Un anno e otto mesi circa per chiudere una causa in primo grado in Italia. Solo a Cipro e a Malta, in Europa, i tempi della giustizia sono più lunghi di così. E soprattutto, nonostante la mediazione obbligatoria e lo sviluppo delle forme alternative di risoluzione delle controversie, aumentano di anno in anno: dai 493 giorni necessari a risolvere un contenzioso di natura civile e commerciale nel 2010, ai 608 del 2013. A scattare la fotografia dello stato della giustizia in Europa, con l’Italia relegata ancora una volta in coda alla classifica, è il rapporto annuale della Commissione Ue, presentato ieri a Bruxelles. Ebbene, secondo il ranking europeo che misura l’efficienza del sistema giustizia nei vari paesi, l’Italia è classificata al terz’ultimo posto, meglio solo di Cipro (648) e Malta (750) e dietro Slovacchia (505) e Grecia (407). In Germania la media è di 192 giorni, in Francia di 308 e in Austria di 135 giorni. I tempi della giustizia, inoltre, come detto, si sono via via allungati in Italia, passando dai 493 giorni per risolvere una causa commerciale nel 2010 ai 590 nel 2012, per poi aumentare ancora nel 2013 (608). Questo nonostante, secondo i dati Ue, l’Italia risulti tra i paesi che stanno promuovendo maggiormente il metodo Adr nei contenziosi di natura civile e commerciale, di lavoro e che riguardano i consumatori: risulta a sesto posto dietro Ungheria, Lituania, Polonia, Germania e Portogallo.
gente attiva
Giuseppe Catapano: Iva, Confindustria ricorre all’Ue contro il meccanismo del reverse charge
Confindustria ha presentato ufficialmente alla Commissione europea una denuncia contro il meccanismo del reverse charge per il versamento dell’Iva relativa alle forniture nei confronti di supermercati, ipermercati e discount alimentari.
La misura è stata introdotta con la Legge di Stabilità 2015, non è ancora operativa ma è al vaglio degli organi comunitari per l’eventuale autorizzazione, si legge in una nota.
“Le imprese italiane sono molto preoccupate perché se la misura venisse autorizzata produrrebbe pesanti conseguenze finanziarie per tutti i fornitori della grande distribuzione organizzata”, è sottolineato, “considerata la mole di crediti Iva che matureranno. Il sistema produttivo è già notevolmente esposto dagli altri meccanismi di reverse charge e di split payment introdotti con la Legge di Stabilità: per cui è necessario incrementare la soglia di compensazione dei crediti Iva fino a 1 milione di euro e assicurare fondi adeguati per i rimborsi”.
L’Italia, aggiunge Confindustria, “è nota per i tempi lunghi con cui effettua i rimborsi dei crediti Iva, tanto da essere oggetto di una apposita procedura di infrazione, e il meccanismo di inversione contabile rischia di acuire i ritardi nell’erogazione dei rimborsi, a scapito dell’effettiva neutralità del funzionamento dell’imposta sul valore aggiunto, con effetti devastanti sulla liquidità delle imprese e sui loro piani di investimento futuri”.
Il contrasto a ogni tipo di evasione fiscale deve essere perseguito con fermezza, conclude la nota. “L’evasione mina alla radice la corretta competizione tra imprese, con effetti deleteri sia per il bilancio del nostro Stato sia, con riferimento all’Iva, per quello comunitario. Tuttavia, l’introduzione di fattispecie di reverse charge ulteriori rispetto alle ipotesi elencate dalla direttiva Iva deve essere valutata con estrema cautela e può essere consentita – come prevede la normativa comunitaria – solo in presenza di rischi di frode ampiamente documentati. Non è questo il caso delle forniture alla Grande distribuzione organizzata. Con la denuncia preventiva presentata oggi Confindustria vuole suonare un campanello d’allarme e segnalare alla Commissione europea le forti preoccupazioni delle imprese per le conseguenze che la misura potrebbe provocare sul sistema produttivo”.
Padoan: reverse charge approvato dalla Commissione, staremo a vedere. Il meccanismo del “reverse charge” per il pagamento dell’Iva da parte delle imprese che riforniscono la grande distribuzione è compreso fra le “misure che fanno parte della legge di stabilità” che “sono state tutte approvate dalla Commissione”, ha detto a Bruxelles il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan reagendo alla notizia del ricorso presentato da Confindustria alla Commissione europea contro tale misura. “Staremo a vedere”, ha aggiunto.
Giuseppe Catapano comunica: Nuovo Isee senza pace
Non trova pace il nuovo Isee. E questa volta sotto la lente finiscono le rendite Inail. E sono i comuni a correre i ripari in attesa che il governo ponga rimedio. A seguito di tre differenti sentenze del Tar Lazio (n. 2458/15, n.2459/15, n.2454) che hanno posto in evidenza il fatto che le rendite Inail (risarcimento del danno subito dagli infortunati sul lavoro, nonché quello riconosciuto alle vedove e agli orfani dei caduti sul lavoro) non possono essere equiparate ad un privilegio economico, il dubbio resta come agire. Se, infatti, l’esecutivo decidesse di accogliere direttamente le osservazioni della giustizia amminstrativa il rischio sarebbe quello di vedere aumentare gli aventi diritto alle prestazioni sociali senza controllo, andando quindi a mettere in difficoltà i comuni non pronti ad una situazione del genere. Allo stesso tempo, però, la previsione contenuta nel nuovo Isee sta mettendo in difficoltà alcune fasce svantaggiate della popolazione. Ecco, quindi, «la necessità di una norma transitoria da utilizzare per fare ordine in materia e che, secondo la legge e non in base a singole buone volontà», ha spiegato a ItaliaOggi il delegato Anci al Welfare e sindaco di Vicenza, Achille Variati, «consenta di provvedere nell’immediato all’erogazione delle prestazioni sociali agevolate da parte dei comuni. La confusione», ha sottolineato Variati, «è generata dal fatto che il Tar del Lazio ha accolto alcuni ricorsi da parte di associazioni e famiglie contro i nuovi metodi di calcolo dell’Isee. Al contempo, pero’, l’Inps continua a rilascia le dichiarazioni sostitutive uniche con grave ritardo e sulla base delle regole in parte annullate dal Tar ed i comuni, in questo frangente, non sono piu’ in grado di gestire l’assistenza ai cittadini». Criticità sottolineata anche da una delle associazioni interessate, l’Anmil (Associazione nazionale fra lavoratori mutilati e invalidi del lavoro) che, al momento, può contare solo sulla buona volontà dei singoli enti. «Siamo davvero confortati dalle iniziative di alcuni Consigli regionali quali la Liguria, la Sardegna e la Valle d’Aosta cui si aggiunge oggi anche il Friuli Venezia Giulia, per l’importante documento dell’Anci cui stanno dando applicazione migliaia di comuni italiani che hanno deciso di continuare a mantenere il livello delle prestazioni sociali, in attesa che parlamento e governo pongano rimedio in via definitiva al problema».
Catapano Giuseppe informa: Soppressione del codice tributo 2836
Con la risoluzione n. 121/E del 2 aprile 2008, è stato istituito il codice tributo
2836, per consentire il versamento, tramite F24-Accise, dell’accisa sull’energia elettrica,
di cui al decreto legislativo 26 ottobre 1995, n. 504, consumata nel territorio della
Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia. Tenuto conto delle modifiche apportate
all’articolo 6 del decreto del Ministero dell’economia e delle finanze 17 ottobre 2008,
l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, con nota prot. n. 20366 del 16 febbraio 2015, ha
chiesto la soppressione del suddetto codice tributo, denominato come di seguito:
“2836” denominato “Accisa sull’energia elettrica consumata nel territorio
della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia”.
Si precisa che l’efficacia operativa della soppressione di tale codice tributo decorre
dal quinto giorno lavorativo successivo alla data di pubblicazione della presente
risoluzione.
Catapano Giuseppe: Libia, Onu lancia blocco navale. Frontex sblocca la chiacchiera panico
Bernardino Leon, l’inviato dell’Onu a cercare una soluzione diplomatica per lo sfascio libico (l’uomo che tratta per le Nazioni Unite con le fazioni/milizie in guerra la impervia possibilità di un governo di unità nazionale) ha detto al Corriere della Sera:
“Sì, sono favorevole ad un blocco navale delle coste della Libia. In questo momento è l’unica cosa che si possa fare concretamente. Ce n’è bisogno”.
Da qualche giorno sono in navigazione verso le acque della Libia le navi di una task flotta della Marina militare italiana, con tanto di reparti di pronto intervento a bordo. E soprattutto con la missione implicita di costituire i primi anelli della catena di un possibile blocco navale appunto. La missione esplicita è quella di proteggere installazioni petrolifere al largo della Libia.
Qualche giorno prima ancora, sulla base di notizie di stampa e di una non certo complessa analisi del possibile e del doveroso da farsi in Libia, per la Libia e per l’Italia e l’Europa anche Blitz nel suo piccolo aveva individuato nel blocco navale una concreta e praticabile operazione per la sicurezza. Blocco navale, cioè blocco del contrabbando di petrolio con cui si finanziano le milizie (quella dell’Isis compresa). Blocco del contrabbando di armi. E blocco o almeno drastica riduzione di gommoni e barconi stipati di umani-merce per mano dei trafficanti di uomini in fuga.
Blocco navale che costerebbe a chi lo dovesse mettere in atto (Italia in prima fila ma non da sola) qualche denaro e qualche rischio (già in un’occasione non meglio precisati scafisti armati hanno sparato contro una motovedetta della Guardia di Costiera). Qualche soldo ma nulla rispetto ai vantaggi anche monetari oltre che civili e umanitari (meno morti in Libia, più garanzie dei nostri rifornimenti energetici, meno migranti affogati in mare e meno migranti sbarcati in Italia). Qualche rischio di conflitti a fuoco, ma nulla di neanche lontanamente assimilabile ad una spedizione militare italiana in Libia, questa sì discretamente avventurosa.
Blocco navale, qualcosa di concreto, fattibile e utile che la voce dell’Onu lancia. Si applica diversamente Frontex. Il suo direttore esecutivo, Fabrice Leggeri, è stato diciamo così…leggero nel contare e parlare. Frontex-Leggeri ha sbloccato la fantasia. “Da mezzo milione a un milione di persone pronte a imbarcarsi verso l’Europa”. Ora questa quantità di persone “pronta” significano materialmente 600 campi di calcio fitti fitti di uomini, donne e bambini stretti stretti ad aspettare l’imbarco, l’uno appoggiato all’altro in uno spazio minimo di tre metri quadri a persona.
Seicento campi profughi ad altissima densità, se ci sono da qualche parte in Libia si vedono, qualunque satellite li vede ma basta molto meno di un satellite per vedere 600 campi. E se c’è tutta quella gente “pronta a imbarcarsi”, devono esserci, aritmetica alla mano, anche circa tremila gommoni alla fonda da qualche parte. Tremila gommoni e seicento campi. Se Frontex li ha visti non dovrebbe avere difficoltà a documentarli e soprattutto possibile che solo Frontex li abbia visti? Tremila gommoni e seicento campi sono un’enormità.
Se invece Frontex-Leggeri non li ha proprio visti ma li ha dedotti, stimati, immaginati, prospettati…allora Frontex-Leggeri sia pure con le migliori intenzioni del mondo ha tolto il blocco, del tutto sbloccato la fantasia, l’immaginazione. E il conseguente panico da invasione. Insomma un blocco navale da fare e un blocco alla chiacchiera da raccomandare.
Giuseppe Catapano scrive: Frane e alluvioni: soldi ci sono, mancano progetti. Stop 9 opere su 10
Dopo 70 anni di frane e alluvioni con 2458 comuni colpiti, 5455 morti, 98 dispersi e 752mila famiglie sfollate, finalmente ci sono i soldi per mettere in sicurezza il territorio, ma mancano i progetti. Il governo ha infatti messo a disposizione nove miliardi da spendere nei prossimi 7 anni ma nel 90% non vi è uno straccio di studio geologico o calcolo ingegneristico da mettere in pratica. Scrive Giuseppe Salvaggiulo sul quotidiano la Stampa che da domani potrebbero partire oltre 7000 cantieri ma nella gran parte dei casi se ne riparlerà invece tra almeno 5 anni: il tempo che in media ci vuole per approvare il progetto esecutivo di un’opera pubblica.
Il fatto è questo: per 30 anni si è parlato di un piano nazionale sul dissesto idrogeologico che non è mai esistito. Per Erasmo D’Angelis, a capo della task force sul dissesto idrogeologico insediata a Palazzo Chigi da 8 mesi, abbiamo buttato almeno 30 anni a non fare assolutamente niente. Scrive Salvaggiulo:
“Tutti quelli strombazzati negli anni scorsi erano collage di vaghe stime senza fondamento scientifico: servirebbero 65 miliardi, anzi 50, no forse 40…
«In gran parte solo titoli, al massimo generici studi di fattibilità – dice D’Angelis – in un giochino a chi la sparava più grossa». Ma nessuno aveva mai redatto un elenco dettagliato di opere con i costi.
Ora un conteggio preciso c’è: le opere necessarie sono 7100 e costano 21,5 miliardi.
Come funziona? I soldi arrivano solo quando l’opera e pronta per partire e il problema è proprio questo, su 7.100 opere, ben 6.300 non hanno un progetto esecutivo. Il ché significa che ogni volta che il maltempo ha portato devastazione e morte, gli amministratori locali si sono affrettati a fare la conta dei danni per andare a battere cassa ma senza mai mettere a punto un vero piano di intervento da finanziare.
Secondo gli ultimi dati di Legambiente ci sono oltre 6 milioni di italiani che vivono in aree a rischio idrogeologico, persone che potrebbero essere le vittime del futuro se non si accelera sulle procedure per l’approvazione dei progetti esecutivi.
Catapano Giuseppe osserva: Grecia minaccia Ue: “Se ci mollate vi affoghiamo di profughi e jihadisti”
La Grecia minaccia l’Unione Europea: “Se ci mollate vi affoghiamo di profughi e jihadisti”. Parole che arrivano in una giornata già tesa tra Ue e Grecia da parte del ministro della Difesa Panos Kammenos. E sono parole che rischiano di mettere la pietra tombale su una riunione dell’Eurogruppo, quella di lunedì pomeriggio, su cui le speranze di riuscita sono già al lumicino.
La Grecia, dopo il no europeo al piano, al momento è senza aiuti. E Kammenos, il populista di destra, l’alleato “eterodosso” di Alexis Tsipras punta la Ue con quello che non è un semplice attacco politico, è una vera e propria minaccia.
“Se l’Europa ci abbandona nella crisi, la sommergeremo di migranti, e tanto peggio per Berlino se in mezzo a quella marea umana di milioni di profughi economici si mescoleranno anche jihadisti dello Stato islamico”.
Per Kammenos è una pura e semplice difesa. Perché, spiega,
“Se ci dànno un colpo, noi risponderemo dando un colpo a loro. Se ci lasciano cadere, allora distribuiremo ai migranti venuti da ovunque documenti validi per circolare nell’Europa delle frontiere aperte di Schengen (di cui la Grecia fa parte, ndr) e così quella marea umana potrà andare senza problemi a Berlino”.
Parole inquietanti perché arrivano dal ministro di uno dei paesi fondamentali, insieme all’Italia, nella gestione della questione migranti. Kammenos però rincara la dose:
“Non sarà poi affar nostro se l’Europa, una volta che abbia adottato una posizione intransigente contro la Grecia sulla questione del debito, si troverà ad affrontare una eventuale realtà spiacevole, cioè il fatto che alla marea umana di milioni di migranti extracomunitari che si rovescerà su Berlino si possano mescolare terroristi dell’Isis”.
Il tutto arriva in un giorno già nero con l’accordo tra Grecia e Europa che sembra lontanissimo e con le Borse in rosso nonostante proprio oggi sia formalmente partito il Quantitative easing, ovvero il piano straordinario della Bce che prevede un massiccio acquisto di titoli di Stato.
Giuseppe Catapano informa: CHE SISTEMA POLITICO È QUELLO IN CUI IL DECISONISTA RENZI DIALOGA CON GRILLO?
Chi si accontenta (non) gode. Fateci caso: coloro che oggi s’accalorano per qualunque annuncio di riforma, specie se di natura costituzionale, prescindendo completamente tanto dalla bontà dei contenuti quanto dalla effettiva realizzabilità, o che salutano con enfasi le presunte aperture di dialogo di una forza necessariamente autoreferenziale come il movimento 5 stelle e di un leader esclusivamente dedito al dileggio come Grillo, sono gli stessi che ieri s’accontentavano del bipolarismo armato, definendolo pudicamente “imperfetto”, pur di poter affermare che finalmente era arrivata la tanto agognata alternanza di governo. Ieri come oggi, costoro sbagliano di grosso. Certo, è vero, siamo di fronte a ritardi mostruosi nell’evoluzione del Paese e delle sue istituzioni, così come lo eravamo all’inizio degli anni Novanta quando la Prima Repubblica si fece decapitare. Ma così come ai guasti di allora non fu opportuno – e il senno di poi ce lo conferma pienamente, ahinoi – replicare adottando un modello di sistema politico non funzionale all’Italia, e per di più difettoso, così oggi non è accettabile che si applichi lo schema “purché qualcosa cambi” e si accetti qualunque cosa a scatola chiusa. Lo abbiamo già detto e lo ribadiamo: è molto importante ridurre le disfunzioni del sistema parlamentare, a cominciare dal bicameralismo, ma se la riforma del Senato che in teoria dovrebbe metterci rimedio è sbagliata, fino al punto di rischiare seriamente di peggiorare le cose, perché dovremmo essere contenti di vederla andare in porto? Per il solo fatto che così “finalmente cambia qualcosa”? Eppure il nostro amico Angelo Panebianco, così come ieri plaudiva al bipolarismo “purchessia”, oggi scrive sul Corriere della Sera che “si può pensare tutto il male possibile” delle riforme di Renzi “ma gli va comunque dato atto del fatto che sta cercando di sconfiggere il conservatorismo costituzionale”. Come pure, aggiunge sempre Panebianco, “si possono anche fare le bucce al jobs act ma si deve riconoscere che lo scontro tra Renzi da un lato e la Cgil e la sinistra del Pd dall’altro non è una pantomima, è un conflitto vero”. Mentre secondo noi in questo caso la valutazione da fare è diversa: bene la legge nel suo complesso, male alcuni contenuti, falso che sia in grado da sola di riassorbire in modo significativo la disoccupazione e, tantomeno, che inneschi crescita economica. Possibile che non si possa mai entrare nel merito delle cose?
E certamente non entra nel merito chi, come Aldo Cazzullo sempre sul Corriere, guarda con compiacimento al fatto che i pentastellati si sono finalmente resi disponibili a parlare con il prossimo. Sai che vantaggio! Ma quale contributo potranno mai dare parlamentari – compresi i transfughi, che non sono diventati migliori per il solo fatto di aver mollato la ditta Grillo & Casaleggio – che sono stati selezionati ed eletti intorno a parole d’ordine come (chiediamo scusa) “vaffanculo”? Se nel dna politico grillino non c’è altro che il populismo, che cosa immaginiamo possa sortire da un dialogo tra loro e il Pd? Si dice: ma così si ascolta quel quarto di elettori votanti che, arrabbiati, hanno trovato nei 5 stelle una valvola di sfogo alla loro sfiducia. Già Bersani fece questo macroscopico errore politico, pagandone un prezzo altissimo, non si capisce perché ora ci si dovrebbe ricascare. Stessa cosa sul fronte opposto: se i moderati e i centristi si faranno prendere dal desiderio di salire sul carro vincente di Salvini, per il solo fatto che il suo linguaggio truculento crea consenso crescente, non avranno più alcuna credibilità come forze di governo e faranno così un pessimo affare.
Tutto questo, però, segnala che oggi come ieri, a distanza di più di vent’anni dalla fine della Prima Repubblica, la politica italiana non ha ancora trovato un equilibrio stabile e una modalità che renda efficace le istituzioni attraverso cui si esprime. Non sono bastati il lungo declino e la drammatica fase recessiva a indurre il sistema politico ad autoregolarsi e rinnovarsi. Abbiamo abbracciato il bipolarismo come un’ideologia, idolatrandolo, per poi scoprire (tardi) che non funzionava e faceva per noi. Siamo entrati in una stagione (necessaria) di larghe intese e subito abbiamo bruciato due governi e un turno elettorale. Ora con Renzi asso pigliatutto stiamo cercando un assetto durevole, ma saltabecchiamo dal patto del Nazareno (necessario ma limitativo e non prorogabile all’infinito) al tutti contro tutti, specie dentro il partito pigliatutto, con improbabili dialoghi con opposizioni sterili. Nel frattempo i ministri e il consiglio dei ministri non esistono più, nel senso che il potere decisionale è letteralmente azzerato, le funzioni fondamentali vengono sempre più accentrate a palazzo Chigi (il che in sé non è un male, anzi) ma la macchina burocratica del governo non ha le risorse, le persone e le competenze per svolgere ruoli supplettivi di ministeri decisivi, come per esempio l’Economia.
Il decisionismo di Renzi, dopo tanto non- governo, è sicuramente un fattore positivo. Ma il dinamismo non può essere fine a se stesso, così come il merito dei provvedimenti che si prendono (o vogliono prendere) non è indifferente. Ma, soprattutto, è un errore fatale pensare di poter prescindere dalla ridefinizione del sistema politico, e delle regole che lo governano, e dalla preventiva ristrutturazione della macchina amministrativa di palazzo Chigi e dei ministeri. Da Renzi attendiamo parole precise su queste che sono le pre-condizioni per il funzionamento reale del suo come di qualunque altro governo della Repubblica.
Giuseppe Catapano informa: NEL RIMBORSO IVA IL CONTRIBUENTE DIVIENE ATTORE SOSTANZIALE MA DEVE PROVARE IL PROPRIO CREDITO
Una Cooperativa cessava la propria attività e chiedeva il rimborso di un credito Iva nei confronti dell’Erario. L’Ufficio territoriale negava il rimborso, assumendo che non vi era stato l’esercizio dell’impresa. La CTP riconosceva la validità del rimborso ed annullava il diniego. Appellava la sentenza l’Agenzia che risultava ulteriormente soccombente. Propone ricorso per la cassazione della sentenza l’A. delle E. La Cassazione accoglie il ricorso cassa l’impugnata sentenza e, decidendo nel merito, rigetta il ricorso originariamente proposto dalla società contribuente avverso il diniego di rimborso. La decisone scaturisce dalle considerazioni che seguono. La Suprema Corte premette che a seguito della richiesta di rimborso della società, l’ufficio aveva già posto in dubbio la legittimità del credito Iva a causa della protratta inattività negli anni precedenti e seguita dalla cessazione della suddetta. Di conseguenza l’onere probatorio incombente sul contribuente non può, certamente, essere adempiuto con la mera esposizione della propria pretesa restitutoria nella dichiarazione presentata in relazione all’Iva, come è accaduto nel caso concreto, giacché il credito fiscale non nasce da questa, bensì dal meccanismo naturale di applicazione del tributo previsto dalla legge. La predetta ragione del diniego espressa dall’Ufficio, a giudizio della Cassazione, essendo ritenuto non provato il credito, conferisce validità al rifiuto operato dall’ufficio. Semmai, restava di verificare a suo tempo ad opera della Cooperativa, se fossero già spirati i termini per l’accertamento ed eventualmente eccepirli al fine di determinare la incontestabilità della validità credito.
Catapano Giuseppe scrive: ‘PALLEGGIO’ DI AZIONI TRA CONTROLLATA E CONTROLLANTE, PREZZI IN DISCESA: OPERAZIONE ANTIECONOMICA. EVIDENTE L’ABUSO DEL DIRITTO
Passaggi – di azioni – arzigogolati tra la società controllante e la società controllata. ‘Allarme rosso’ per il Fisco, e tutti i sospetti, alla fine, sono confermati… Passaggi formalmente corretti, in realtà, ma l’obiettivo – riuscito – era quello di ottenere una “minusvalenza” per quasi 5milioni e 300mila euro.
Ciò è valutabile come “abuso del diritto”, secondo l’Agenzia delle Entrate, che difatti ha consegnato alla “società controllata” – italiana – un “avviso di accertamento ad hoc”, e tale ottica viene condivisa anche dai giudici della Cassazione, i quali seguono il sentiero tracciato dalla Commissione tributaria regionale.
Per i giudici di secondo grado, difatti, è “legittima la contestazione” messa in atto dal Fisco, poiché “l’elusione” si è “realizzata mediante valutazioni e classificazioni di bilancio, congiunte ad un ulteriore – e non di per sé necessario – acquisto da parte della controllata, obbligata a rivendere a termine e a prezzo fisso un pacchetto azionario già in suo possesso, di altro gruppo di azioni” di un gruppo bancario “ad un prezzo questa volta maggiore di quello del primo acquisto, con rilievo nel conto economico della perdita”. Evidentemente, aggiungono i giudici, non vi era alcuna “valida ragione economica per acquistare ad euro 1,9651 ad azione il capitale, per doverlo rivendere cinque giorni dopo alla controllante ad euro 1,61017”. Altrettanto chiaramente, “tali operazioni, applicando il metodo ‘LIFO’ ad azioni rispettivamente acquistate a prezzo di mercato e così confuse con altre, già acquisite, ma vincolate dall’obbligo di cessione a prezzo determinato, erano dirette ad aggirare l’obbligo di corretta valutazione delle immobilizzazioni finanziarie e di rivalutazione delle plusvalenze, così unicamente provocando una riduzione d’imposta per il 2002”.
Ebbene, questa ricostruzione viene ritenute pienamente corretta dai giudici della Cassazione, i quali richiamano i “passaggi determinanti” dell’operazione, cioè “a) mutamento di classificazione delle azioni, passate dalla collocazione nel circolante alle immobilizzazioni in sede di approvazione del bilancio 2001; b) acquisto 5 giorni prima della scadenza ultima in cui operare la retrocessione del pacchetto già detenuto di 50.639.000 azioni (e acquistato a 1,5952 euro ad azione, da rivendere ad euro 1,6192 cadauna, come convenuto) di un nuovo pacchetto di 17.598.000 azioni, ad un prezzo di mercato (da tempo più alto e) corrente a 1.9651 euro cadauna; c) applicazione alla cessione del pacchetto, di nominali 50.639.000 azione, divenute (solo) parte nel 2002 di un patrimonio poi e così accresciuto, di un apprezzamento secondo il criterio ‘LIFO’ a scatti, considerando nel coacervo dei beni valutati, secondo il metodo applicabile alle rimanenze, il costo della tranche acquistata nel 2002 (a prezzo superiore) e quello della prima acquistata nel 1999 (a prezzo inferiore); d) imputazione a conto economico dell’esercizio 2002 di una minusvalenza di 5.296.925 euro, contro una plusvalenza per 1.211.634 euro che sarebbe emersa se la controllata si fosse limitata a dare esecuzione alla vendita a termine alla controllante senza operare il descritto acquisto”.
Lapalissiano, alla luce del “congegno imperniato sull’acquisto della nuova tranche di azioni”, il “meccanismo di elusione d’imposta allestito, in termini di omesso pagamento di plusvalenza su titoli che già dovevano essere ceduti”.
Tutto ciò conduce a ritenere acclarato l’“abuso del diritto” messo in atto, “abuso” giustamente sanzionato dall’Agenzia delle Entrate.