Catapano Giuseppe: COSA RENZI PUÒ FARE (E FINORA NON HA FATTO) IN QUEL CONCORSO DI COLPE CHE È LA CRISI EURO-GRECA

Matteo Renzi è, notoriamente, un uomo fortunato. La questione greco-europea, infatti, non solo è lungi dall’avergli procurato problemi – almeno finora – ma gli fa pure maledettamente comodo. Da un lato, infatti, distrae l’opinione pubblica dalle questioni interne, che certo negli ultimi tempi non girano a favore del presidente del Consiglio, e dall’altro consente di stemperare gli irrisolti problemi italiani nella cornice di un disfacimento euro-continentale talmente clamoroso da rendere marginale tutto il resto. Inoltre, molti analisti, e noi con loro, ritengono che in caso di default e uscita dall’euro della Grecia, il conseguente rischio di contagio al resto dell’Eurozona, Italia in testa, sia relativamente contenuto, e comunque non paragonabile a quello corso nel 2011. Certo, nessuno ci potrà risparmiare una fase di risk-off sui mercati, ma la Bce ha tutti gli strumenti, oltre che la ferma volontà, per stroncare sul nascere la speculazione. Sempre che, naturalmente, la fine dell’irreversibilità della moneta unica non disarticoli così tanto l’eurosistema da farlo saltare, perché in quel caso i primi a restare sotto le macerie saremmo noi. In fondo, persino i maggiori costi del debito da rialzo dello spread, pur essendo ovviamente un aggravio di cui il Tesoro farebbe volentieri a meno, potrebbero tornar utili a Renzi, consentendogli di giustificare all’opinione pubblica o una manovra sanguinosa o il dover subire lo scatto delle clausole di salvaguardia (come l’aumento dell’Iva) dando la colpa alla speculazione cattiva (che poi questa narrazione convinca gli italiani è altra questione).

Ma, come sempre nella vita, contare solo sulla buona stella può rivelarsi assai rischioso. Per cui sarebbe utile per lui, e per noi, che Renzi riflettesse su alcune questioni. La prima, e più importante, è relativa al ruolo che l’Italia si è ritagliata nel dipanarsi della crisi greca: nessuno. Si dirà: la partita si è giocata tutta lungo l’asse Berlino-Francoforte-Atene. Vero. Ma noi, pur essendo uno dei maggiori creditori di Atene (36 miliardi), siamo rimasti a guardare, mentre gli altri, Francia in testa, almeno sono stati coinvolti nei tavoli ristretti sulla crisi e hanno partecipato alle consultazioni tra leader, compresa quelle sollecitate da Obama, che ha persino chiamato Cameron, che pure con questa partita c’entra poco o nulla. Eppure lo spazio per una mediazione c’era (c’è?), e avremmo dovuto occuparlo. Magari avendo l’umiltà di andare da Draghi a chiedere consiglio, anziché raccontare (intervista al Sole 24 Ore) che l’Italia è fuori dalla linea di fuoco dei rischi di un eventuale default greco perché “abbiamo iniziato un percorso coraggioso di riforme strutturali, l’economia sta tornando alla crescita e l’ombrello della Bce ci mette al riparo” (solo l’ultima delle tre affermazioni è vera). Certo, il precedente della questione immigrazione – con il governo che prima (a casa) annuncia che detterà le regole d’ingaggio europee in materia di accoglienza e di redistribuzione dei profughi, e poi (in Europa) incassa senza colpo ferire il “vaffa” dei partners Ue – non faceva sperare più di tanto, ma veder andare in scena il film di Renzi che si fa fotografare mentre abbraccia Tsipras e nello stesso tempo lascia trapelare l’appoggio sostanziale ai tedeschi, fa male al nostro orgoglio nazionale. Dunque, Renzi smetta di essere lupo nelle scaramucce domestiche e pecora nei teatri internazionali.

Anche perché in Europa si è aperta una fase in cui occorre decidere da che parte stare: o facciamo come gli spagnoli, che si sono aggregati ai paesi del nord nel fare squadra con la Germania, lucrando tutti i vantaggi che ne derivano e tenendo di fatto aperte le porte a Putin (come fa la Merkel), o abbiamo la forza di creare un’opposizione reale (non a chiacchiere) allo strapotere tedesco e diventiamo il perno di un’Europa non germanocentrica che approfitta della posizione americana per diventare il punto di riferimento atlantico nell’eurozona. O, come preferiremmo noi, ci candidiamo a recitare un ruolo di mediazione e cerniera, partendo dal presupposto che nella vicenda euro-greca esiste un clamoroso “concorso di colpe” – che somma, da un lato le responsabilità storiche dell’incompiuta europea (solo la moneta senza la preventiva creazione dello Stato federale europeo) e quelle di una politica economica ottusamente rigorista, e dall’altro i peccati capitali di una classe dirigente greca ignorante e truffaldina – per cui una posizione terza tra Schäuble e Tsipras non solo è possibile, ma anche auspicabile.

Certo, per farlo occorrono idee e credibilità. Alle prime si può sempre attingere, e qui ne forniamo volentieri una noi, mentre la seconda o ce l’hai o nessuno te la può fornire. Ma si può sempre cercare di costruirsela, pazientemente. Per esempio, mettendo tutti intorno ad un tavolo a ragionare sul seguente schema di lavoro: se si obbliga la Grecia a dichiararsi insolvente, non è detto che sia automatica e inevitabile la sua uscita dall’euro, perché non sta scritto da nessuna parte che il default di un paese e la sua partecipazione alla moneta unica siano incompatibili. Partiamo dal presupposto che le due tesi che si stanno scontrando in questo momento rispondono a questa domanda: ci costa di più non far pagare alla Grecia il prezzo dei suoi errori, con il rischio che anche altri paesi si sentano legittimati a fare nuovo deficit e debito (falchi), o viceversa ci costa maggiormente la pressione speculativa che i mercati sicuramente innescherebbero avendo l’uscita di Atene dall’euroclub sancito che l’euro non è più una scelta irrevocabile (colombe)? Ecco, noi dovremmo proporre di rispondere a questo quesito suggerendo un punto di compromesso che da un lato soddisfi il principio di responsabilità cui (giustamente) tiene la Germania, secondo cui quel principio non può operare all’interno dell’euroclub finché l’unione monetaria non mostri di saper “digerire” il default di uno dei suoi membri, e dall’altro eviti di offrire ai mercati l’estro per dissotterrare l’ascia di guerra che nel 2011 portò gli spread ai massimi. E si tratterebbe di un accomodamento che tutto sommato potrebbe andarci bene, perché se è vero che il default ci penalizza in quanto creditori (diretti e come terzo contributore dei fondi europei che hanno in pancia il 60% dei 330 miliardi di debito greco), è altrettanto vero che il primo paese che entrerebbe nel mirino della speculazione se i mercati registrassero la reversibilità dell’euro sarebbe proprio il nostro, con molto più danno.

Sarebbe stato meglio che questa proposta fosse stata fatta nelle settimane scorse, prima che il duo Tsipras-Varoufakis s’inventasse quella trappola (prima di tutto per i greci) che è il referendum. Ma dopo che si saranno contati i SI e i NO – anche se la nostra speranza è che prevalgano gli astenuti (bisogna che siano oltre il 60% essendoci la soglia di validità del 40%) – ci sarà comunque da ricucire la tela strappata. E quello può essere il momento. A patto di esserne consapevoli e di sapere che non bastano 140 caratteri per sistemare le cose.

Giuseppe Catapano comunica: Giù le mani da Christine

Dalla perquisizione avvenuta nella sua abitazione privata sono passati due anni. Era il 17 giugno 2013 quando il quotidiano “Le Monde” pubblicava gli appunti privati relativi ad una sua presunta lettera da indirizzare o indirizzata al Presidente Nicolas Sarkozy. Attraverso la lettura di questi suoi pensieri, Christine, la già forte Christine, sembra apparire come «estremamente servile» nei confronti del Presidente. A voi il giudizio consultando l’ormai nota e sfruttata fonte Wikipedia. Cinque punti, sintetici, precisi, puntuali. Proprio come lei nel suo operato quotidiano. Soprattutto ora perché a capo del Fondo Monetario Internazionale.

Christine Lagarde. Una donna forte. Potente. Decisa e decisiva soprattutto in queste ore. Il premier greco, assecondato dal suo esercito di politicanti, rinfaccia a lei l’attuale stallo del negoziato in corso tra Grecia e la triade di creditori: Commissione Europea, BCE e FMI. Quest’ultimo – al cui vertice siede Lagarde – vanta un credito pari a 1,6 miliardi di euro. Una somma importante perché in scadenza entro giugno; un importo oggetto di significativa attenzione (da parte del creditore) soprattutto perché – il debitore – non ha soldi per saldare il conto. La proposta dei creditori non si sposa con quella del debitore e viceversa. Sulla carta questo matrimonio sembra non farsi. Ma la colpa è attribuita ad uno solo degli sposi. Paradossalmente quello che – ad oggi – ha più ragioni (ed interessi) per volersi accasare per il meglio ed al più presto possibile.

Il rischio default-Grecia i mercati non lo “prezzano” abbastanza: i CDS a cinque anni mostrano valori molto lontani da quelli registrati nel periodo 2011/2012. È anche vero che nell’ultimo anno c’è stata una crescita esponenziale di acquisto di questa tipologia di assicurazione ma sembra che tutto sommato gli operatori non credano ad un fallimento così immediato. In effetti per una dichiarazione di insolvenza effettiva (far scattare i cosiddetti cross-default e cross-acceleration) occorrono un paio di mesi ma attualmente questa ipotesi sembra essere “lontana” ma comunque concreta.

Immaginiamo uno scenario a parti invertite: caro (in senso economico) Alexis (Tsipras), se si trovasse al posto di Christine (Lagarde) come si comporterebbe? Cosa farebbe per riavere i propri denari? Come agirebbe per riottenerli al più presto? Con quale atteggiamento si rivolgerebbe nei confronti del suo debitore sapendo che risulta essere “moroso” da numerosi anni? Rinnoverebbe la fiducia?

La situazione troverà una adeguata svolta a breve. Christine conseguirà il suo obiettivo. Un risultato magari diverso nella sostanza (l’ennesima volta) ma comunque improntato alla risoluzione – in chiave tattica – dei negoziati.

Strategicamente invece Christine dovrà ancora lottare. Ma non mollerà. Lei è forte. I mercati finanziari lo sanno ed i loro prezzi lo indicano ogni giorno.

Catapano Giuseppe osserva: Lo raccoglieremo. Strada per strada

Tre sono i miliardi di euro di liquidità di emergenza che la Banca di Grecia ha richiesto alla BCE, ed 1,8 sono quelli che ha avuto. Coprono appena il debito in scadenza il 30 di giugno, che ammonta a 1,6. All’Eurosummit convocato d’urgenza lunedì si parlerà di una cosa soltanto, il default di Atene, che ormai pare inevitabile, a meno di un sostegno finanziario russo che forse non tarderà ad arrivare.

Per Putin è giunto il momento di dimostrare di essere lui “il buono”, o quanto meno il previdente, dal momento che Unione Europea, Bce e Fmi – i tre creditori – paiono aver perso la titubanza nel sostenere la parte dei “cattivi”. E lo dimostrerà con un paio di miliardi per la concessione della costruzione di un gasdotto in territorio greco.

In cinque giorni agli sportelli sono stati prelevati oltre 4 miliardi di euro, ed è un crescendo. Le aziende sui conti non hanno più niente: i soldi per gli stipendi sono giroconti dall’estero.

Il fallimento di uno stato lo senti quando arriva. Arriva quando la gente è stanca. Quando quel che legge sui giornali già l’aveva pensato. E magari anche rimosso, nondimeno non è nuovo.

Tsipras non può continuare a tagliare pensioni e stipendi. È stato eletto con la promessa di non farlo e facendolo non si salverà nessuno. Ugualmente. Cedere ai ricatti non è mai stata la mossa migliore. Perché il ricatto accettato non è mai l’ultimo.

Uno stato non può abdicare alla sua sovranità. Non può svendere i suoi cittadini. Se il credito vale più della vita qualcosa si è per via perduto. Lo raccoglieremo. Strada per strada.

Catapano Giuseppe osserva: Grecia, Fmi esclude possibilità di far slittare rimborso

Massima trepidazione sui mercati per la riunione dell’Eurogruppo, che si sta tenendo oggi in Lussemburgo. Il ministro delle Finanze elleniche Yanis Varoufakis si presenterà con delle idee del governo per trovare un accordo effettivo. Non è chiaro se le proposte sono nuove o sempre le stesse già rispedite al mittente dai creditori.

Non rimane molto tempo: 13 giorni per l’esattezza. Il numero uno del Fondo Monetario Internazionale Christine Lagarde ha infatti annunciato che stavolta non ci saranno proroghe del rimborso. Il 30 giugno è la data ultima prefissata perché Atene restituisca all’istituto prestatario 1,6 miliardi di euro.

Il tutto mentre si diffondono rumor sull’ipotesi di svalutazione del debito pubblico greco. Basterebbe mettere in pratica un’intesa siglata nel novembre del 2012, che rimase sulla carta. Secondo il quotidiano Kathimerini quell’accordo potrebbe essere ribadito la prossima settimana, in occasione del summit dell’Unione europea.

Pare che il taglio del passivo statale sia il vero insormontabile scoglio dei negoziati. La Commissione Europea e la Bce dovrebbero pubblicare in giornata un comunicato congiunto sulla questione del debito greco e degli aiuti al paese.

Michael Hewson, analista di CMC Markets, conferma al Guardian che “il meeting di oggi è visto come l’ultima chance” per permettere alla Grecia di siglare un accordo in tempo per la fine di giugno, esattamente per il 30: è quello il giorno X, in cui scade il termine per rimborsare parte dei prestiti erogati dall’Fmi, per un valore di 1,6 miliardi di euro.

La stessa Commissione europea ha escluso che alla scadenza del termine per raggiungere un accordo, il 30 giugno, si possa continuare il negoziato ad oltranza, come è invece avvenuto in precedenza. Stavolta “non pensiamo di fermare gli orologi”, ha affermato il portavoce Margaritis Schinas. Christine Lagarde, numero uno del Fondo Monetario Internazionale, ha ribadito che non c’è alcuna possibilità” che la Grecia ottenga uno slittamento della data di rimborso del prestito da 1,6 miliardi di euro.

“Non sono sicuro che faremo progressi”. Ha messo subito le mani in avanti il presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, che ammette di non essere particolarmente ottimista. “Non ho molte speranze”, continua. E arriva anche l’avvertimento di Pierre Gramegna, ministro delle Finanze del Lussemburgo: “il tempo sta per finire”.

Non si prevede tuttavia nessuna intesa, dal momento che la Grecia, reduce dalle proteste durante la notte contro l’austerity, non presenterà più nessun’altra proposta. Intanto il premier greco Alexis Tsipras vola in Russia per incontrare il presidente Vladimir Putin. Lo stesso ministro delle finanze Yanis Varoufakis ha affermato, in un’intervista rilasciata a ITN News, di non sperare in nessun compromesso che possa sbloccare l’impasse.

Pessimista anche il numero uno di Bundesbank. In un’intervista alla Stampa Jens Weidmann ha detto che c’è il “rischio di un contagio”, ma che allo stesso tempo ciò non significa che l’euro sia in pericolo. La moneta unica oggi scambia sopra 1,14 dollari, forte di un progresso dello 0,65% circa.

Un problema di un’eventuale uscita dall’area euro e dall’Unione Europea della Grecia riguarda anche l’aspetto legale. Il caso non è infatti previsto dai trattati. È una delle lezioni da trarre da questa crisi, secondo il presidente della Bundesbank: “bisogna introdurre nei Trattati la possibilità di far fallire gli Stati”.

Ieri il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz ha detto che l’aspetto legale potrebbe creare ulteriore incertezza sul futuro della Grecia. Non sarebbe infatti ben chiaro come avverebbe un eventuale distacco dal blocco a 29 di Atene, visto che non un evento del genere non è previsto dai trattati.

In due settimane sarebbe impossibile correre ai ripari e introdurre una simile norma, anche perché i singoli paesi dovrebbero approvare democraticamente il nuovo regolamento.

Nonostante tutto la Cancelliera tedesca Angela Merkel è ottimista: al Parlamento tedesco ha detto che finché c’è volontà c’è speranza di raggiungere un accordo. Allo stesso tempo è la Grecia che la palla in mano e che deve “rispettare gli impegni presi sul piano delle riforme”.

Ma come titola oggi il Guardian in prima pagina, la “Grecia non può pagare e non pagherà”.

Non solo: la stessa Commissione sul debito che è stata istituita in Grecia ha appena dichiarato che tutto il debito nei confronti della troika è “illegale, illegittimo e odioso”.

In un report molto dettagliato, si legge che: “Tutte le prove che presentiamo in questo report dimostrano che la Grecia non solo non ha la capacità di onorare questo debito ma, anche, che non dovrebbe prima di tutto pagarlo, perchè il debito che emerge dagli accordi della troika è una violazione diretta dei diritti fondamentali umani dei cittadini greci”.

La Commissione ha un nome preciso: si chiama “Commissione per la verità sul debito pubblico”, ed è stata creata nell’aprile di quest’anno dal Parlamento greco, al fine di indagare sulle origini relative alla crescita del debito e, anche, sull’impatto che le condizioni sottostanti i prestiti hanno avuto sull’economia e la popolazione”.

Il report è diviso in diversi capitoli.

Nel capitolo 1), che analizza il debito verso la troika, si analizza la crescita del debito pubblico greco, a partire dagli anni Ottanta. Se ne deduce che “l’aumento del debito non è stato provocato da una spesa pubblica eccessiva, che di fatto è rimasta inferiore alla spesa pubblica di altri paesi dell’Eurozona, ma piuttosto è stato innescato al pagamento di tassi di interesse estremamente elevati, da una spesa militare eccessiva e ingiustificata, dalla perdita di entrate fiscali dovuta a flussi di capitali in uscita illegali, dalla ricapitalizzazione statale di banche private, e da squilibri internazionali creati a causa delle imperfezioni della stessa Unione monetaria”.

Nel capitolo 2 si parla dell’evoluzione del debito negli anni tra il 2010 e il 2015. Si conclude che il primo accordo sul debito del 2010 ha avuto come obiettivo primario quello di salvare le banche private greche ed europee, permettendo loro di ridurre la loro esposizione verso i bond governativi ellenici.

Nel capitolo 5, si fa riferimento alle condizioni che sono state incluse negli accordi di bailout, e che hanno prodotto la crisi dell’economia e l’insostenibilità del debito. Tali condizioni, “sulle quali i creditori insistono ancora, non solo hanno contributo a zavorrare il Pil, così come ad alzare i prestiti, dunque non solo hanno portato il rapporto debito/Pil greco a un livello ancora più insostenibile, ma hanno anche provocato cambiamenti drammatici nella società, causando una crisi umanitaria. Al momento, il debito pubblico greco può essere considerato totalmente insostenibile”.

Ancora, esaminando l’impatto dei “programmi di bailout”, si evince che le “misure che sono state adottate in linea con questi piani hanno direttamente colpito le condizioni di vita del popolo, violando i diritti civili, che la Grecia e i suoi partner sono obbligati a rispettare, proteggere e promuovere in base alla legge nazionale, regionale e internazionale. I drastici aggiustamenti imposti sull’economia e la società greca nel complesso, si sono tradotti in un deterioramento rapido del tenore di vita e rimangono incompatibili con la giustizia sociale, la coesione sociale, la democrazia e i diritti umani”.

Il Capitolo 9 affronta la questione che mette in allarme l’Unione europea, dal momento che tutto cambierebbe se con la Grecia si creasse un precedente.

Nella sezione del report si parla delle “fondamenta giuridiche per ripudiare e sospendere il debito sovrano greco”. Come opzioni vengono presentate la cancellazione del debito, e si parla di quelle condizioni in base a cui uno stato sovrano può esercitare il diritto di agire unilateralmente per ripudiare o sospendere il pagamento del debito, in base alle leggi internazionali.

Diverse argomentazioni legali permettono a uno stato di ripudiare unilateralmente il suo debito illegale, odioso e illegittimo. Nel caso della Grecia, tale atto unilaterale potrebbe basarsi sulle seguenti argomentazioni: la cattiva fede dei creditori che hanno portato la Grecia a violare la legge nazionale e gli obblighi internazionali, riguardo ai diritti dell’uomo; la preminenza dei diritti dell’uomo nei confronti di accordi, come quelli che sono stati siglati tra i precedenti governi con i creditori o la troika; la coercizione; le condizioni ingiuste che violano in modo flagrante la sovranità greca e la Costituzione; e alla fine, il diritto riconosciuto dalla legge internazionale, che permette a uno Stato di adottare contromisure verso le azioni illegali dei creditori, che intenzionalmente danneggiano la sua sovranità fiscale, obbligandolo a contrarre debiti odiosi, illegali e illegittimi, che violano la autodeterminazione economica e i diritti fondamentali dell’uomo”.

Giuseppe Catapano informa: Visco: la ripresa è avviata, accelerare sulle riforme. Pericolo Grecia per la stabilità

Le “difficoltà” della Grecia a definire le riforme necessarie, assieme all’incertezza “sull’esito delle prolungate trattative con le istituzioni europee e con il Fondo monetario internazionale, alimentano tensioni gravi, potenzialmente destabilizzanti”.
Lo ha affermato il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nelle considerazioni finali all’assemblea annuale, aggiungendo che, ad ogni modo, “il riacutizzarsi della crisi greca ha avuto ripecussioni finora limitate sui premi per il rischio sovrano nel resto dell’area, riflettendo le riforme avviate in molti Paesi, i progressi conseguiti nella governance europea e negli strumenti a disposizione delle autorità per evitare fenomeni di contagio”.
Nella sua relazione il governatore ha sottolineato che l’Italia torna a crescere ma c’è il rischio di una ripresa frenata che non crea occupazione. Un timore, questo, particolarmente accentuato nel Mezzogiorno. Occorre perciò rimuovere le debolezze della nostra struttura economica e produttiva accelerando le riforme: solo così l’uscita dalla crisi potrà riflettersi in un aumento dei posti di lavoro, assicurando nuova linfa alla domanda interna, in grado, a sua volta, di consolidare lo sviluppo.
Visco, fotografa nelle sue “Considerazioni finali”, un Paese che esce finalmente dalla crisi più lunga del dopoguerra ma deve creare le condizioni per sfruttare al meglio la migliorata congiuntura internazionale e “consolidare la ripresa”. L’azione del governo viene promossa e incoraggiata insieme: bene Jobs act, bonus 80 euro e gestione dei conti pubblici, ma guai a fermarsi in mezzo al guado.
In Italia, dice Visco, “esiste il rischio, particolarmente accentuato nel Mezzogiorno, che la ripresa non sia in grado di generare occupazione nella stessa misura in cui è accaduto in passato all’uscita da fasi congiunturali sfavorevoli”.
“L’aumento del pil nel primo trimestre – riconosce il governatore nel testo letto davanti alla platea dell’assemblea di Bankitalia – interrompe una lunga fase ciclica sfavorevole; proseguirebbe nel trimestre in corso e in quelli successivi”. Ma poi avverte subito: “Per non deludere le aspettative di cambiamento occorre allargare lo spettro dell’azione di riforma avviata e accelerarne l’attuazione”. I benefici in alcuni casi non sono immediati ma questo, spiega Visco, “è un motivo in più per agire, perseguendo un disegno organico e coerente”. E’ il caso del Jobs act, una cui valutazione degli effetti procurati è ancora “prematura”. E tuttavia “la forte espansione delle assunzioni a tempo indeterminato nei primi mesi del 2015, favorita anche dai consistenti sgravi fiscali in vigore da gennaio, è un segnale positivo, suggerisce che con il consolidarsi della ripresa l’occupazione potrà crescere e orientarsi verso forme più stabili”.
Ma non è solo l’eventuale stallo nelle riforme a preoccupare il numero uno di Bankitalia: “Il ritorno a una crescita stabile, tale da offrire nuove prospettive di lavoro, richiede che prosegua lo sforzo di innovazione necessario per adeguarsi alle nuove tecnologie e alla competizione a livello globale”. E, in questo senso, in Italia “esiste il rischio, particolarmente accentuato nel Mezzogiorno, che la ripresa non sia in grado di generare occupazione nella stessa misura in cui e’ accaduto in passato all’uscita da fasi congiunturali sfavorevoli”. Questo perché la crisi appena superata “si è innestata su una grande trasformazione dettata dal progresso tecnologico e dalla crescita dell’integrazione tra le economie, con grandi paesi emergenti tra i protagonisti”.
In questo scenario, secondo il governatore di Bankitalia, “la domanda di lavoro da parte delle imprese più innovative potrebbe non bastare a riassorbire la disoccupazione nel breve periodo. Ne risenterebbe la stessa sostenibilità della ripresa, che non troverebbe sufficiente alimento nella spesa interna”.
Il consolidamento della ripresa passa anche necessariamente attraverso la capacità delle imprese italiane di competere a livello internazionale. E qui Visco sottolinea con preoccupazione un dualismo nel nostro sistema produttivo: “I risultati delle imprese più efficienti, che hanno aumentato le vendite sui mercati esteri, investito e realizzato innovazioni, contrastano con quelli di una parte considerevole del sistema produttivo, caratterizzata da una scarsa propensione a innovare e da strutture organizzative e gestionali più tradizionali”.
Visco rileva che “l’attività innovativa è in Italia meno intensa che negli altri principali paesi avanzati, soprattutto nel settore privato”. Da noi, spiega, “le imprese non solo nascono mediamente più piccole, ma faticano anche a espandersi”. Con rilessi negativi sui posti di lavoro: “In termini di occupati, anche quando hanno successo crescono a ritmi più bassi e per un periodo più limitato”.
Non devono esserci perciò più indugi nel rimuovere gli ostacoli all’attività delle imprese e alla loro crescita, che vanno dalla complessità del quadro normativo alla scarsa efficienza delle amministrazioni pubbliche, ai ritardi della giustizia, alle carenze del sistema dell’istruzione e della formazione. Una situazione per giunta “aggravata dai fenomeni di corruzione e in più aree dall’operare della criminalità organizzata”.
Il consiglio di Visco alle imprese è “una maggiore attenzione per l’ammodernamento urbanistico, per la salvaguardia del territorio e del paesaggio, per la valorizzazione del patrimonio culturale”. Più investimenti pubblici e privati in questi settori potranno “produrre benefici importanti, coniugando innovazione e occupazione anche al di fuori dei comparti piu’ direttamente coinvolti, quali edilizia e turismo”.
Ultima indicazione sulla scuola. Visco non dà valutazioni sul contestato ddl all’esame del Parlamento, ma avverte: “Per migliorare i programmi di investimento, accrescerne la qualità e indirizzare le risorse dove sono più necessarie non si può prescindere da una valutazione sistematica e approfondita dei servizi offerti e delle conoscenze acquisite”.
Sofferenze a 200 mld a fine 2014. “Alla fine del 2014 la consistenza delle sofferenze è arrivata a sfiorare i 200 mld, il 10% del complesso dei crediti; gli altri prestiti deteriorati ammontavano a 150 mld, il 7,7% degli impieghi”. Lo ha detto il governatore di Bankitalia, aggiungendo che “prima della crisi, nel 2008, l’incidenza delle partite deteriorate era, nel complesso, del 6%”.
Il 90% del bonus da 80 euro già speso dalle famiglie. L’indagine sui bilanci delle famiglie condotta dalla Banca d’Italia indica che il 90% circa del bonus fiscale sarebbe stato speso e che, nei primi mesi del 2015, la quota delle famiglie che segnala di arrivare con difficoltà alla fine del mese si sarebbe lievemente ridotta rispetto a un anno prima.

Catapano Giuseppe osserva: Grecia minaccia Ue: “Se ci mollate vi affoghiamo di profughi e jihadisti”

La Grecia minaccia l’Unione Europea: “Se ci mollate vi affoghiamo di profughi e jihadisti”. Parole che arrivano in una giornata già tesa tra Ue e Grecia da parte del ministro della Difesa Panos Kammenos. E sono parole che rischiano di mettere la pietra tombale su una riunione dell’Eurogruppo, quella di lunedì pomeriggio, su cui le speranze di riuscita sono già al lumicino.
La Grecia, dopo il no europeo al piano, al momento è senza aiuti. E Kammenos, il populista di destra, l’alleato “eterodosso” di Alexis Tsipras punta la Ue con quello che non è un semplice attacco politico, è una vera e propria minaccia.
“Se l’Europa ci abbandona nella crisi, la sommergeremo di migranti, e tanto peggio per Berlino se in mezzo a quella marea umana di milioni di profughi economici si mescoleranno anche jihadisti dello Stato islamico”.
Per Kammenos è una pura e semplice difesa. Perché, spiega,
“Se ci dànno un colpo, noi risponderemo dando un colpo a loro. Se ci lasciano cadere, allora distribuiremo ai migranti venuti da ovunque documenti validi per circolare nell’Europa delle frontiere aperte di Schengen (di cui la Grecia fa parte, ndr) e così quella marea umana potrà andare senza problemi a Berlino”.
Parole inquietanti perché arrivano dal ministro di uno dei paesi fondamentali, insieme all’Italia, nella gestione della questione migranti. Kammenos però rincara la dose:
“Non sarà poi affar nostro se l’Europa, una volta che abbia adottato una posizione intransigente contro la Grecia sulla questione del debito, si troverà ad affrontare una eventuale realtà spiacevole, cioè il fatto che alla marea umana di milioni di migranti extracomunitari che si rovescerà su Berlino si possano mescolare terroristi dell’Isis”.
Il tutto arriva in un giorno già nero con l’accordo tra Grecia e Europa che sembra lontanissimo e con le Borse in rosso nonostante proprio oggi sia formalmente partito il Quantitative easing, ovvero il piano straordinario della Bce che prevede un massiccio acquisto di titoli di Stato.

Catapano Giuseppe comunica: Germania dice no ed è Atene ora che lancia ultimatum. Fmi si tira fuori?

La proposta della Grecia non ha fatto in tempo ad essere stata presentata, che è già arrivato il no della Germania. Monta la protesta greca contro l’Ue: fonti del governo hanno accusato alcuni paesi membri di non volere “soluzioni”.

Intanto Gerry Rice, il direttore comunicazione del Fondo monetario internazionale, afferma che “sta ovviamente ai partner europei e al governo greco decidere come meglio gestire la possibile estensione del programma Ue o i passi verso un nuovo programma”. Il programma del “Fondo monetario internazionale a sostegno della Grecia scadrà nel marzo 2016, quindi non ha bisogno di essere esteso a questo punto”.

“Per essere chiari, i due programmi sono collegati ma separati e al momento non ci sono discussioni sul piano Fmi”, anche perchè “la Grecia non ha chiesto al Fondo Monetario Internazionale un nuovo programma”.

“C’è sempre flessibilità nei programmi del Fondo: questi si adattano alle circostanze, motivo per cui comunichiamo revisioni su base trimestrale. E’ una procedura standard che non riguarda solo la Grecia”

In tanto, Berlino ritiene insufficienti le proposte del governo Tsipras, che aveva ventilato l’ipotesi di utilizzare le riserve bancarie e tagliare il surplus primario all’1,5%.

Martin Jaeger, un portavoce del ministero tedesco delle Finanze, ha annunciato in un comunicato che “la lettera arrivata da Atene non è una proposta che porta a una soluzione”. In realtà “va nella direzione di un prestito ponte, senza rispettare le richieste del programma di aiuti internazionali” già concordato. Inoltre “La lettera non risponde ai criteri che erano stati stabiliti nell’Eurogruppo di mercoledì”.

Atene vuole concludere un accordo il più in fretta possibile, anche perché i soldi stanno finendo. Il governo del partito anti austerity ha fatto sapere che domani, venerdì, l’Eurogruppo ha davanti due possibilità soltanto: accettare o no il loro piano. Stavolta quindi l’ultimatum arriva dalla Grecia.

Nello specifico, la proposta di Syriza è di un taglio dell’avanzo primario al più abbordabile 1,5% e dell’utilizzo delle riserve bancarie, ma per ora l’Unione Europea non appare del tutto convinta.

“Stiamo facendo il possibile per raggiungere un accordo che sia benefico per tutti. L’obiettivo è concludere tale accordo presto”, ha detto Gabriel Sakellaridis a Skai TV. “Stiamo cercando di trovare i punti in comune”.

L’impressione generale è che Atene finirà per capitolare nel gioco del ‘pollo’ e alzerà lei per prima bandiera bianca.

Per alleviare le pressioni sul proprio sistema bancario, che ieri ha ricevuto un ulteriore aiuto dalla Bce, la Grecia propone di attingere agli 8 miliardi di euro di risore del Fondo ellenico per la stabilizzazione bancaria, con l’obiettivo di diminuire il peso delle sofferenze bancarie e riaprire i rubinetti del credito alle imprese.

La Bce ha alzato di altri 3,3 miliardi il plafond dei prestiti di emergenza agli istituti di credito ellenici. Ora il tetto dell’Ela ha raggiunto i 68,3 miliardi di euro. Ma non si sa fino a che punto ancora Draghi potrà sostenere il disastrato sistema bancario ellenico.

La richiesta per l’estensione dei prestiti di sei mesi, come confermato il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, è stata presentata formalmente dalla Grecia oggi.

Se un’intesa con i creditori internazionali verrà raggiunta, il paese sarà sicuro di non finire i fondi al termine del programma di bailout attuale, che scade il 28 febbraio, tra poco più di una settimana.

Tuttavia la richiesta non significa che Atene accetterà gli accordi con la troika (Bce, Fmi, Commissione Ue) siglati dal precedente esecutivo, che includono l’adozione di severe misure di austerity.

Intanto scendono in campo gli Stati Uniti, che lanciano un monito alla Grecia. Il segretario al Tesoro Usa Jack Lew ha telefonato al ministro delle Finanze ellenico, Yanis Varoufakis, incitandolo a “passare ai fatti”, lanciando un avvertimento sulle “conseguenze gravi” senza un accordo.

Si deve “trovare un sentiero costruttivo in accordo con il Fmi e i ministri europei delle finanze”; ancora, “l’incertezza non è una cosa buona per l’Europa”.

Intanto il vicepresidente della Commissione Ue Valdis Dombrovskis ha ricordato che “nell’attuale programma di aiuti ci sono ancora dei fondi, ma se la Grecia li vuole, deve concludere il programma e le valutazioni periodiche perché è quella la condizione”.

“L’Eurogruppo, con chiarezza, ha comunicato alla Grecia che si deve estendere il programma con le condizionalità connesse, solo dopo c’è la flessibilità per discuterle. E’ chiaro che la Grecia avrà bisogno di ulteriore assistenza finanziaria perché un ritorno al mercato sarebbe complicato. Vediamo volatilità sul mercato e varie tendenze preoccupanti”.

Intanto il ministro dello Stato Alekos Flamboraris, un consulente del premier Alexis Tsipras, ha detto che la Grecia potrebbe chiedere un summit Ue di emergenza perché la crisi greca è politica almeno quanto economica.

Parlando alla trasmissione radio locale Parapolitika, il ministro ha detto che nel caso in cui un Eurogruppo straordinario non sia convocato entro la fine della settimana, Atene chiederà ai leader dell’Unione Europea che si tenga un vertice di emergenza perché la “questione è politica”.

Atene non chiede un’estensione del memorandum di intenti del precedente programma, ha detto, perché “il voto del popolo greco ha abolito di fatto l’intesa”.

Gli economisti della banca tedesca Berenberg ritengono che ci sia ancora un 35% di chance che Atene lasci l’area della moneta unica. Per Commerzbank c’è addirittura una possibilità su due.

Il rischio di default o Grexit potrebbe diventare realtà in due modi, secondo Berenberg: la coalizione al governo respinge l’offerta dell’Eurozona e inizia a stampare moneta in proprio; oppure il premier Tsipras indice un referendum per l’uscita dal blocco a 19. L’ultimo scenario è il meno probabile, dal momento che attualmente l’80% dei greci è a favore dell’adozione dell’euro.

Per l’Eurozona le conseguenza a lungo termine sarebbero contrastanti. Da una parte l’abbandono della moneta da parte di Atene creerebbe un pericoloso precedente e i tassi dell’area periferica dell’area euro ne risentirebbero. Dall’altra parte, tuttavia, mostrebbe che le regole imposte dalle autorità europee vanno rispettate.

Aumenterebbe inoltre, sempre secondo gli analisti, gli incentivi ad adottare politiche macro economiche positive, volte a salvaguardare l’appartenenza all’area euro e sgonfierebbe le pretese e la popolarità dei movimenti populisti.