Giuseppe Catapano: Marino, dimissioni ma… “Non escludo il ritorno”

giucatap88ROMA – Ignazio Marino alla fine si è dimesso. Il Pd ha mandato Marco Causi (vicesindaco dimissionario) e Alfonso Sabella (assessore), che sono riusciti nella missione di convincere il sindaco a dimettersi. Anche se, come recita l’epitaffio di Franco Califano, Marino ha voluto congedarsi con un “non escludo il ritorno”.  Nel suo annunciare le dimissioni (qui il testo integrale della lettera) Marino ha ricordato/minacciato che “ho venti giorni per pensarci”. Venti giorni prescritti per legge, che di solito non vengono utilizzati ma che il chirurgo prestato alla politica ha dichiarato di voler usare. Cosa farà nei prossimi venti giorni? Forse valutare se riesce a tornare alla guida del Campidoglio con un’altra maggioranza. Perché nella sua lettera, in cui Marino non fa per nulla autocritica, il sindaco ha attaccato il Pd perché non lo ha sostenuto nonostante quelle che, a suo dire, sono le tante cose buone fatte. Ma l’ultimatum era arrivato già quasi 24 ore prima dal Pd, cioè dal suo partito. Ultimatum chiaro: o te ne vai o ti mandiamo via noi. Ultimatum largamente anticipato da quanto accaduto nella convulsa mattinata di questo 8 ottobre. Con un assessore Pd, Stefano Esposito, che aveva parlato apertamente di “nessuna possibilità di andare avanti”. Lo stesso Esposito, insieme con il vicesindaco Marco Causi, l’assessore al Turismo Luigina Di Liegro, ha rassegnato le dimissioni. Sono tutti e tre elementi entrati in Giunta con il rimpasto di luglio, un rimpasto che ha dato un’impronta più Pd-Renzi al percorso di Marino, espellendo dal governo della città Sel. Percorso che pare arrivato agli ultimi metri proprio perché quel Pd-Renzi non ne vuole sapere più niente del sindaco chirurgo. Tanto da ventilare la presentazione di una mozione di sfiducia in Consiglio comunale a Marino nel caso che il sindaco, come è apparso sempre più probabile una volta passato il primo ultimatum delle 16, avesse pensato di resistere ancora e di arroccarsi nel Campidoglio. Lo fa capire in modo chiaro anche l’ultimo arrivato (in mero ordine cronologico) nella Giunta. Quello Stefano Esposito portato dal Senato ai disastrati trasporti della Capitale che pure in poche settimane è riuscito a inimicarsi tanti romani cantando “Roma m…” in radio. Esposito a Sky Tg 24 parla di “fine inevitabile” e spiega: “La situazione non può durare, non vedo possibilità di andare avanti”.  Ma perché inevitabili? Prima cosa perché Marino ha confessato. In pochi lo hanno scritto se non tra le righe. Eppure, decidendo e annunciando ai romani che restituirà 20mila euro e non utilizzerà più la carta di credito del comune, il sindaco ha confessato di aver pasticciato con le note spese. Davanti a manifesta confessione scatta una legge inevitabile della politica: individuare il danno maggiore e limitarlo. Fino al pasticcio delle note spese il danno maggiore, per il Pd che Marino li ha messo e provato a sostenere, è Roma con un sindaco dimissionario durante il Giubileo. Ora il danno maggiore è un sindaco con le note spese pasticciate prima durante e dopo il Giubileo. E cosa era, se non gestire il danno, la scelta di commissariare di fatto il Giubileo affiancando a Marino il prefetto Gabrielli? Il sindaco ha finto di non cogliere. Ha imbarazzato Gabrielli e un’intera platea di uditori con una battuta fuori luogo proprio perché vera, una di quelle cose su cui non c’è da ridere, definendo il prefetto “la sua badante”. Seconda cosa, Matteo Renzi non ne può più. Non solo in senso di malumori e di personale disistima. Non ne può più politicamente perché  non può permettersi di avere un sindaco Pd in queste condizioni. Bersaglio quotidiano e costante non solo di polemica politica ma persino di iniziative della magistratura. Un sindaco che ogni giorno, a ogni esternazione, a ogni viaggio non richiesto, a ogni auto in divieto di sosta, a ogni nota spese pasticciata, costa al Pd migliaia di voti. È quindi possibile, anzi probabile, che Marino non venga sostituito ma rimpiazzato da un commissario (si troverà una formula) per aprire la strada alle elezioni nel 2016. Elezioni che Renzi vorrebbe possibilmente non concomitanti con quelle di Milano e Napoli, previste in primavera. Per Roma Renzi ha in mente ottobre. E c’è la prospettiva, minacciosa per il Pd, di un sindaco grillino. Se si votasse oggi, infatti, sarebbe proprio il Movimento 5 Stelle ad avere più voti e ad avere più possibilità di mettere al Campidoglio un sindaco. Il Pd romano, tra scandali coop e arresti per Mafia Capitale, ci ha messo del suo. Marino ha dato la mazzata finale.

Giuseppe Catapano: Imprese, S&P promuove le riforme di Renzi. Nel 2016 migliorerà redditività e competitività

giucatap62Alcune “riforme pro-business” del governo Renzi hanno aiutato le imprese, contribuendo a far crescere la fiducia di aziende e consumatori e la produzione industriale.
E’ quanto sostiene un rapporto di S&P, che cita anche fattori esogeni come il Qe, il calo del prezzo delle materie prime e l’euro debole. “Rimane da vedere”, si legge nel rapporto, “se questi stimoli saranno sufficienti per sostenere un ritorno a una crescita significativa per le imprese italiane”.
Secondo il report dell’agenzia di rating, le aziende italiane potrebbero migliorare la loro redditività e competitività nel 2016 in scia alla ripresa delle condizioni economiche e commerciali.
“Le imprese italiane trarranno benefici dal ritorno del Paese alla crescita economica quest’anno, mentre miglioreranno anche le condizioni di finanziamento”, afferma l’analista Renato Panichi.
Alla fine di giugno scorso, gli spread relativi a nuovi prestiti alle imprese italiane sono stati di circa 100 punti base più bassi rispetto a un anno fa. Inoltre le nuove erogazioni sono salite nel primo semestre di 35 miliardi a 225 miliardi, mentre le attività di M&A sono in piena espansione con aziende estere attratte da attività italiane. Gli analisti dell’agenza si aspettano però che anche gli investimenti delle aziende risultino in aumento nel 2015.
Le imprese italiane, tuttavia, devono ancora affrontare un percorso di ripresa più ripido rispetto ai concorrenti europei. La loro redditività, misurata in termini di ritorno sul capitale investito, è stata più debole di quella dei rivali europei negli ultimi anni: il 4,5% nel 2014 contro il 6,2%. Inoltre anche la leva finanziaria, con un debito pari a 3,4 volte l’Ebitda nel 2014, è peggiore della media europea di 3 volte.
Le aziende italiane devono affrontare anche altri svantaggi competitivi come una debole ripresa economica, con un pil previsto in crescita dello 0,7% questo anno contro il 1,6% della zona euro. Oltre a ciò, prosegue S&P, il panorama è dominato da aziende più piccole, che negli ultimi anni non hanno avuto la dimensione per competere sui mercati internazionali e investire nella produzione e nella ricerca per sostenere lo sviluppo del business.
Un’altra debolezza competitiva è rappresentata dalle infrastrutture pubbliche. Gli investimenti pubblici nel settore delle infrastrutture sono stati pari al 2,2% del pil nel 2014, rispetto al 2,9% per l’Unione europea.
“Per queste ragioni, ci aspettiamo che la ripresa sarà limitata a imprese innovative e orientate all’export che sono competitive a livello internazionale e ad aziende più piccole che ristrutturano e consolidano le attività per migliorare la loro redditività”, spiega Panichi.
“La nostra analisi mostra che il divario di redditività tra le aziende con le migliori performance e quelle con le peggiori si è allargato notevolmente nel corso degli ultimi anni. Noi crediamo quindi che l’attuale ripresa sarà di beneficio limitato per quelle società la cui redditività è peggiorata al punto che la leva finanziaria ha raggiunto livelli insostenibili, e per le quali l’unica soluzione è la ristrutturazione”, aggiunge l’analista.
La ristrutturazione e il consolidamento delle attività porteranno significativi benefici nel medio termine, ad esempio in termini di miglioramento della redditività e della competitività, e andrà a beneficio di tutte gli stakeholder. Le relative maggiori efficienze operative aumenteranno probabilmente anche il fascino di queste aziende sia tra gli investitori obbligazionari che tra le banche.
Un calo delle esportazioni italiane a causa di un rallentamento economico nei mercati emergenti e la Cina rappresentano attualmente il principale rischio esterno per la nascente ripresa delle società italiane, conclude il rapporto.

Giuseppe Catapano: Centrodestra, incontro Berlusconi-Salvini: c’è stata piena sintonia

SILVIO BERLUSCONI NEL MONITOR MATTEO SALVINI

“E’ vero, domenica sera ad Arcore l’incontro c’è stato, come è normale che sia fra due leader di partiti della stessa coalizione”. Il presidente di Forza Italia, Silvio Berlusconi, e il segretario federale della Lega Nord, Matteo Salvini affidano a una nota, diffusa dall’ufficio stampa ‘azzurro’, la messa a punto dopo il vertice, e spiegano: “Abbiamo sofferto entrambi per la sconfitta del nostro Milan ma sulle questioni politiche c’e’ stata piena sintonia su tutto”.
Si riflette nel centrodestra. Riflette soprattutto Denis Verdini. “Renzi è molto preparato, è simpatico, è empatico, ha le caratteristiche dei leader. Berlusconi è unico, è stato il grande innovatore della politica italiana ha cambiato questo paese anche nei gusti e nelle abitudini”. E’ il pensiero di Denis Verdini, che spiega che “in FI comanda Berlusconi, non c’è discussione. L’accordo del Nazareno è saltato per mancanza di convincimento, quando le cose si usurano poi e’ come la tela, si strappa”. Per Verdini “con Berlusconi la rottura è stata politica, non umana. Il resto sono dietrologie, nessun accordo sotterraneo. Io ho grande stima del presidente Berlusconi e ogni volta che posso lo ribadisco, abbiamo diversità di opinioni che sono maturate”.

Giuseppe Catapano: Sawiris investe sul maxi-data center Supernap alle porte di Milano

giucatap60Sono già partiti a Siziano (Pv), non lontano da Milano, i lavori per la realizzazione del data center da 300 mln di euro di Supernap International, partnership tra Switch Supernap e Acdc Fund, partecipato da Orascom Tmt Investments dell’imprenditore egiziano Naguib Sawiris e Accelero Capital.
Supernap International detiene i diritti esclusivi per la progettazione e realizzazione dei data center Supernap al di fuori degli Stati Uniti e l’Italia è il Paese prescelto per la costruzione del primo data center di questo tipo in Europa che si propone di diventare un vero e proprio punto di riferimento per tutto il settore.
All’interno di un’area di 100.000 metri quadrati, il data center di Siziano sarà il più grande in Italia e il più avanzato in Europa. Con una superficie di 42.000 metri quadrati, è progettato sulla base della più avanzata tecnologia, multi-tenant, Tier IV del data center di Supernap in Las Vegas, che soddisfa gli elevati standard delle tre seguenti certificazioni: “Tier IV Facility”, “Tier IV Design” e “Tier IV Gold Operations” dell’Uptime Institute.
“Ho sempre creduto nelle potenzialità dell’Italia e investito nel suo sviluppo”, ha commentato Naguib Sawiris, presidente di Orascom Tmt Investment. “Questo nuovo progetto si inserisce in un contesto importante di evoluzione infrastrutturale del Paese, che mi piace e sono felice di poter supportare, partendo dalla consapevolezza del ruolo sempre più centrale e strategico dei data center”.

Giuseppe Catapano: Fisco, all’Ecofin raggiunto l’accordo sullo scambio automatico di informazioni

giucatap59I ministri dell’Economia dei Ventotto hanno raggiunto oggi un accordo sullo scambio automatico di informazioni sui cosiddetti “tax ruling”, ovvero i trattamenti fiscali per le società nei diversi paesi Ue.
“E’ un passo avanti nella lotta contro l’evasione fiscale e la frode fiscale”, ha commentato il presidente di turno dell’Ecofin, il ministro lussemburghese Pierre Gramegna.

giuseppe Catapano: Elezioni ad alto rischio in Turchia

giucatap38La tregua non regge più. Il cessate il fuoco raggiunto nel 2013 tra l’esercito turco e il Partito dei lavoratori del Kurdistan, Pkk, è stato interrotto da un violento ritorno alle armi non solo nelle basi del Pkk, sulle montagne a confine tra Turchia ed Iraq, ma anche tra strade, quartieri ed intere città, scuotendo alle fondamenta la pacifica convivenza tra le molteplici anime della società turca.

Il partito di governo, l’Akp di Recep Tayyip Erdoğan, che dal 2010 si era reso autore di un processo di dialogo senza precedenti nei confronti della minoranza curda, ora volta loro le spalle, in un violento dietro-front politico e militare.

Spina nel fianco
L’ottimo risultato elettorale ottenuto il 7 giugno dal Partito Democratico del Popolo, Hdp – un balzo oltre la soglia di sbarramento – rischia infatti di ostacolare i sogni super-presidenziali di Erdoğan.

Riconosciuta tanto l’impossibilità di una grande-coalizione con i kemalisti-repubblicani del Chp quanto di un esecutivo di minoranza con gli ultra-nazionalisti del Mhp, il primo ministro Ahmet Davutoglu ha indetto nuove elezioni in novembre. Ma nel conto alla rovescia che separa dalle urne, un nuovo lacerante scontro interno sembra spaccare a metà il paese.

L’operazione bicefala degli F-16 turchi
Il 20 luglio, la morte di 33 giovanissimi attivisti durante una conferenza della Federazione delle associazioni dei giovani socialisti a Suruc ha portato all’apice le già violente tensioni elettorali.

L’attentato, rivendicato dall’autoproclamatosi stato islamico cinque giorni dopo la vittoria delle milizie curde YPG-YPJ a Tel Abyad, sul confine turco-siriano, aveva messo in primo piano la sicurezza del paese.

Dopo un round di colloqui con gli Stati Uniti e la cessione della base di Incirlik alla coalizione internazionale, Ankara ha annunciato l’inizio della sua operazione anti-terrorismo.

Gli attacchi degli F-16 turchi, tuttavia, si sono riversati su due fronti: tanto verso gli jihadisti al confine siriano, quanto verso le basi del movimento di guerriglia turco, il Pkk, nelle montagne al confine con l’Iraq.

La fine ufficiale dello storico e sudato cessate-il-fuoco raggiunto nel 2013.

Più di mille gli arresti tra militanti di sinistra e curdi solo nei primi cinque giorni della campagna anti-terrorismo, mentre Twitter e 96 siti di informazione d’opposizione – in maggioranza curdi – sono stati oscurati.

Gli scontri tra militari e i guerriglieri del Pkk, inizialmente concentrati nella Turchia meridionale, si sono presto estesi a tutto il paese, toccando anche obiettivi sensibili, come il gasdotto tra Iran e Turchia, nella provincia di Agri, e l’oleodotto Kiruk-Ceyhan.

Lupi grigi
L’esplosione delle violenze militari ha risvegliato tensioni civili profonde, soprattutto tra le frange ultra-nazionaliste della società turca, con un ritorno all’attivismo dei cosiddetti “lupi grigi”, organizzazione nazionalista militante fondata negli anni Sessanta.

L’8 settembre, in risposta ad uno degli attacchi più violenti del Pkk nella provincia di Hakkari, la manifestazione dei lupi – “onore ai martiri, condanna ai terroristi” – si è trasformata in un assalto congiunto alle sedi dell’Hdp in 56 province, con negozi di proprietari curdi distrutti o dati alle fiamme.

Sebbene sia il leader degli ultra-nazionalisti del Mhp, Davlet Bahceli, che il rappresentante dei lupi, Kilavuz, abbiano richiamato esplicitamente all’ordine, gli episodi di violenza tra civili hanno avuto luogo durante tutto l’arco di settembre. Scontri tra militari e guerriglieri, nel frattempo, hanno portato a lunghi coprifuoco in diverse città curde come Cizre, dove per nove giorni 120 mila abitanti sono rimasti senza elettricità, acqua e aiuti sanitari.

Media in silenzio
Nel mezzo degli scontri anche la libertà di stampa in Turchia.

Assalito più volte dai manifestanti filo-nazionalisti il quotidiano Hurriyet, da anni critico del governo. Molti i giornalisti a perdere il lavoro negli ultimi due mesi, soprattutto tra i quotidiani gestiti da conglomerati mediatici filo-governativi, come il Milliyet.

In settembre, la polizia ha fatto irruzione anche negli uffici di Ankara del gruppo Koza-Ipek, proprietario di reti televisive e quotidiani vicini ad un altro dei critici del presidente turco, il predicatore islamico residente negli Stati Uniti, Fetullah Gulen.

Fermato anche il direttore esecutivo del giornale Nokta, per una copertina ironica nei confronti di Erdoğan, e sorte peggiore per tre giornalisti stranieri – due di VICE news, insieme all’olandese Frederike Geerdink – esplusi dal paese sotto l’accusa di propaganda al terrorismo.

Non è certo se il volta faccia politico-militare verso i curdi farà scivolare verso l’Akp i voti filo-nazionalisti desiderati per una maggioranza assoluta nelle prossime elezioni di novembre.

Il timore maggiore è rappresentato da una delle parole più frequenti del settembre nero turco: il “kutuplasma”, la frattura profonda tra le diverse anime della società civile turca, sempre più difficile da sanare.

Giuseppe Catapano: Cooperazione italiana, è giunta l’ora della ribalta

giucatap36Il discorso di Matteo Renzi davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, in occasione peraltro dell’approvazione dei nuovi 17 Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile, è stato emblematico della nuova cifra della cooperazione italiana come chiave politica di posizionamento dell’Italia nella comunità internazionale.

L’obiettivo del futuro della cooperazione internazionale è infatti andare oltre l’aiuto per essere ancora più efficaci e raggiungere l’obiettivo dello sviluppo e della promozione umana.

Non si tratta di sottovalutare quanto bisogno di sostegno e assistenza materiale vi sia ancora in molti Paesi, ma di far evolvere le Agenzie nazionali e internazionali di cooperazione, così da adeguarle al nuovo scenario economico e geopolitico che abbiamo dinanzi.

Meno i paesi poveri, ma più i fragili
Abbiamo di fronte un nuovo panorama di Paesi emergenti in cui si riducono quelli poverissimi (scesi secondo la Banca Mondiale da oltre 60 a 34) ma aumentano i “paesi fragili” (36 secondo l’Ocse), il cui sviluppo economico è azzoppato da conflitti, debolezze istituzionali, insufficienze delle reti sociali e imprenditoriali.

Si calcola un gap di infrastrutture per il quale sarebbero necessari 8oo miliardi di dollari l’anno in Asia e quasi 100 miliardi in Africa. Uno scenario in cui si studiano nuovi strumenti di intervento: la finanza sociale per lo sviluppo, il ricorso intensivo e diffuso all’information technology, il contributo del privato e l’insistenza sul trasferimento di know how industriale.

Su tutto, la consapevolezza che i temi della povertà e della sostenibilità si affronteranno con scelte politiche di fondo (dalla tracciabilità dei “minerali da conflitto” alle regole del commercio internazionale) e non semplicemente con il trasferimento di denaro e aiuto.

Ecco perché il dibattito sulla cooperazione deve essere affrontato toccando temi nuovi, coinvolgendo nuove professionalità, con un approccio più agile e trasversale rispetto a quello fino ad ora adottato in questo campo.

Riforma della cooperazione italiana
Non c’è riunione, vertice o incontro in cui il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, non citi la riforma della nostra cooperazione con orgoglio e non indichi con ambizione il traguardo storico di “indossare entro il 2017 la maglietta numero 4” tra i donatori nel club esclusivo del G7. Parliamo di circa un miliardo e mezzo di dollari di nuove risorse da destinare alla cooperazione.

Soldi ben spesi per il Governo non solo perché aiuteranno la stabilizzazione di aree di conflitto, lo sradicamento della povertà e il contrasto al cambiamento climatico, riducendo così la pressione migratoria, ma anche perché garantiranno un ritorno politico per il Paese, per il suo standing internazionale e, non ultimo, stimoleranno una forma di “internazionalizzazione per lo sviluppo” necessaria alle nostre imprese.

Parlando all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Renzi è partito dall’orgogliosa rivendicazione dell’impegno del Paese per salvare migliaia di vite umane nel Mediterraneo e dallo sforzo di convincere l’Europa a una politica solidale e aperta verso il dramma dei profughi, per spaziare al tema dello sviluppo sostenibile in agenda a dicembre a Parigi, alla sostegno alla moratoria contro la pena di morte fino alla rivendicazione dell’obiettivo di divenire donatore virtuoso nell’aiuto allo sviluppo.

Il tutto con il disegno strategico di ridefinire lo standing internazionale del Paese a partire da queste battaglie e in vista della elezione in Consiglio di Sicurezza del prossimo anno dove ce la dovremmo vedere con Svezia e Olanda, Paesi maestri nell’utilizzare questo tipo di strumenti di “soft power”.

Nuova Agenzia italiana per la cooperazione
In questo nuovo contesto internazionale ma anche sulla scorta di questo inedito impulso politico volto a rafforzare il protagonismo internazionale dell’Italia, saranno importanti i primi passi della neonata Agenzia italiana per la cooperazione, un attore chiave della riforma, all’incrocio tra Farnesina, Palazzo Chigi, il tessuto prezioso della solidarietà internazionale e il mondo del profit responsabile.

Un’Agenzia che deve essere moderna, digitale, trasparente e innovativa, mantenere un rapporto più che virtuoso tra volume di aiuti gestiti e costi, deve diventare partner di Cassa Depositi e Prestiti sui temi della finanza per lo sviluppo e della partnership con il privato ma deve anche essere capace di ridare risorse ai progetti della società civile, della cooperazione popolare e di quella territoriale.

È ora di far uscire la cooperazione dall’angolo in cui per anni l’abbiamo relegata, di riconoscerle il ruolo politico centrale che deve avere nella nostra politica estera, un politica estera che si sta trasformandosi in “global politics”, non più limitata alle grandi trattative internazionali e ai consueti incontri bilaterali ma sempre più giocata trasversalmente su tutti i temi (dall’ambiente all’immigrazione, dalla lotta alla povertà ai trattati commerciali) e in cui proprio la cooperazione allo sviluppo potrà giocare un ruolo centrale come strumento di “soft power” per il Paese e chiave per un contributo positivo dell’Italia nel costruire un mondo più sostenibile, equo e sicuro.

Giuseppe Catapano: Blitz di Francesco nella politica Usa

giucatap35Sbarcato negli Usa a circa quattrocento giorni dalle elezioni che porteranno alla Casa Bianca il successore di Barack Obama, papa Francesco ha toccato tutti i temi caldi al centro del dibattito statunitense: immigrazione, cambiamenti climatici, armi, pena di morte, Cuba, matrimoni gay, aborto. E a conti fatti si è schierato più dalla parte dei democratici che dei repubblicani.

Davanti al Congresso, a maggioranza repubblicana, il papa è stato tutto sommato sbrigativo su aborto e famiglia, mentre ha calcato molto di più la mano quando ha chiesto di abolire la pena di morte e ha tuonato contro il commercio e l’uso delle armi.

Inoltre, se a proposito di ingiustizie sociali, capitalismo, finanza e globalizzazione ha usato accenti più morbidi del solito, è stato invece esplicito a proposito di immigrazione, specie quando ha ricordato di essere “come molti tra di voi, figlio di immigrati” e quando ha chiesto di “considerare i migranti come persone, guardando i loro visi, ascoltando le loro storie, cercando di rispondere al meglio ai loro bisogni”.

Bergoglio in sintonia con i democratici
Anche se è sempre fuori luogo giudicare gli interventi di un papa in base alla logica della contrapposizione politica, è indubbio che la sintonia tra Francesco e i democratici è risultata piuttosto marcata.

Le figure che Francesco ha scelto come esempi di autentica vita ispirata al sogno americano (Abraham Lincoln, Martin Luther King, Dorothy Day, Thomas Merton) appartengono al mondo democratico molto più che a quello repubblicano. E, parlando di loro, il papa non ha esitato a usare espressioni tipiche del vocabolario democratico come pace, dialogo, diritti, lotta per la giustizia, causa degli oppressi.

Il passaggio nel quale Francesco ha chiesto di guardarsi da ogni forma di fondamentalismo è stato applaudito da tutta l’assemblea, ma quando, subito dopo, ha esortato a non dividere il mondo in modo semplicistico tra giusti e peccatori è sembrato pensare a certi atteggiamenti di casa soprattutto nell’universo repubblicano. Idem per quanto riguarda la politica (che non deve essere al servizio dell’economia e della finanza), la lotta alla povertà, la difesa dell’ambiente.

Francesco, in ogni caso, comunica anche con i gesti e quindi sono state altamente significative le sue visite ai più deboli ed emarginati, ai poveri, ai senza casa, ai migranti, ai detenuti (dove ha ricordato con forza che scopo della pena deve sempre essere il reinserimento sociale, non una sorta di vendetta).

“Papa Francesco ci sta mostrando e insegnando che si può ottenere molto più di quel che pensiamo possibile. Sto cercando di seguire il suo esempio”, ha commentato pieno di entusiasmo il sindaco democratico di New York, Bill De Blasio, mentre da parte repubblicana (dove ci sono cinque candidati alla Casa Bianca dichiaratamente cattolici: Bush, Rubio, Christie, Kasich e Jindal) si possono registrare al più le lacrime dello speaker (anche lui cattolico) del Congresso, John Boehner, seguite dalle dimissioni in polemica con l’ala destra del suo partito.

I repubblicani prendono le distanze da Bergoglio
Tra i repubblicani solo l’uomo nuovo del partito, il neurochirurgo afroamericano Benjamin Carson, non si è schierato apertamente contro il discorso di Francesco al Congresso, mentre Ted Cruz, rappresentante della destra cristiana, noto per i suoi frequenti riferimenti a Dio, ne ha preso le distanze.

In generale Francesco ha espresso la convinzione che un’alleanza tra pensiero cristiano e modernità è non solo possibile, ma necessaria. Anche in questo caso la sua linea si scontra con quella di buona parte dello schieramento repubblicano che punta piuttosto alla conservazione e al recupero di alcuni sacri principi.

Il soft power di Bergolio
Al di là delle contrapposizioni politiche, Francesco ha colpito buona parte dell’opinione pubblica statunitense con la sua autorevolezza fatta di semplicità è umiltà.

Il suo è un ‘soft power’, ha sostenuto David Ignatius sul Washington Post, che esercita un certo fascino su una società ormai abituata ai toni esasperati: “Questo papa è forte perché è umile. In un mondo complesso, il suo messaggio ha risonanza perché è semplice”. “Se tu hai un problema con papa Francesco vuol dire che hai un problema con Cristo” è arrivato a scrivere un non cristiano come il giornalista e scrittore Fareed Zakaria.

“Mi ha sorpreso il calore della gente”, ha detto Bergoglio conversando con i giornalisti durante il volo di rientro. Il papa si è detto colpito “dalla bontà, dall’accoglienza, dalla pietà, dalla religiosità”, e “si vedeva pregare la gente”.

A questa America il suo messaggio è sicuramente arrivato. E la condanna decisa, reiterata, accompagnata da scuse esplicite, per tutti i casi di abusi e pedofilia, permette alla Chiesa cattolica statunitense di rialzare legittimamente la testa.

Il che non è poco considerata la “grande tribolazione” (parole di Francesco) attraverso cui è passata negli ultimi anni.

Giuseppe Catapano: Cameron sui migranti provoca l’Ue

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Difficile immaginare una strategia più provocatoria nei confronti dei partner europei di quella scelta dal governo Cameron per affrontare la crisi dei profughi.

Tentare di collegare la gestione delle frontiere esterne all’Unione europea (Ue) con quella della libertà di movimento interno non può che irritare gli altri Paesi, isolando ancora di più la Gran Bretagna.

Il ministro degli Esteri Philip Hammond ha fatto capire che gli inglesi non sopportano l’ “ipocrisia” di quei paesi come l’Ungheria e la Polonia che difendono i propri confini con ogni mezzo, mentre insistono a voce alta sulla validità del sistema di Schengen e la libertà di movimento dentro lo spazio dell’Ue.

Proporre la Gran Bretagna come l’unica nazione che sostiene una linea moralmente coerente, una linea protezionistica ed esclusiva peraltro, nel mezzo di un’emergenza imprevista di proporzioni tremende che coinvolge tutti, rischia di bruciare quel poco di capitale politico di cui gli inglesi ancora dispongono in Europa.

Persino il fedele alleato danese ha preso le distanze. E gli irlandesi, anch’essi fuori da Schengen, dimostrano molto più disponibilità.

La posizione del governo è determinata da tre fattori la cui importanza relativa è in flusso continuo:
1) la pressione di quella parte dell’opinione pubblica che non vuole sentire parlare di immigrati, provengano essi da dentro o da fuori l’Ue;
2) la preoccupazione che in mezzo al mare di aspiranti immigrati possono nascondersi infiltrati dell’autoproclamatosi stato islamico o altre organizzazioni terroristiche;
3) il futuro referendum sull’appartenenza o meno della Gran Bretagna all’Ue europea.

Verso il referendum per il Brexit
Nella campagna elettorale di maggio, Cameron ha confermato il suo impegno a promuovere il referendum sull’uscita dall’Ue dopo aver ‘rinegoziato’ certi aspetti dei Trattati di base dell’Ue.

Questi riguardano competitività: come rendere il mercato unico più efficace; sovranità: restauro del potere dei parlamenti nazionali; sicurezza sociale: più controllo nazionale sull’ accesso ai sistemi di welfare; e ‘governance economica’.

In pratica controllo delle frontiere e sul diritto di movimento dei cittadini Ue dentro i confini inglesi. Su quest’ultima questione, gli altri membri dell’Ue si sono dimostrati fino ad ora poco interessati o, vedasi i paesi dell’Europa dell’Est, apertamente ostili.

Cameron lo sa, ma è consapevole che a causa della questione immigrati – più di mezzo milione arrivati nell’anno fino a maggio 2015 – i sondaggi stanno dando per la prima volta un’esile maggioranza a favore dell’uscita.

Con la sua posizione sicura nella Camera dei Comuni, il governo è poi esposto più di prima a quell’ala del partito conservatore – fino a un terzo dei deputati – che ha sempre respinto in modo rumoroso e militante ogni istanza proveniente da Bruxelles, Strasburgo o Francoforte. Oggi quell’ala richiede che al momento del referendum il partito si astenga.

È anche per questa situazione politica che Cameron ha scelto di non pronunciarsi sulla questione ucraina, e ha tardato fino all’ultimo prima di esprimere una posizione sulla questione profughi.

L’aiuto di Cameron ai profughi
Il governo insiste comunque sulla differenza tra migranti e profughi. Per i primi nessuna pietà: vanno rispediti al punto di partenza. Per le vittime della guerra in Siria invece sta cercando il modo per venire incontro alle loro esigenze, aiutandoli in primis a casa loro.

Il governo inglese sta per esempio sostenendo programmi internazionali in Siria e Giordania, e negli ultimi tre anni ha donato un miliardo di sterline all’Unhcr e ad altre organizzazioni umanitarie che gestiscono i campi profughi in questi paesi.

Cameron si è poi detto pronto ad accogliere sul suolo inglese 20mila profughi nei prossimi cinque anni. Non migranti, ma uomini, donne e bambini rifugiati nei campi e presumibilmente scelti sul posto da agenti del governo.

Assolutamente troppo poco dicono i critici, dall’Arcivescovo di Canterbury all’opposizione laburista. Dalle dozzine di accademici e ricercatori che hanno firmato una petizione per chiedere una politica molto più robusta e generosa al governo scozzese in mano ai nazionalisti, la cui leader, Nicola Sturgeon, si è impegnata ad accogliere una famiglia siriana a casa sua.

Preparandosi al congresso dei Conservatori
Stretta tra tutti questi fuochi, la posizione di Cameron è oggettivamente difficile. Il suo atteggiamento rilassato e da ‘buontempone’ non sembra adatto a sfide così dure.

Il mese prossimo arriverà il congresso del suo partito: una specie di resa dei conti. Contro ogni prognostico il Primo ministro ha vinto la grande battaglia delle elezioni di maggio. Ed è con questo capitale politico che affronterà una platea che normalmente si dimostra molto obbediente e rispettosa del suo leader.

In un momento in cui l’immigrazione è la preoccupazione numero uno della popolazione, e indipendentemente delle crisi attuale, l’impegno preso nel 2010 da Cameron per gli arrivi ad un numero trascurabile si è rivelato un flop. Cameron non potrà godersi quella grande, trionfante festa che si era promesso solo cinque mesi fa.

Giuseppe Catapano: Frodi in materia IVA e prescrizione: la sentenza Taricco (Corte di Giustizia dell’Unione Europea)

giucatap32Segnaliamo la pronuncia con cui la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha ritenuto che la normativa italiana in tema di prescrizione, impedendo, nei casi di frode grave in materia IVA, l’inflizione effettiva e dissuasiva di sanzioni, a causa di un termine complessivo di prescrizione troppo breve, potrebbe ledere gli interessi finanziari dell’Unione.

Il Tribunale di Cuneo, investito del procedimento a carico del sig. Ivo Taricco per una serie di operazioni fraudolente note come «frodi carosello», aveva chiesto alla Corte se, finendo col garantire l’impunità alle persone e alle imprese che violano le disposizioni penali, il diritto italiano non abbia creato una nuova possibilità di esenzione dall’IVA non prevista dal diritto dell’Unione.

Con l’odierna sentenza – si legge nel comunicato stampa rilasciato dalla Corte di Giustizia – «la Corte rammenta, anzitutto, che, secondo l’articolo 325 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), gli Stati membri devono lottare, con misuredissuasive ed effettive, contro le attività illecite lesive degli interessi finanziari dell’Unione e, in particolare, prendere le stesse misure che adottano per combattere la frode lesiva dei loro propri interessi finanziari. La Corte rammenta inoltre che il bilancio dell’Unione è finanziato, tra l’altro, dalle entrate provenienti dall’applicazione di un’aliquota uniforme agli imponibili IVA armonizzati, ragion per cui esiste un nesso diretto tra la riscossione di tali entrate e gli interessi finanziari dell’Unione».

«In considerazione di tali elementi, il giudice italiano dovrà verificare se il diritto italiano consente di sanzionare in modo effettivo e dissuasivo i casi di frode grave che ledono gli interessi finanziari dell’Unione. Così, il diritto italiano sarebbe contrario all’articolo 325 TFUE qualora il giudice italiano dovesse concludere che un numero considerevole di casi di frode grave non può essere punito a causa del fatto che le norme sulla prescrizione generalmente impediscono l’adozione di decisioni giudiziarie definitive. Analogamente, il diritto italiano sarebbe contrario all’articolo 325 TFUE se stabilisse termini di prescrizione più lunghi per i casi di frode che ledono gli interessi finanziari dell’Italia che per quelli che ledono gli interessi finanziari dell’Unione».

«Così sembra essere – prosegue il comunicato – poiché il diritto italiano non prevede alcun termine di prescrizione assoluto per il reato di associazione allo scopo di commettere delitti in materia di accise sui prodotti del tabacco. Qualora il giudice italiano dovesse ravvisare una violazione dell’articolo 325, egli sarà allora tenuto a garantire la piena efficacia del diritto dell’Unione disapplicando, all’occorrenza, le norme sulla prescrizione controverse. Infatti, l’articolo 325 TFUE ha per effetto, in base al principio del primato del diritto dell’Unione, di rendere ipso iure inapplicabile, per il fatto stesso della sua entrata in vigore, qualsiasi disposizione contrastante della legislazione nazionale esistente».

Nella pronuncia si osserva come «una normativa nazionale in materia di prescrizione del reato come quella stabilita dal combinato disposto dell’articolo 160, ultimo comma, del codice penale, come modificato dalla legge 5 dicembre 2005, n. 251, e dell’articolo 161 di tale codice – normativa che prevedeva, all’epoca dei fatti di cui al procedimento principale, che l’atto interruttivo verificatosi nell’ambito di procedimenti penali riguardanti frodi gravi in materia di imposta sul valore aggiunto comportasse il prolungamento del termine di prescrizione di solo un quarto della sua durata iniziale – è idonea a pregiudicare gli obblighi imposti agli Stati membri dall’articolo 325, paragrafi 1 e 2, TFUE nell’ipotesi in cui detta normativa nazionale impedisca di infliggere sanzioni effettive e dissuasive in un numero considerevole di casi di frode grave che ledono gli interessi finanziari dell’Unione europea, o in cui preveda, per i casi di frode che ledono gli interessi finanziari dello Stato membro interessato, termini di prescrizione più lunghi di quelli previsti per i casi di frode che ledono gli interessi finanziari dell’Unione europea, circostanze che spetta al giudice nazionale verificare».

«Il giudice nazionale – conclude la pronuncia – è tenuto a dare piena efficacia all’articolo 325, paragrafi 1 e 2, TFUE disapplicando, all’occorrenza, le disposizioni nazionali che abbiano per effetto di impedire allo Stato membro interessato di rispettare gli obblighi impostigli dall’articolo 325, paragrafi 1 e 2, TFUE».

Segnaliamo che la terza sezione penale della Corte di Cassazione (Relatore Scarcella, di cui si conosce, per ora, solo l’informazione provvisoria) ha fatto immediata applicazione della sentenza della Corte di giustizia mentre la Corte di Appello di Milano ha investito della questione la Corte Costituzionale.