Alitalia, Silvano Cassano: «Siamo fortemente determinati a riprenderci le quote di mercato che ci competono. Alitalia deve diventare una smart company, quindi dobbiamo unire la tecnologia alla passione. Vogliamo sviluppare nuove rotte portando il paese e gli italiani nel mondo e il mondo in Italia». Cassano si è anche soffermato sulla ristrutturazione e sui nuovi servizi di bordo che a mano a mano coinvolgeranno tutti gli aerei della flotta: «La business sarà una vera e propria first class con kit esclusivi, servizi in porcellana e il cliente che può scegliere di mangiare quando lo desidera senza orari prestabiliti. Anche la nuova primary economy diventa una sorta di business class, mentre la ristrutturazione della nuova economy riguarderà entro il 2017 tutti gli aerei con un nuovo design delle poltrone, wi-fi ed altri servizi personalizzati».

Catapano Giuseppe osserva: HA VINTO IL PARTITO DELLA SFIDUCIA HANNO PERSO BERLUSCONI E RENZI ORA CI ASPETTANO GRANDE INSTABILITÀ E (FORSE) ELEZIONI ANTICIPATE

Dopo aver scritto sabato scorso, prima del voto, quali sarebbero state le corrette chiavi di lettura da usare per esaminare il risultato delle elezioni regionali e le sue ripercussioni politiche, eccoci ora pronti ad applicarle. Partendo dalle conclusioni: le elezioni le ha vinte il “partito della sfiducia” e le hanno perse Renzi e Berlusconi, a causa del frettoloso abbandono del “patto del Nazareno”; la conseguenza sarà un loro progressivo indebolimento che porterà, presumibilmente, alla frantumazione delle attuali forze politiche e alla nascita (o riaggregazione) di nuove. Con una alta probabilità che il tutto sfoci in elezioni anticipate nella prossima primavera. Vediamo in dettaglio.

1) se fate la somma tra l’astensione e il voto dato ai due partiti “anti-sistema”, il movimento 5stelle e la Lega, si arriva a circa il 65% degli aventi diritto, di gran lunga il partito che esprime la maggioranza assoluta degli italiani. Certo, una quota di astensionismo è fisiologica, e il non voto “consapevole” non può essere mischiato con il voto di protesta dato ai grillini o a Salvini – della serie non tutti gli sfiduciati sono incazzati allo stesso modo – e dunque la somma che abbiamo fatto è per molti versi arbitraria. Tuttavia, la dice lunga sul fatto che, pur prendendo forme diverse, il clima di pessimismo che si respira nel Paese dall’inizio della grande crisi (2008) non solo non è cambiato, ma si è addirittura aggravato. E non crediamo, caro Renzi, che siano tutti “gufi” menagramo.

2) il Pd, l’anno scorso alle europee, aveva ottenuto il 40,8%, un risultato strepitoso, conseguito soprattutto a scapito del centro e del centro-destra e soprattutto al Nord, voto su cui Renzi aveva costruito la sua legittimità politica (dopo il blitz anti-Letta) e basato il suo futuro. Ora – secondo l’analisi, sempre accurata, dell’Istituto Cattaneo di Bologna – il Pd è sceso al 25,2% perdendo in assoluto circa due milioni di voti, nonostante che tre delle sette regioni in cui si è votato siano storicamente “rosse” (Toscana, Umbria e Marche). Quindici punti percentuali in meno, un livello persino inferiore, seppur di poco, a quel 25,9% che la Ditta di Bersani prese alle regionali del 2010 e che Renzi ha sempre indicato come il risultato inevitabilmente modesto di un partito perdente per indole. Non che quel giudizio fosse sbagliato, anzi, ma proprio per questo ora è inevitabile dire la stessa cosa del Pd di Renzi. Il quale perde a sinistra (prevalentemente a favore dell’astensione) e conferma solo marginalmente il voto moderato che aveva conquistato dando l’impressione di essere un riformista deciso a chiudere per sempre con la storia comunista e pansindacalista del suo partito. Ora, è vero che governare a lungo andare logora e che nel Pd c’è chi ha marciato contro – occhio, però, perché chi semina vento raccoglie tempesta, da che mondo è mondo – ma una botta simile non può essere sottovalutata né tantomeno nascosta (come invece si è cercato puerilmente di fare).

3) Forza Italia scende al 10% ma soprattutto cede il passo alla Lega, sia a quella in versione lepenista di Salvini sia a quella moderata di Zaia e Tosi pur concorrenti tra loro (ma se quei voti si sommano, il centro destra a trazione leghista moderata vale quasi tre volte il Pd di Renzi, che solo un anno fa aveva “conquistato il Veneto”). Questo significa che Berlusconi ha ulteriormente perso centralità sulla scena politica e non potrà recitare altro ruolo che quello del comprimario o, al massimo, del padre nobile (si fa per dire) di un aggregazione di centro-destra di cui non si vedono i contorni, anche perché è tutto da verificare se a Salvini convenga attenuare le sue tinte forti per tentare un improbabile scalata a palazzo Chigi o non piuttosto accentuarle per intercettare quanta più rabbia degli italiani possibile (e in giro ce n’è davvero tanta) ritagliandosi il ruolo a lui più confacente di capo di un’opposizione urlante e irriducibile.

4) le sconfitte di Renzi e Berlusconi hanno ragioni differenti, ma è evidente che ne abbiano una comune: l’abbandono del “patto” che li legava e che rendeva la loro alleanza, pur costruita solo su basi di potere, rassicurante per molti, probabilmente per la maggioranza degli italiani. Infatti, agli occhi degli elettori centristi il “patto del Nazareno” dava la certezza che il Pd fosse votabile nonostante le ascendenze, mentre a quelli più a destra restii a farlo ma convinti che a Renzi non ci fossero alternative, il governo ombra dava la certezza che quello al Cavaliere non fosse un voto sprecato. Dopo la rottura avvenuta sul Quirinale – per ingenuità di Berlusconi e per arroganza di Renzi – questo meccanismo di reciproca legittimazione è andato a farsi benedire, ed entrambi hanno pagato un prezzo elettorale altissimo. E non facilmente riassorbibile. Anche perché entrambi appaiono sempre meno quegli argini ai diversi populismi che si erano proposti di essere.

5) il governo ne esce indebolito nella misura in cui le tensioni dentro i partiti, a cominciare da quelle addirittura clamorose (vedi Bindi-De Luca) che dilaniano il Pd, saranno distraenti e condizionanti. In parlamento, e in particolare al Senato, ci potrebbero essere sorprese su alcune riforme, da quella della scuola a quella costituzionale. Mentre il processo di sfaldamento di Forza Italia da un lato e, dall’altro, la sempre più difficile possibilità di normalizzare il Pd – con i veleni campani destinati ad aumentare più che ad essere riassorbiti – rappresentano altrettante spinte centrifughe che renderanno progressivamente sempre più instabile la politica, peraltro sottoposta a nuovi logoramenti di natura giudiziaria. Il risultato sarà un crescente bisogno di elezioni anticipate, che lo stesso Renzi avrebbe dovuto perseguire già da tempo (ci ha pensato molto, ma gli è mancata, strano a dirsi per uno come lui, la necessaria determinazione) e che ora potrebbero tornargli utili

Catapano Giuseppe osserva: Salvini, l’alternativa a Renzi sono io

“La Lega e’ l’alternativa piu’ seria a Renzi oggi in Italia”. Cosi’ il leader del Carroccio Matteo Salvini, ha sottolineato che i dati raggiunti dal suo partito evidenziano come il “progetto” a cui ha lavorato in questi mesi “non riguarda solo i ‘campi rom’, ma anche agricoltura, pensioni, economia. Abbiamo dimostrato di essere credibili”. “Non voglio minestroni o ammucchiate”. “Si vince con idee chiare e coraggiose”. Dunque ben vengano le coalizioni, pronto a discutere con tutti, assicura Salvini, “ma con dei paletti”: ad esempio “Alfano e’ sparito, chi sta governando con Renzi non puo’ costruire l’alternativa a Renzi”. “Queste elezioni regionali e locali hanno un valore nazionale”, ha aggiunto Salvini. “In alcuni casi la Lega triplica e quadruplica la sua presenza. In Toscana siamo ora al 16%. Dal voto di oggi esce dalle urne un’alternativa al renzismo. I numeri ci dicono che dobbiamo sfidare e possiamo battere Renzi. In Liguria se fossimo andati da soli avremmo ottenuto un grande risultato ma ho preferito fare un passo indietro per vincere le elezioni”. “Il centrodestra ha i suoi problemi e oggi non c’e'”, cosi’ Salvini risponde a Berlusconi. Con Alfano e con chi sta con Renzi non e’ possibile alcuna alleanza. Ma il centrodestra si puo’ costruire”. “Tosi è stato un ottimo sindaco ma ha scelto di farsi del male. Chi esce dalla Lega lo fa per sempre”, ha concluso.

Catapano Giuseppe osserva: Pensioni, Renzi: non avrebbe senso dare 18 miliardi a chi sta già bene

“La sentenza della Consulta avrebbe imposto al governo di ripagare 18 miliardi di euro ma i cittadini sanno che non ha senso spendere 18 miliardi per dare i rimborsi anche a chi sta abbastanza bene o bene”. Così il premier Matteo Renzi a Porta a Porta, sottolineando “abbiamo risolto un problema in giro di 15 giorni e abbiamo recuperato credibilità in Europa”. “L’impegno del governo è chiaro ed è: liberiamo dalla Fornero quella parte di popolazione che accettando una piccola riduzione può andare in pensione con un po’ più di flessibilità. L’Inps deve dare a tutti la libertà di scelta”, ha detto Renzi, a Porta a Porta, sul progetto di revisione della riforma delle pensioni. “Senza fare promesse, altrimenti dicono che è una promessa elettorale,” dico che “con la legge di stabilità stiamo studiano un meccanismo non per cancellare la Fornero ma per dare un po’ di libertà se ad esempio a 61 anni vuoi andare in pensione e accetti di prendere quei trenta euro in meno”, aggiunge. “Gli italiani sono intelligenti. Bisogna dire che su tu vai in pensione a questo livello prendi x. Se vai in pensione a questo altro livello, prendi questo. Scegli tu!”. “Per cambiare la scuola bisogna avere il coraggio di vincere alcuni tabù”, ha detto Renzi. “Non avevo sottovalutato gli insegnanti, ero certo che sulla scuola ci sarebbe stata una manifestazione di piazza fortissima. No, non ho frenato ma non sono stato bravo a comunicare la riforma”. In mattinata era stato il ministro del lavoro Giuliano Poletti a spiegare a Repubblica: “Non ci siamo fatti uno sconto. Ci siamo assunti la responsabilità di decidere e di non fare giochetti come non raramente è capitato in questo Paese. Non abbiamo trattato i cittadini come se non fossero in grado di comprendere. Abbiamo detto con chiarezza quello che si poteva fare nel contesto dato”. Lo ha detto a Repubblica il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, spiegando che la decisione sul rimborso delle pensioni e’ stata presa “nel rispetto della sentenza della Corte Costituzionale e nelle compatibilità economiche possibili”. “Ai due miliardi e 180 mln che costerà il pagamento degli arretrati vanno aggiunti i 450-500 mln che dal 2016 ci costerà ogni anno l’indicizzazione dei trattamenti che finora erano stati bloccati”. La strategia dell’esecutivo riceve anche il plauso di Carlo Cottarelli. -“Il governo ha confermato gli obiettivi di deficit precedenti alla sentenza della Consulta. Oltre al fatto che le regole europee devono essere rispettate, il debito pubblico italiano e’ molto alto e c’era poco spazio per spendere di piu’. Il Governo ha fatto una cosa giusta”, ha detto l’ex commissario straordinario per la spending review ed attuale direttore esecutivo del Fondo monetario internazionale intervenendo a Radio Anch’io. “La realtà – ha proseguito – è che la spesa per pensioni in Italia è intorno al 16,5% del Pil, la più alta di tutti i paesi europei. All’interno di questa ci sono delle voci che in altri paesi sono comprese sotto la voce ‘assistenza’. É un peso molto elevato sulla spesa pubblica che toglie spazio ad altre spese”. Alla luce della sentenza, secondo Cottarelli “occorrerebbe fare un provvedimento ben disegnato e si può pensare a vari modi per intervenire, prima fra tutti far sì che le pensioni siano calcolate in base ai contributi, sempre piu’ elevate rispetto ai contributi effettivamente versati dai cittadini”.Poletti è anche intervenuto sulla legge Fornero. Per il ministro è necessario modificarla e favorire una maggiore flessibilità in uscita, anche per favorire una vera staffetta generazionale.

Ue,bene impegno governo su rispetto vincoli bilancio

Un placet arriva anche dalla Commissione europea che, prendendo nota del decreto sulle pensioni con cui il governo ha annunciato ieri di voler attuare la sentenza della Corte Costituzionale sul blocco alle indicizzazioni, ha accolto con favore l’impegno del governo a mantenere gli obiettivi di bilancio per il 2015, pur riservandosi di esprimere un giudizio definitivo solo dopo che il testo ufficiale del decreto sara’ disponibile. La Commissione, prendendo atto del decreto pensioni, “accoglie con favore l’impegno del governo di mantenere gli obiettivi di bilancio indicati nel programma di stabilità 2015,” si legge in una nota di un portavoce dell’Esecutivo Ue.
“Sulla base degli annunci del governo, l’analisi della Commissione del programma di stabilità dell’Italia, basato sulle previsioni economiche 2015, rimarrebbe invariato,” aggiunge la nota, che però precisa che “una verifica definitiva dell’impatto del decreto sul bilancio sarà fatta quando il testo ufficiale (del decreto) sarà a disposizione.

Giuseppe Catapano informa: RENZI IN STILE CAMERON? PRO E CONTRO IN VISTA DI ELEZIONI CHE SARANNO UN ESAME SEVERO PER IL GOVERNO

Si è diffusa l’idea che quattro milioni di pensionati in ansia per le conseguenze della sentenza della Consulta sulla legge Fornero, che gli insegnanti e gli studenti scioperanti per la riforma della scuola, che i dipendenti pubblici sul piede di guerra, e che i disillusi di Renzi – fans della prima ora, via via andati perdendo fiducia – siano complessivamente un numero tale da poter tirare un brutto scherzo al presidente del Consiglio in occasione delle elezioni regionali che si terranno fra due settimane. Non sappiamo francamente se sia davvero così, e comunque ci sottraiamo come sempre alla lotteria dei sondaggi e delle previsioni. Notiamo però alcune cose. Alcune a favore di Renzi. Primo: è fisiologico perdere consenso in corso d’opera; anzi, più se ne perde più può essere il segnale che si stanno prendendo decisioni – giuste o sbagliate che siano – senza l’ansia di voler accontentare tutti e piacere a tutti. Secondo: Renzi ha scientemente spaccato il Pd, per trasformarlo in qualcosa che fosse libero dai condizionamenti vetero-comunisti di una parte della “vecchia ditta” e vetero-cattocomunisti di quella che una volta era la sinistra DC più ideologica. Se pagasse un prezzo elettorale a sinistra sarebbe normale – e, immaginiamo, calcolato – e comunque andrà verificato quanto questa operazione gli consente di recuperare al centro, nel corpaccione maggioritario dell’elettorato moderato. Se anche fosse che si becca il 30% anziché il quasi 41% delle europee, risulterebbe pur sempre il primo partito e sarebbe molto più libero politicamente. Dunque, nel caso, il gioco sarebbe valsa la candela. Terzo: i nemici di Renzi, pur essendoci molti motivi buoni per criticarlo, continuano invece a usare argomenti logori (“va troppo veloce”), esagerati (“l’Italicum cancella la democrazia”) e conservativo-corporativi (“no ai presidi sceriffo nelle scuole”), mostrando di non avere alcun progetto riformatore alternativo. Così, alla fine, anche chi non è del tutto convinto dell’azione del governo e trova urticanti certi modi e toni di Renzi, finisce per votarlo, aiutato dal sempre più gettonato concetto che “non c’è alternativa”.

È pur vero, però, che a sfavore del presidente del Consiglio militano altri argomenti. Primo: se ricevi una scomoda eredità come il “caso pensioni” non puoi rispondere, come ha fatto Renzi, “ci inventeremo qualcosa”. Secondo: se vuoi introdurre la meritocrazia nella scuola (sacrosanto intendimento) non puoi mettere sul piatto l’assunzione di 160 mila precari, orrenda toppa a un buco pluriennale, e per di più beccarti i sindacati che ti spernacchiano. Su questo tema condividiamo il giudizio, sereno ma tagliente, di Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli, secondo cui l’operazione precari “avrà effetti molto negativi, abbassando la qualità della scuola e ostacolandone il rinnovamento per molti anni a venire, perché senza una preventiva analisi dei profili necessari si adotta la logica assumiamo questi insegnanti e poi vediamo che cosa gli possiamo far fare”. Terzo: è inutile ostinarsi a declamare che l’economia ha svoltato, perché non è vero e chi lo constata quotidianamente si irrita a sentirselo dire. E noi, che non temiamo di passare per gufi (ci siamo abituati), azzardiamo persino di dire che i nostri fondamentali economici sono ancora con i piedi ben piantati nella recessione. Si pensi solo a questo: abbiamo fatto nel primo trimestre +0,3%, abbiamo messo in cascina su base annua due decimi di punto, tutte le stime (ultima quella di S&P) ci dicono che chiuderemo il 2015 a +0,4% e la massima ambizione è di smentire queste nefaste ipotesi confermando la previsione del governo di +0,7%. Risultati modesti in assoluto, ma che diventano negativi se si considera che sono stati e saranno conseguiti in un contesto favorevole senza precedenti (tassi, cambio, prezzo del petrolio, liquidità Bce), senza il quale saremmo ancora con il segno meno davanti. Quarto: il decisionismo di Renzi in materia di legge elettorale e riforme istituzionali non paga. Non perché gli italiani che nel merito ha smontato sia l’Italicum che il nuovo Senato, ma perché – a torto, sia chiaro – non considerano prioritario il tema.

Dunque, vedremo cosa uscirà dalle urne. Una cosa è certa: Renzi ha commesso l’errore – che gli deriva da quello di voler essere anche il segretario del Pd – di politicizzare l’appuntamento elettorale. Lo fece con le europee, gli ha detto bene e ci ha campato sopra per un anno, ma ora potrebbe anche doversene pentire. In tutti i casi sgombriamo preventivamente il campo da paralleli impropri: la vittoria di Cameron e l’Italicum di Renzi. Si è scritto che i Tory hanno vinto le elezioni con il 36% dei voti, e nessuno ha gridato allo scandalo. Ma lo storico maggioritario inglese non ha nulla da spartire con l’Italicum, e i candidati conservatori (tutti scelti dagli elettori) hanno conquistato 330 collegi uninominali, e se Cameron non disponesse della maggioranza assoluta, adesso sarebbe al lavoro per formare un governo di coalizione, senza dover ricorrere al ballottaggio tra le prime due liste. Detto questo, rimaniamo dell’idea che un sistema, il first-past-the-post, in cui un partito (Ukip) che prende quasi quattro milioni di voti pari al 12,6% e porta a casa un solo seggio mentre un altro (lo Snp) ne ottiene 56 con solo il 4,7%, sia a dir poco bizzarro, e comunque non rispondente al dna italiano. Una cosa, invece, è vera e non si è detta: il pragmatismo a-ideologico di Renzi – a volte usato bene, altre male, ma questo è un altro discorso – lo rende molto più somigliante a Cameron che ai laburisti. E non solo a quelli un po’ radicali di Miliband, ma anche a quelli riformisti di Blair. E questo elemento di genetica politica vedrete che, dopo le regionali, terrà banco. Ma ci torneremo a giugno, quando il quadro politico sarà costretto a fare i conti con il risultato elettorale.