Giuseppe Catapano osserva: Catasto, riforma bloccata. Niente decreto in consiglio dei ministri

Salta la riforma del catasto. Il secondo decreto attuativo della delega fiscale in tema di immobili non arriverà invece sul tavolo del consiglio dei ministri. Un testo molto atteso sulla cui base ricalcolare tutti i valori catastali. Ma quel testo bisognerà aspettarlo ancora, perché a pochi giorni dalla scadenza della delega fissata per il 27 giugno si è scoperto, grazie alle simulazioni curate dall’Agenzia delle Entrate, che le nuove rendite diventerebbero in generale molto più alte e in alcuni casi arriverebbero alle stelle. Così l’invarianza di gettito delle imposte sulla casa, Imu e Tasi, sarrebbe in pericolo, Anche perché sarebbe difficilissimo agire sulle aliquote di Imu e Tasi per ridurle, sia perché bisognerebbe stabilire se intervenire a livello nazionale o locale, sia perché sarà necessario capire come il nuovo sistema potrebbe funzionare con la local tax, la tassa unica per i servizi erogati dagli enti locali annunciata più volte dal presidente del consiglio Matteo Renzi. Secondo i primi calcoli, i valori degli immobili ottenuti con la nuova formula aumentano in centro e in periferia, nonostante lo sconto del 30%, inserito nel decreto per attutire i rialzi. Le abitazioni oggi classificate come economiche e popolari (A3 e A4), soprattutto nei centri storici, spiccano letteralmente il volo: A Napoli il valore di una casa popolare in centro sale di sei volte. A Venezia di cinque. A Roma di quattro. Una rivalutazione giusta per le abitazioni ormai non più popolari e legate a un catasto ormai vecchio. Ma i tecnici temono che a un aumento troppo brusco delle rendite corrisponda un aumento altrettanto brutale del gettito da immobili, ora fisato a 24 miliardi tra Imu e Tasi per prime e seconde case. Sarebbe un ulteriore colpo per il mercato immobiliare. In ogni caso, con il decreto che oggi il consiglio dei ministri avrebbe dovuto approvare, sarebbero stati necessari cinque anni per completare la riforma del catasto. Le linee generali del dlgs non approvato prevedono che il valore patrimoniale degli immobili sarà determinato dall’Agenzia delle entrate (divisione ex Territorio) mediante stima diretta, con processi uniformi a livello nazionale e con parametri specifici per ciascuna categoria catastale, elaborati da Sose. Le funzioni statistiche (cioè il rapporto tra valori di mercato e le caratteristiche dei fabbricati) e i relativi ambiti di applicazione, validati dalle commissioni censuarie, saranno adottati con decreti del ministero dell’Economia e delle finanze. Alla procedura collaboreranno i comuni. L’amministrazione, in caso di insufficienza di risorse umane, potrà anche chiedere l’aiuto di ordini e collegi professionali, per le attività di rilevazione e di stima. I contribuenti potranno opporsi alle nuove rendite ricorrendo al giudice tributario. Durante la riforma degli estimi, comunque, i comuni non potranno procedere ai riclassamenti delle microzone già previsti dalla legge n. 311/2004.

Giuseppe Catapano: VOLTAGABBANA ITALICI E LEADER STRANIERI, È INIZIATA LA FUGA DA RENZI VERSO…

Vien voglia di difenderlo, Matteo Renzi, ora che tutti gli adulatori di ieri prendono le distanze o addirittura gli voltano la schiena. “Giglio Magico, avete un problema, il vostro Renzi sta diventando un primo ministro come gli altri: chi lo ha plebiscitato alle primarie e ha dato il 40% dei voti europei al Pd lo ha fatto per avere Matteo, se avesse voluto un leader imbalsamato si sarebbe tenuto Letta, che era più competente”, ha sdottoreggiato Massimo Gramellini sulla Stampa, gli stessi, autore e giornale, che hanno intonato lodi sperticate al Rottamatore da quando ha messo piede a palazzo Chigi. Ed è solo uno dei tanti esempi di chi – vecchia abitudine italica – giudica partendo dai dati elettorali anziché dai fatti. Nessuno di questi, al contrario di noi, si era guadagnato l’appellativo di “gufo” prima del voto. Non una critica, non un appunto (della serie meglio tenerselo buono). Poi, vista la botta che gli hanno assestato gli italiani, ecco le supponenti analisi su che cosa non va, sulla spinta propulsiva che si è esaurita. Ecco che di colpo si scopre che sui migranti è afono, che in Europa non batte chiodo, che la riforma della scuola è un pasticcio, che su Cdp ha fatto un gran casino, che l’Italicum gli tornerà sui denti come un boomerang. Giudizi crudi, espressi come se glieli avessero sempre detti in faccia. Veri e propri professionisti delle “previsioni sul passato” che, appunto, fanno di tutto per renderti simpatico Renzi, anche quando ce la mette tutta per rendersi urticante.

Ma anche fuori dai confini patri s’intravedono spalle che si girano. Non ci riferiamo a Hollande che pur di recuperare voti manda i militari al confine di Ventimiglia, dimenticandosi i vezzeggiativi che Renzi aveva usato nei suoi confronti quando si era immaginato un (inesistente) asse franco-italiano in funzione anti-Berlino. E neppure alla Merkel, che non si è mai sforzata molto di nascondere lo scarso feeling con quel ragazzo troppo chiacchierone. No, pensiamo soprattutto agli americani, cui non sono piaciuti i tentennamenti su Putin e che dopo l’iniziale endorsement ora si sono fatti guardinghi e freddi. Ciascuno di loro avrà buone ragioni, per carità, ma anche qui gli eccessi ci spingono, nostro malgrado, verso moti di simpatia nei confronti di Renzi.

Per fortuna, però, ci pensa lo stesso presidente del Consiglio, esagerando, a costringerci a tornare “gufi”. E sì perché, francamente, è inascoltabile quando riduce il primo comandamento del verbo renziano, le primarie piddine – già, proprio quelle su cui ha costruito la sua fortuna politica – ad una specie di “peste della partecipazione democratica”. Non eravamo forse disfattisti, noi che ne abbiamo criticato l’uso “à la carte” fin dai primordi? Bisognava che perdesse lui per accorgersi che le primarie o favoriscono i cacicchi locali (copyright Macaluso) o i populisti urlatori? Per non parlare della valutazione sulle elezioni regionali. Prima ti fa sperare in una sana autocritica quando parla apertamente di un suo “insuccesso” (ci volevano i ballottaggi?) e definisce il dopo-elezioni come il “momento più difficile” di questa legislatura, poi ti fa cascare le braccia quando s’inventa il non meglio definito ritorno al “Renzi 1”, riducendo tutto alla comunicazione e alla percezione che si ha di lui. Peccato che “Renzi 2” dica esattamente il contrario di “Renzi 1”, quando i proprietari della Ditta erano altri. Ma non è delle sorti del Pd che ci preoccupiamo, anche perché uno che se ne intende come Emanuele Macaluso l’ha dichiarato già morto. Ci preoccupa invece il governo e la guida che esso deve dare al Paese in una fase decisiva, in bilico tra stagnazione e ripresa e con il pericolo incombente che i fatti greci diventino una bomba pronta ad esplodere sotto le nostre terga. E qui le risposte, ahinoi, latitano. Macaluso dice con saggezza che “occorrono analisi serie e spietate, non solo sul risultato elettorale ma sulla società italiana e sulla crisi della politica che condiziona l’economia”. E aggiunge: “Renzi pensava di essere lui la soluzione, ma, al contrario, con queste elezioni i rischi di implosione del Paese e della stessa democrazia si sono accresciuti”. Vero. Perché se il renzismo batte in testa, non è vero che il centro-destra abbia recuperato centralità e consistenza. Un repechage di Berlusconi è assurdo solo pensarlo, mentre il profilo politico di Salvini è incompatibile con palazzo Chigi, non fosse altro per ragioni internazionali (la vicinanza alla Le Pen e il flirt con Putin). Inoltre noi non crediamo al “candidato nuovo”, vuoi perché non ci sono nomi credibili all’orizzonte, vuoi perché l’effetto Brugnaro non è trasferibile sul piano nazionale e vuoi, infine, perché Berlusconi non perderà mai la convinzione che meglio di lui elettoralmente parlando non può fare nessuno.

Dunque, Renzi rimane nella “scomoda” posizione (che sia tale è ormai accertato) di uomo senza alternative e dunque indispensabile. Cosa che, nel breve (mesi), lo costringe (o lo aiuta, a seconda dei punti di vista) a restare dov’è, ma che lo espone a bersaglio di tutti e, paradossalmente, favorisce la nascita di ipotesi magari fino a ieri impensabili. Per ora la mettiamo lì con beneficio d’inventario, ma la sensazione è che più d’uno, dentro e fuori Italia, guardi all’ipotesi di un movimento 5stelle non più grillino, ancora capace di spendere parole d’ordine populiste per mantenere e accrescere il tesoretto di voti finora conquistato ma nello stesso tempo temperato da innesti riformisti tali da rendere possibile un programma di governo sufficientemente serio ed equilibrato. Ripetiamo, per ora sono più che altro sensazioni, quelle che abbiamo. Ma le attenzioni verso Luigi Di Maio si moltiplicano, per essere casuali. E comunque il tema merita un ulteriore approfondimento, e ci torneremo presto. Anche perché questo scenario politico non è destinato a durare a lungo.

Catapano Giuseppe informa: Renzi convoca un vertice sulla scuola. Via agli incontri con studenti, professori e genitori

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha incontrato questa mattina al Nazareno i parlamentari Pd delle commissioni Cultura di Camera e Senato per un confronto sulle possibili modifiche al ddl scuola. E questa sera sono cominciati con i rappresentanti degli studenti gli incontri che il Pd ha fissato con le organizzazioni del mondo della scuola che hanno manifestato ieri per approfondire nel merito i singoli punti in discussione in parlamento. Gli appuntamenti proseguiranno domani mattina, a partire dalle ore 9.30, quando la delegazione del Pd, composta dal vicesegretario Lorenzo Guerini, dal presidente Matteo Orfini, dalla responsabile Scuola Francesca Puglisi, avrà colloqui con alcune associazioni della scuola, Anief, Cobas, le associazioni dei genitori, Cgil, Cisl, Uil, Gilda, Snals, e rappresentanti degli insegnanti.

L’incontro tra Renzi e i parlamentari del Pd

Alla riunione, durata circa due ore, hanno preso parte anche i ministri delle Riforme Maria Elena Boschi e quello dell’Istruzione Stefania Giannini, che al termine ha commentato: “L’incontro di stamattina è andato molto bene, stiamo lavorando in Commissione e dialogando con tutte le forze interessate con il mondo della scuola. Il dialogo è aperto, stiamo migliorando e integrando il ddl ma non c’è nessun cambiamento di linea. Questo provvedimento verrà compreso a fondo, capito e apprezzato”. Renzi, si apprende da fonti Pd, ha voluto vedere sia i deputati che i senatori perché è fondamentale trovare un accordo preventivo sui ritocchi anche in vista della seconda lettura a Palazzo Madama, che il governo e la maggioranza vorrebbero fosse definitiva per un via libera alla legge entro i primi di giugno. E tra oggi e domani una delegazione del Pd guidata dal presidente Matteo Orfini e dal vicesegretario Lorenzo Guerini incontrerà i sindacati e le associazioni della scuola nella sede del partito. Agli incontri dovrebbero partecipare anche le parlamentari Francesca Puglisi e Simona Malpezzi. Il premier si è detto disposto a dialogare sul merito, anche se l’obiettivo resta. Di fatto la delega ha già iniziato a cambiare. I dirigenti scolastici, ad esempio, dovranno farsi approvare il Piano dell’offerta formativa triennale, in sostanza quello che la scuola offre agli studenti, dal Consiglio d’Istituto con una votazione. E anche su quali precari assumere non è stata presa una decisione. Tuttavia alcuni paletti non cambieranno. Non si torna indietro né sull’autonomia scolastica né sulla facoltà dei presidi di scegliersi il team. Ovviamente selezionando gli insegnanti in base al curriculum non solo tra i vincitori di un concorso nazionale. “Renzi ha detto di essere molto attento e rispettoso nei riguardi del ruolo degli insegnanti che devono decidere sul futuro dei nostri figli”, ha detto dopo la riunione la parlamentare Pd e componente della commissione Cultura alla Camera, Claudia Piccoli Nardelli. Per Angelino Alfano sulla scuola ci sono proteste della sinistra perché si fanno cose di centrodestra e lo stesso vale per il Jobs Act e per la responsabilità civile dei giudici.

Catapano Giuseppe osserva: OK, ITALICUM E SENATO SONO RIFORME PESSIME MA L’ANTI-RENZISMO BECERO È SOLO UN REGALO A RENZI

Lo abbiamo detto e lo ripetiamo alla vigilia della sua definitiva approvazione: la nuova legge elettorale è un indigeribile minestrone privo di qualunque parentela con i sistemi europei più consolidati, che mischia proporzionale, premio di maggioranza, sbarramento e doppio turno per diventare alla fine una forzatura maggioritaria. Al di là della controversa e comunque non decisiva questione “preferenze-liste bloccate”, che sarebbe stato meglio risolvere adottando i collegi uninominali, il cervellotico sistema escogitato, ha palesemente questi difetti: adotta un premio spropositato a fronte di una soglia bassa; caso unico in Europa, somma sbarramento e premio, producendo uno squilibrio eccessivo tra l’obiettivo della governabilità e quello della rappresentatività; induce il rischio alla frammentazione delle opposizioni; non annulla l’indicazione del nome del candidato premier prevista da norme precedenti, palesemente in contrasto con il profilo costituzionale del nostro sistema istituzionale, che assegna al Capo dello stato il compito di indicare il nome del presidente del Consiglio e al Parlamento di approvarlo. Soprattutto, è un aborto per due ragioni: da una parte la clausola di salvaguardia, difficilmente aggirabile per decreto, proroga l’entrata in vigore al luglio 2016; dall’altra, è valida solo per la Camera, mentre per il Senato si userebbe la legge (proporzionale) uscita dalla sentenza della Corte Costituzionale, con il rischio che, nel caso in cui le riforme istituzionali dovessero fermarsi, si voterebbe con sistemi diversi per i due rami del Parlamento. Inoltre, essa si incrocia con una riforma del Senato che è una vera e propria schifezza, perché non risolve il problema dell’efficienza e velocità della produzione legislativa (mentre basterebbe rivedere i regolamenti parlamentari), e nello stesso tempo apre la porta agli esponenti del decentramento regionale proprio quando invece bisognerebbe rivederlo se non addirittura abolirlo.

Insomma, un italico pasticcio che ignora i motivi del fallimento della Seconda Repubblica e che rende palese la fondatezza di quanto da tempo andiamo affermando, e cioè che se è vero che dobbiamo fare le riforme dopo tanto immobilismo – e una nuova regolamentazione elettorale e un superamento del bicameralismo inefficiente sono cose più che necessarie – è altrettanto vero che fare le riforme sbagliate è peggio che non farne alcuna. E queste in campo, ahinoi, sono proprio del tutto sbagliate.

Detto questo, e proprio perché si tratta di un giudizio inequivocabile, ci permettiamo di dissentire in modo fermo e assoluto con la gran parte delle motivazioni di coloro – forze politiche e commentatori – che in queste ore si sono dichiarati contrari a queste riforme, senza per questo temere di essere bollati come filo-renziani. Le accuse più stupide, in sé e perché offrono su un piatto d’argento a Renzi argomenti a suo favore da spendere con l’opinione pubblica, sono quelle di chi ha gridato al fascismo, all’insorgere di una pericolosa “democratura”. È lo stesso errore commesso con Berlusconi. Se al Cavaliere, anziché rovesciargli addosso le accuse più infamanti, se invece di scatenargli contro magistratura e media fino all’ossessione, ci si fosse limitati a dire che non era capace di governare – come purtroppo era chiaro fin dall’inizio, causa mancanza di cultura politica – e gli si fossero opposte idee di governo riformatrici, vi possiamo garantire che la sua presenza a palazzo Chigi si sarebbe fermata al 1994. E invece l’anti-berlusconismo è stato il più formidabile propellente di cui Berlusconi abbia potuto godere. Ora la storia si ripete con Renzi. Dire che si forzano i tempi, quando sono anni che si aspetta, e si forzano le regole perché è stata messa la fiducia, nonostante si sappia che gli è perfettamente consentito – e lui l’ha usata, pur non avendone alcun bisogno, proprio perché sapeva di poter beneficiare di questo stupido riflesso condizionato – o urlare che stiamo mettendo un uomo solo al comando, quando tutta la Seconda Repubblica è stata una leadercrazia travestita da bipolarismo, significa essere politicamente sciocchi e fare un regalo grande come una casa a colui che si vorrebbe combattere. Se poi a strapparsi le vesti sono coloro (minoranza Pd, Forza Italia) che al Senato quelle stesse norme avevano già approvato senza batter ciglio e contro le quali, nel merito, si limitano a chiedere “modifiche” (ma come, aprono la porta al fascismo e ci si limita a volerle ritoccare?), beh allora si cade addirittura nel ridicolo. In un referendum svoltosi nel 2009, promosso dal costituzionalista Guzzetta nel 2007, si proponeva il premio di maggioranza alla lista e non alla coalizione. Tra i tanti, lo firmarono Rosi Bindi, Gianni Cuperlo e Renato Brunetta e fu approvato anche da Berlusconi. Oggi, tutti soggetti che gridano alla “democrazia in pericolo”: ma via, siamo seri. Certo, anche Renzi nel gennaio 2014 twittava: “Le regole si scrivono tutti insieme, farle a colpi di maggioranza è uno stile che abbiamo sempre contestato”. Ma questa incoerenza non giustifica quella degli altri. Semmai aggiunge preoccupazione a preoccupazione. Tutta questa veemente invettiva da parte della “vecchia immobile” classe politica non fa che accreditare Renzi agli occhi dell’opinione pubblica come il premier che le cose le fa. Purtroppo, a prescindere da cosa fa. Mentre è del merito che dovremmo seriamente occuparci.

La verità è che se Bersani e soci vogliono davvero fermare queste schifezze – e lo sono, delle schifezze, non perché abbiano connotati anti-democratici, ma perché non servono a dare la necessaria governabilità al Paese – devono proporre riforme alternative e indicare in una nuova Assemblea Costituente lo strumento per rivedere in modo serio il nostro assetto istituzionale. E devono offrire non lo spettacolo penoso di gente che piagnucola perché Renzi gli ha portato via il gelato – anche perché agli italiani i malandrini fanno simpatia – ma di riformisti seri e decisi che spiegano ai cittadini che la governabilità non la si ottiene con qualche formula matematica, come ha dimostrato l’esperienza della passata legge elettorale, e che per assicurare un governo stabile non basta un premio di maggioranza, per quanto possa essere ampio, ma è necessaria la legittimazione dei governi e quindi occorrono regole e politiche condivise.

Il fatto è che Italicum e Senato federale sono solo delle scuse, il terreno di gioco per un doppio regolamento di conti, interno a Pd e FI. Renzi vuole creare un grosso partito centrista, emarginando quel che rimane della sinistra politica e sindacale. La quale, avendo perso ogni credibilità agli occhi del Paese, tenta di resistergli. Berlusconi, preso da rimettere ordine nel suo impero, non è più interessato a pagare i costi di Forza Italia, di cui intende liberarsi, insieme a quasi tutta la nomenclatura che lui stesso ha partorito, ufficialmente per far nascere il partito repubblicano americano in Italia (con buona pace del vecchio Pri di lamalfiana memoria), in realtà per qualcosa di più modesto, un manipolo di parlamentari fedeli che gli guardi le spalle. La prima sarebbe cosa buona e giusta, se Renzi avesse cultura di governo e classe dirigente all’altezza della sfida. La seconda è classificabile come questione sostanzialmente privata.

Giuseppe Catapano osserva: Berlusconi di nuovo in campo. E Forza Italia cerca di ripartire

Quando si terranno le elezioni politiche, forse nel 2018, avrà compiuto 80 anni e in caso di vittoria diventerà il più anziano premier della storia d’Italia. Ma Silvio Berlusconi, assolto nel caso Ruby in via definitiva dalla Corte di cassazione, che non ha accolto il ricorso della procura generale di Milano contro l’assoluzione in appello dopo la condanna in primo grado, è già al lavoro per riprendere le redini di Forza Italia, e inaugurare, dopo le elezioni regionali, una nuova strategia che consenta al Cavaliere di recuperare il rapporto con il premier Matteo Renzi e di tornare quindi a un ruolo da protagonista nella partita delle riforme della Costituzione e della giustizia. Per questo, dopo l’inevitabile commozione manifestata a tutti i parlamentari azzurri e ai giovani di Forza Italia che lo hanno accolto a palazzo Grazioli, il leader di Fi si è riunito con i suoi collaboratori più stretti, tra i quali Gianni Letta, e con i suoi legali Franco Coppi e Niccolò Ghedini. Se la riorganizzazione del partito può attendere, però, le elezioni regionali incombono e il rischio di un risultato disastroso è da scongiurare. Il cavaliere, in particolare, teme il sorpasso della Lega Nord e ieri l’ex premier ha lanciato una sorta di appello all’unità di Forza Italia, con particolare riferimento ai Ricostruttori di Raffaele Fitto. Perciò Berlusconi ha annunciato che nessuno sarà cacciato da Forza Italia anche se il movimento ha bisogno di un profondo rinnovamento. E non è un caso che tutte le ‘anime’ azzurre siano accorse a palazzo Grazioli per festeggiare il Cavaliere: dai fittiani agli uomini vicini a Denis Verdini. La tregua però è destinata a non durare. Da domani, i nodi torneranno al pettine: dalla gestione dei gruppi, alla linea politica, fino alla richiesta di un rinnovamento della classe dirigente. E’ su questo che l’ex capo del governo da domani lavorerà per arginare il più possibile il malumore interno. Berlusconi riprenderà poi a tessere la tela delle alleanze. L’obiettivo è quello recuperare nei sondaggi con una campagna a tamburo battente sui media e nelle regioni chiamate alle urne.

Catapano Giuseppe scrive: Renzi vede Putin, che lo fredda: rapporti risentono di crisi Ucraina

I rapporti tra l’Italia e la Russia stanno risentendo della crisi in Ucraina, ma Roma resta per Mosca “uno dei nostri partner”. Lo ha detto il presidente russo Vladimir Putin, incontrando il presidente del Consiglio Matteo Renzi.

“Naturalmente ci sono delle perdite per i motivi noti. Però per il livello di interscambio l’Italia occupa un posto importante, lavoriamo nel settore energetico, macchinari industriali, spazio e naturalmente il nostro dialogo politico rimane sempre molto attivo”, ha aggiunto.

Renzi e Putin si sono visti a Mosca in un vis-a-vis che secondo la stampa russa ha fatto uscire il presidente russo dall’isolamento internazionale. “Il premier italiano rompe l’isolamento internazionale di Vladimir Putin”, ha scritto l’edizione online del quotidiano economico russo Vedomosti. Lo stesso Renzi, oggi accolto da Putin al Cremlino, ha sottolineato l’importanza del luogo e tempismo dell’incontro.

Il leader di governo italiano spera nella collaborazione russa in Libia. Roma confida “molto nell’aiuto che il presidente russo Vladimir Putin e la Russia possono dare in seno al Consiglio di Sicurezza”, ha detto Renzi.

Tra i dossier delicati sul tavolo non solo Libia e Ucraina, ma anche l’omicidio del politico di opposizione Boris Nemtsov, ucciso nella notte tra venerdì e sabato scorsi. E proprio da quel luogo, all’imbocco del ponte che porta dalla piazza Rossa sino al vecchio quartiere dei mercanti, è entrata nel vivo la visita del presidente del Consiglio. Renzi infatti ha deposto questa mattina dei fiori in memoria di Nemtsov: un mazzo di garofani rosa, con una coccarda con il tricolore italiano.

Dopo l’omicidio di una delle figure politiche di spicco dell’opposizione, il premier è stato aspramente criticato per non aver rimandato o cancellato l’incontro con lo zar russo.

Il leader del PD si è difeso sottolineando l’importanza di vedersi al Cremlino visti i “molti dossier” da trattare. Il premier ha ringraziato Putin per l’accoglienza, ricordando di aver già incontrato Putin a Milano a ottobre, anche se “è la prima volta che accade al Cremlino e questo per noi è molto importante”.

Catapano Giuseppe comunica: Ecco come Renzi ha tolto potere a notai per darlo a banche

In molti ricorderanno i toni trionfalistici con cui il premier Matteo Renzi ha presentato il ddl concorrenza, descrivendolo come una misura per ridurre i privilegi del mondo delle lobby. Diversa l’opinione contenuta nell’articolo di Dagoreport, secondo cui il disegno di legge “in realtà sembra consegnare il mercato immobiliare nelle mani di banche e assicurazioni, eliminando le tutele per i cittadini”.

Di fatto, scrive Dagoreport, nel combinare “insieme la norma che consentirebbe l’ingresso di soci di capitale nelle società tra professionisti (art. 26, comma 1, lett. d) e la norma che estende a duecentoquarantamila avvocati (privi del titolo del concorso pubblico) attribuzioni della funzione pubblica, per autenticare vendite, donazioni e mutui (al momento di uso non abitativo e del valore catastale inferiore a 100000 euro)”, il ddl sulla concorrenza “crea la legittimazione del progetto già in essere da parte di grandi gruppi bancari (ad es. Unicredit e Intesa)”.

Il titolo dell’articolo è più che indicativo: “Il regalo di Renzi alle banche – Altro che liberalizzazioni: il premier toglie competenze ai notai per regalarle ai grandi istituti come Intesa e Unicredit, pronte a mangiarsi pure il mercato immobiliare”.

A sostegno della teoria, vengono citate due notizie: Una, recentessima, relativa a Intesa SanPaolo che allo sportello venderà case, attraverso “Intesa Sanpaolo Casa, interna al gruppo e focalizzata esclusivamente sulla intermediazione immobiliare. Che, come primo passo, introdurrà all’interno delle proprie filiali agenzie immobiliari con personale dedicato”; l’altra, ancora più recente, che riguarda Unicredit, che oltre a offrire Subito Casa offre ora ai suoi clienti “Fascicolo Casa, un documento che raccoglie tutte le caratteristiche più importanti dell’immobile, come quelle catastali, quelle relative alla certificazione energetica o urbanistiche: un corposo documento che accompagna l’immobile al fine di agevolare i soggetti coinvolti nella compravendita”, come sottolinea l’articolo di MutuiOnLine.it Adesso la casa si compra in Banca.

Cosa c’entra l’espansione delle grandi banche nel mercato immobiliare con il ddl concorrenza del governo Renzi? C’entra molto secondo l’articolo, dal momento che si tolgono competenze ai notai, che sono pubblici ufficiali, per consegnarle alle banche, che “potranno creare un monopolio, occupandosi di tutto: compravendita, mutuo, e pure assicurazione”.

Insomma, “viene fatta fuori la figura terza ed indipendente del notaio, sostituita da autenticatori orientati a fare l’interesse delle società e non a garantire le tutele di entrambi contraenti”. Nessun beneficio dunque per il cittadino consumatore.

Dagoreport conclude: “Che belle le liberalizzazioni in cui si toglie una prerogativa a un soggetto privato, ma con funzioni e responsabilità pubbliche (il notaio), per consegnarle a un altro soggetto privato, che però ha il solo interesse dei suoi azionisti. Lo sanno anche i sassi che il problema per i cittadini non sono i notai o le loro funzioni, ma le esorbitanti tasse di registro e sugli immobili che devono riscuotere per conto dello Stato. E’ riducendo quelle, e non regalando un mercato alle banche, che si incentiva l’iniziativa privata”.

Catapano Giuseppe osserva: Hollande:sostegno a Roma per una soluzione Onu in Libia. Renzi alle opposizioni: meno ostruzionismo, meno decreti

Prima il vertice bilaterale a Parigi con il presidente francese François Hollande, al termine del quale il numero uno dell’Eliseo ha chiarito che “abbiamo, io e Matteo Renzi, confermato la necessità del rispetto del cessate il fuoco in Ucraina, senza deroghe e senza ritardi” e ha ribadito come la Francia sostenga “tutti gli sforzi dell’Italia affinché al livello più elevato, vale a dire l’Onu, si possa trovare soluzione al caos e quindi al terrorismo in Libia, ha detto Hollande nel corso della conferenza stampa congiunta con Renzi all’Eliseo. Poi le parole del premier italiano sulla situazione interna, sulle riforme e sulla polemica con il leader della Fiom, Maurizio Landini, che lo ha accusato di rappresentare un pericolo per la democrazia perché non eletto dai cittadini: “Ricordo che l’italia è una repubblica parlamentare”, ha sottolineato Renzi. “E’ il parlamento a dare la fiducia al governo, come previsto dalla carta costituzionale. Proprio Landini nel dibattito sulla riforma costituzionale ha fatto molto per evitare che diventasse qualcosa di diverso. Renzi ha risposto anche a quanti gli rinfacciano di fare un uso troppo spregiudicato dei decreti legge. “Saremo in grado di fare meno decreti se le opposizioni faranno meno atti di ostruzionismo”, ha spiegato. “Se le opposizoni in tutti i passaggi della vita parlamentare scelgono la strada dell’ostruzionismo, esercitano certamente un loro diritto. Ma lo strumento naturale diventa fatalmente il decreto legge. “Le modalità con cui si fanno le leggi in Italia sono disciplinate dalla Costituzione. Facciamo decreti legge quando ci sono le caratteristiche di necessità e urgenza. Se le opposizioni fanno ostruzionismo una volta è comprensibile, due volte è comprensibile, tre volte è un pò meno comprensibile”, ha aggiunto il premier. Che comunque ha tagliato corto sulle riforme: “Le polemiche sono rispettabili, ma al di là delle polemiche dei sindacati della sinistra radicale, della Lega, di Grillo, di Fi, noi con serenità, tranquillità e il sorriso sulle labbra abbiamo il compito di portare l’Italia nel futuro e non ci fermeranno né le polemiche né gli slogan ideologici”.

Il vertice italo-francese: Hollande, rafforzare Triton

Sulla questione libica, Hollande ha sostenuto che serve un “accordo politico tra le diverse fazioni”, ha detto ancora Hollande. “Sono i gruppi terroristici a fare questo traffico” di esseri umani “che comporta un aiuto ai terroristi. Abbiamo chiesto all’Europa di rafforzare Triton”, ha detto il presidente francese. Renzi ha commentato: “E’ molto importante che oggi dal colloquio con Hollande sia emerso che la Libia non è solo un tema italiano ma di tutta l’Europa: il Mediterraneo non può essre periferia o cimitero del nostro continente, ma ne è il cuore. La priorità della Libia va evidenziata e sottolineata con forza”.
Il presidente del Consiglio italiano, accompagnato da molti dei suoi ministri, è stato accolto dal presidente francese con cui ha scambiato un abbraccio. Bilaterale per i due leader, mentre i ministri della delegazione incontrano i loro omologhi francesi. Al centro dell’agenda, oltre ai temi internazionali – dall’Ucraina, alla Libia e alle partire europea – anche, tra l’altro, la firma di un protocollo per la tav Torino-Lione. Tra gli altri accordi, oltre a quello integrativo sulla Torino-Lione, anche un’intesa Asi (Agenzia spaziale italiana) e una sull’Enea. Renzi, arrivato a Parigi in leggero ritardo, è accompagnato da gran parte del suo governo. Con lui i ministri dell’Interno Alfano, dell’Economia Padoan, delle Riforme Boschi, dello Sviluppo economico Guidi, dei trasporti Lupi, della Pa Madia, dell’istruzione Giannini oltre al sottosegretario all’Ue Gozi. Tra gli accordi prevista la sigla, da parte di Renzi e Hollande, dell’intesa per la Torino-Lione (con la società che dalla fase progettuale passerà a quella della realizzazione dell’opera), oltre ad una serie di altri protocolli sullo spazio, la disciplina delle acque territoriali, la tutela marina.

Giuseppe Catapano scrive: Non un decreto, ma un disegno di legge cambierà la Rai

Alla fine non sara’ un decreto a cambiare la Rai: il Governo, scrive Repubblica, scegliera’ la via del disegno di legge e lo fara’ nei tempi promessi da Matteo Renzi presentandolo entro marzo, quasi sicuramente in occasione del Consiglio dei ministri del 6.

Non sara’ un decreto anche perche’, spiega il quotidiano, dal Quirinale sono filtrate le perplessita’ di Sergio Mattarella, dal momento che non ci sono i motivi di necessita’ e urgenza. Il ddl che arrivera’ in Consiglio il 6 marzo fissera’ le nuove regole di nomina degli amministratori Rai, sottraendo il controllo ai partiti e al Parlamento, ma ci sono alcuni punti chiave da precisare, come il potere di nomina del Governo e la divisione dei ruoli tra presidente e consigliere delegato. Il Cda verra’ comunque sicuramente ridotto da 9 a 5 membri.

Il ddl affrontera’ in maniera diretta la sola questione della scelta dei vertici: ad aprile il Cda approvera’ il bilancio e scadra’ il mese successivo; Renzi punta ad approvare la riforma entro luglio, prorogando di soli due mesi Tarantola e Gubitosi. Un intervento sulla mission dell’azienda avverra’ invece a fine anno, quando l’esecutivo interverra’ sul contratto di servizio.

Catapano Giuseppe informa: La responsabilità civile dei magistrati è legge.Legnini (Csm), possibili ricorsi, Renzi: momento atteso da 28 anni

“Responsabilità civile dei magistrati: una firma attesa da 28 anni. Un gesto di civiltà #lavoltabuona”. Così il presidente del consiglio, Matteo Renzi, ha annunciato su Twitter di avere controfirmato la lkegge approvata dal parlamento appunto a 28 anni dal referendum di cui mai si è tenuto conto fino a ieri. Lavoltabuona per Renzi, dunque, meno per il Csm, se è vero che, ha detto questa mattina in una intervista alla Repubblica Giovanni Legnini, vicepresidente del Csm. “nella legge sulla responsabilità civile ci sono stati passi in avanti ma anche punti critici da osservare attentamente”. Ricorsi? “E’ un rischio che c’è e si se si dovesse verificare sarà necessario intervenire”. Per Legnini, vanno ascoltate le preoccupazioni dei magistrati “che mi sembrano espresse nell’interesse della loro indipendenza e quindi dei cittadini”. E ancora, riferendosi alla normativa nello specifico, Legnini afferma di prendere atto “della disponibilita’ di Orlando a rimeditare l’impatto della legge. Il Plenum si espresse con chiarezza. Due erano e rimangono i punti critici, la valutazione preliminare di cui abbiamo parlato e la clausola di salvaguardia soprattutto sul travisamento del fatto e delle prove. Con il consenso di tutti”, ha spiegato Legnini, vorrei affidare al Csm un attento monitoraggio sull’attuazione e gli effetti concreti della legge per suggerire, eventualmente, nell’esercizio delle prerogative proprie del consiglio,le modifiche necessarie per salvaguardare la serenita’ e l’indipendenza dei magistrati”. Era stata la camera ieri, con 265 si’, 51 voti contrari e 63 astenuti, ad approvare in via definitiva la riforma della responsabilità civile dei magistrati.

Questi i punti principali del provvedimento:

– Responsabilità indiretta. Resta fermo il principio per cui è lo Stato che risarcisce direttamente i danni della ‘malagiustizia’ potendo solo in seconda battuta rifarsi sul magistrato. Il cittadino che ha patito un danno ingiusto, in altri termini, potra’ esercitare l’azione risarcitoria esclusivamente nei confronti dello Stato.
– Obbligo di rivalsa. L’azione di rivalsa dello Stato diventa obbligatoria. Il risarcimento al magistrato dovra’ essere chiesto entro due anni dalla sentenza di condanna nel caso di diniego di giustizia o quando la violazione e’ stata determinata da dolo o negligenza inescusabile. Quanto all’entita’ della rivalsa, cresce la soglia attualmente fissata a un terzo: il magistrato rispondera’ ora con lo stipendio netto annuo fino alla meta’. Se vi e’ dolo, l’azione risarcitoria e’ pero’ totale.
– Soppressione del ‘filtro’. Niente piu’ controlli preliminari di ammissibilita’ della domanda di risarcimento contro lo Stato. L’attivita’ di ‘filtro’ (verifica dei presupposti e valutazione di manifesta infondatezza) oggi affidata al tribunale distrettuale e’ cancellata.
– Confini della colpa grave. Si ridefiniscono e integrano le ipotesi di colpa grave. Oltre che per l’affermazione di un fatto inesistente o la negazione di un fatto esistente, scattera’ la colpa grave in caso di violazione manifesta della legge e del diritto comunitario e in caso di travisamento del fatto o delle prove. Colpa grave sara’ anche l’emissione di un provvedimento cautelare personale o reale al di fuori dei casi consentiti dalla legge o senza motivazione.
– Travisamento fatto o prove. I lavori parlamentari, richiamandosi a un’interpretazione costituzionalmente orientata della norma, hanno chiarito come il ‘travisamento’ rilevante ai fini della responsabilita’ civile del magistrato sia unicamente quello macroscopico ed evidente, tale da non richiedere alcun approfondimento di carattere interpretativo o valutativo.
– Clausola salvaguardia. Viene ridelineata la portata della ‘clausola di salvaguardia’: pur confermando che il magistrato non e’ chiamato a rispondere dell’attivita’ di interpretazione della legge e di valutazione del fatto e delle prove, si escludono espressamente da tale ambito di irresponsabilita’ i casi di dolo, di colpa grave e violazione manifesta della legge e del diritto della Ue.

Le reazioni.

L’ex magistrato Violante. “La legge riesce a conciliare il valore dell`indipendenza dei magistrati con quello del diritto al risarcimento per il cittadino danneggiato da un eclatante abuso giudiziario. Un equilibrio difficile per i valori che sono in gioco. Fino a una cinquantina di anni fa vigeva, per i magistrati, un principio di autorità che li rendeva intangibili. Oggi prevale il principio di trasparenza; il magistrato, come chiunque eserciti un pubblico potere, deve giustificare continuamente il suo operato”, è stato il commento a caldo di Luciano Violante, ex magistrato ed presidente della Camera. “La legge”, ha proseguito, “segna una sorta di linea di confine attorno all`azione dei magistrati. Bisogna tutelare i cittadini da gravissime distorsioni e, insieme, proteggere la magistratura da possibili ‘aggressori’ economicamente forti”. Sarebbe necessario un contrappeso “per evitare di esporre la magistratura ad aggressioni strumentali servirebbe una norma che punisca l`azione temeraria di chi ricorre ingiustificatamente contro un giudice”.

Dura l’Anm. “Il ministro Orlando ha detto che questa riforma è una rivoluzione, un passaggio storico; invece e’ una rivoluzione contro la giustizia, contro l’indipendenza dei magistrati”. Cosi’ il presidente dell’Anm, Rodolfo Sabelli, ha commentato il via libera definitivo della Camera sulla nuova legge in materia di responsabilita’ civile delle toghe. Una norma, ha ricordato Sabelli, che contiene “profili di illegittimita’ costituzionale” e che “al di la’ dei gravi effetti che avra’, e’ un segnale negativo per il presidio della legalita’”. La politica, sostiene il leader del sindacato delle toghe “oggi ci ha detto che uno dei primi problemi della giustizia italiana sono i magistrati; la criminalita’, i processi che non si fanno, sono invece problemi che possono attendere. E’ una scelta della politica che non ha ancora approvato una riforma sulla corruzione, sul falso in bilancio, ma si precipita a votare una legge contro i magistrati che combattono la corruzione”. Con questa nuova norma, continua Sabelli, “si intacca il profilo dell’indipendenza dei magistrati. Vi e’ un rischio di azioni strumentali” dando “la possibilita’ alla parte processuale piu’ forte economicamente di liberarsi di un giudice scomodo. E’ una strada pericolosa verso una giustizia di classe”. Quanto alle iniziative di protesta contro questa riforma, il leader dell’Anm ribadisce che “lo sciopero non e’ uno strumento efficace, ma controproducente, perche’ rischia di rappresentare i magistrati come una casta rissosa che difende privilegi, cosa che non è affatto”.

Legnini (Csm) : le preoccupazioni della magistratura vanno ascoltate

Il Csm interviene sulla Riforma che introduce la responsabilità dei giudici e i timori espressi dall’Anm. “Le preoccupazioni della magistratura vanno ascoltate” ha detto il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini, che ha aggiunto: ‘Il Csm si candida a monitorare gli effetti della nuova normativa sulla responsabilità civile dei magistrati’. Legnini ha spiegato che in particolare l’intenzione è di verificare se “l’autonomia, l’indipendenza e la serenità dei magistrati siano incise” dalla nuova normativa. La volontà del Consiglio superiore è anche quella di “accertare già in una prima fase se effettivamente (come temiamo) ci sia un eccesso nel ricorso alle azioni risarcitorie”, spiega Legnini, annunciando che proporrà dunque al Csm, ma anche al ministro della Giustizia Orlando, “di fare una verifica attenta perché le preoccupazioni dei magistrati non vanno sottovalutate”.

I tweet. “Anni di rinvii e polemiche, ma oggi la responsabilità civile dei magistrati è legge!”, ha scritto Matteo Renzi. “Responsabilità civile dei magistrati: sempre detto, mai fatto. Ora e’ legge. Noi protagonisti del cambiamento”, ha twittato Angelino Alfano. “Una riforma che ci riporta verso una giustizia di classe. Timorosa di chi è più forte, meno attenta ai diritti dei deboli”, ha replicato con un cinguettio Magistratura Democratica

Pini corona un sogno. Con voto difforme dal suo partito, la Lega Nord, che si è astenuto, ha votato a favore della responsabilità civile dei magistrati anche il deputato Gianluca Pini. Nella passata legislatura era stato l’autore di un emendamento sulla responsabilita’ diretta delle toghe nella legge Comunitaria, che aveva suscitato un vespaio di polemiche. In Aula Pini ha spiegato di voler votare a favore per coerenza con una battaglia da lui iniziata e che ha permesso di cambiare la legge dopo piu’ di venti anni.

Il commento di Italia Oggi

Magistrati, cambia la colpa grave. Le toghe, infatti, potranno risponderne (se pur in via indiretta) in tutti i casi in cui sussisterà una violazione manifesta della legge, anche europea, o in tutti casi in cui saranno travisati fatti o prove. Il tutto, alla luce della chiarezza della norma. Non solo. Il rischio di imbattersi nella colpa grave sussisterà ogniqualvolta sarà emesso un provvedimento cautelare personale o reale senza motivazione o fuori dai casi previsti dalla legge e ogniqualvolta sarà affermato o negato un fatto la cui esistenza risulti o meno dagli atti del procedimento. Questa una delle colonne portanti del testo sulla responsabilità civile dei magistrati che, in queste ore, è al vaglio dell’aula della camera per la seconda e ultima lettura. Il testo, infatti, rimasto inalterato nel passaggio in commissione giustizia a Montecitorio dopo essere stato licenziato dal senato alla fine del novembre scorso (si veda ItaliaOggi del 21 novembre 2014), si appresta a non subire modifiche nemmeno in aula. Ieri, infatti, come annunciato dal relatore di minoranza Andrea Colletti (M5S), il viceministro della giustizia Enrico Costa ha bocciato tutte le proposte di modifica presentate. Si appresta, quindi, ha trovare conferma l’impianto normativo in base al quale lo stato in prima battuta e poi i magistrati, saranno chiamati a risarcire il danno patrimoniale e non patrimoniale non più solo nei casi in cui si sia verificata la privazione della libertà personale, ma in tutti casi in cui abbiano causato un danno ingiusto. La responsabilità si porrà, però, come indiretta. Sarà, infatti, lo stato a rivalersi in un secondo momento sul magistrato interessato. Rivalsa che potrà arrivare a comprendere fino al 50% dello stipendio annuo del magistrato, al netto delle trattenute fiscali, ma che nel caso in cui venisse effettuata mediante trattenuta dallo stipendio non potrà eccedere un terzo del compenso netto. Al fine, però, di stabilire la sussistenza della responsabilità per violazione di legge e del diritto dell’Ue dovrà essere valutato il grado di chiarezza e precisione delle norme violate, nonché della inescusabilità e della gravità dell’inosservanza. In caso di violazione manifesta del diritto Ue dovrà, inoltre, essere considerata anche della mancata osservanza dell’obbligo di rinvio pregiudiziale e dell’interpretazione delle norme eventualmente date dalla Corte di giustizia Ue.