Giuseppe Catapano: Ferrari, Fca lancia l’Ipo: venderà il 10% delle azioni del Cavallino

giucatap134Fca ha annunciato l’Ipo su Ferrari. Venderà così il 10% delle azioni della casa di Maranello, pari a 17,18 milioni di azioni ordinarie. Fca attualmente detiene il 90 per cento della casa automobilistica di lusso. Attualmente l’Ipo è prevista per tra 48 e 52 dollari per azione, e le azioni negozieranno sotto il simbolo, ‘Race’ Ferrari.

”Ubs Investment Bank agisce in qualità di Global Coordinator dell’offerta. UBS Investment Bank e BofA Merrill Lynch agiscono in qualità di bookrunners e rappresentanti delle banche collocatrici per l’offerta. Allen & Company LLC, Banco Santander, BNP Paribas, J.P. Morgan and Mediobanca agiscono anch’esse in qualità di bookrunners per l’offerta”, prosegue la nota Fca.

”Un registration statement, che include un prospetto preliminare e soggetto a completamento, relativo a tali strumenti finanziari è stato depositato presso la SEC, ma non è ancora stato dichiarato efficace. Tali strumenti finanziari non possono essere venduti, né offerte di acquisto possono essere accettate, prima che il registration statement sia divenuto efficace e, anche allora, gli strumenti finanziari potranno essere venduti unicamente in base al registration statement ed al prospetto definitivo. Questo comunicato non costituisce offerta di vendita o sollecitazione di offerte di acquisto di tali strumenti finanziari, né avrà luogo alcuna loro offerta in alcun stato od ordinamento nel quale tale offerta, sollecitazione o vendita sarebbero illegittime prima della registrazione o approvazione in base alle norme applicabili in tale ordinamento -conclude la nota- L’offerta di questi strumenti finanziari avverrà unicamente attraverso un prospetto”.

”Fca prevede di riservare alle banche collocatrici un’opzione per l’acquisto da Fca di ulteriori massime 1.717.150 azioni ordinarie, pari a circa l’1% delle azioni ordinarie di Ferrari”, si legge nella nota di Fca.

”Successivamente alla Ipo, Fca deterrà l’80% di Ferrari (se le banche collocatrici eserciteranno per intero l’opzione di acquisto di azioni addizionali). Ferrari non vende alcuna azione e non riceverà alcun ricavo dalla vendita delle azioni ordinarie da parte di Fca. Questa offerta fa parte in una serie di operazioni volte a separare Ferrari da Fca. A seguito del completamento dell’offerta, Fca prevede di distribuire la sua restante partecipazione dell’80% in Ferrari ai propri azionisti all’inizio del 2016”.

Giuseppe Catapano: Presi i killer di Cocò, il bimbo ucciso in Calabria. “Usato come scudo”

giucatap113Sono stati arrestati dai carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Cosenza i due presunti killer di Antonio Iannicelli, della compagna marocchina Touss Ibtissam, di 25 anni, e del nipotino Nicola Campolongo, di 3 anni – il piccolo Cocò, come tutti lo chiamavano – uccisi e bruciati in auto il 16 gennaio 2014 a Cassano all’Ionio. Si tratta di Cosimo Donato, di 38 anni, e Faustino Campilongo di 39 anni, entrambi già detenuti al carcere di Castrovillari.

Le indagini dei carabinieri hanno consentito di individuare il movente, documentare la sua connotazione tipicamente mafiosa ed evidenziare le dinamiche criminali nel territorio della Sibaritide.

Il piccolo Cocò veniva utilizzato come scudo dal nonno che lo aveva in custodia. Il bambino era stato affidato a lui dopo l’arresto dei genitori, coinvolti in reati di droga. E’ proprio il traffico di stupefacenti il movente del triplice delitto. Iannicelli sapeva di essere in contrasto con il gruppo criminale che opera sulla Sibaritide e probabilmente ha portato con sé il nipotino nell’incontro risultato poi fatale con i suoi assassini. La furia omicida non ha risparmiato il piccolo, che è stato prima ucciso e poi bruciato insieme al nonno e alla compagna in auto.

Cocò conosceva i suoi assassini. E’ una delle ipotesi avanzata dai carabinieri. Secondo quanto emerso nel corso delle indagini, gli autori dell’efferato delitto frequentavano gli stessi ambienti di Iannicelli, da qui l’ipotesi che il nipotino li conoscesse bene e la decisione di non risparmiarlo all’atroce fine a cui era destinato il nonno.

“Non possiamo escludere che il bambino potesse conoscere gli assassini. Quanto accaduto è un’ulteriore cartina di tornasole della spietatezza di un’organizzazione criminale tanto arcaica quanto crudele, ma al tempo stesso proiettata al futuro, mossa da una fame di soldi e di potere che la porta a perseguire l’obiettivo ad ogni costo, fino a compiere i delitti più efferati”, spiega all’Adnkronos il generale Giuseppe Governale, comandante del Ros Carabinieri.

Donato e Campilongo avevano attirato la vittima designata in una trappola. Le celle radio analizzate dal Ros sembrano incastrare i due sul luogo dove venne ritrovata l’auto bruciata con i corpi all’interno. I due erano spacciatori che agivano sotto le direttive di Iannicelli e questo pretendeva che non lavorassero per altri ma nello stesso contesto sono sorti contrasti.

“E’ chiaro che gli autori del delitto avevano messo in preventivo l’eventualità diattirare Iannicelli in un tranello e che c’era la possibilità che l’uomo fosse in compagnia della convivente e del bambino”, afferma il generale Governale.

Dalle indagini è emerso che la cosca degli Zingari temeva che Giuseppe Iannicelli potesse collaborare con la giustizia e per questo motivo lo hanno ucciso. I dissidi con la cosca Abbruzzese erano in corso da tempo e si erano acuiti quando la notizia della possibile collaborazione è iniziata a circolare negli ambienti criminali.

“Riteniamo -ha dichiarato il procuratore distrettuale antimafia di Catanzaro, Vincenzo Lombardo- che abbiano partecipato anche altre persone a questo delitto.Ci sono tracce di altri veicoli presenti nella zona. Sicuramente i due soggetti arrestati oggi hanno partecipato all’occultamento dei cadaveri”.

“Questi arresti – ha affermato il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti – sono di una importanza enorme per quello che è stato commesso e perché abbiamo individuato i responsabili di un delitto atroce che si è consumato non solo con l’uccisione ma anche con la carbonizzazione di un bambino. È un fatto inconcepibile, fuori da ogni contesto di responsabilità”.

”Iannicelli – ha spiegato il procuratore di Catanzaro Vincenzo Antonio Lombardo – era convinto che portare il bambino con sé avrebbe costituito una polizza assicurativa, non pensava che gli avrebbero fatto del male perché erano le regole dell’onorata società”. Il piccolo Cocò conosceva i suoi assassini poiché ”erano amici del nonno, quando andava a Firmo con lui -ha raccontato Lombardo- alloggiava a casa di Donato (uno degli arrestati di oggi, ndr)”. Dunque temevano ”che potesse riconoscerlo e parlarne con i familiari”. Per questo motivo i responsabili di questo delitto non lo hanno risparmiato.

Il premier Matteo Renzi su Facebook ha espresso la sua gratitudine agli inquirenti e alle forze dell’ordine: “Niente potrà sanare il dolore per l’accaduto, ma sono e siamo orgogliosi delle italiane e degli italiani che ogni giorno combattono contro la criminalità e per la giustizia: grazie”.

L’omicidio del piccolo Cocò aveva suscitato l’attenzione di Papa Francesco, che gli aveva rivolto un pensiero e una preghiera in occasione dell’Angelus in piazza san Pietro, il 26 gennaio 2014.

Giuseppe Catapano: Montezemolo, entro la fine del 2016 a Fiumicino ci sarà un terminal dedicato per Alitalia

giucatap133Entro la fine del 2016 nello scalo romano di Fiumicino ci sarà un terminal dedicato per Alitalia. Lo ha annunciato il presidente Luca di Montenzemolo nel corso di una conferenza stampa.
“Non c’è dubbio – ha ricordato Montezemolo – che abbiamo pagato un prezzo molto alto per quello che è successo a Fiumicino, però devo dire che da alcune settimane abbiamo creato gruppo di lavoro con aeroporti di Roma in funzione di progetti chiari, tempistiche chiare, necessità chiare in quanto esigenze di alitalia”. “Abbiamo bisogno – ha aggiunto – avendo scelto Fiumicino come hub, di un terminal dedicato, che sia uno show room, dedicato a nuove rotte fondamentali per l’Italia nel mondo e per Alitalia. Siamo confidenti che a fine 2016 avremo un terminal F totalmente dedicato ad Alitalia”.

Giuseppe Catapano: Indennità di accompagnamento Inps per invalidi: chiarimenti dei giudici

giucatap128Per quali tipi di malattie spetta l’indennità di accompagnamento (anche chiamato “assegno di accompagnamento”) a carico dell’Inps e quali sono le condizioni per ottenerla? In questo breve articolo verificheremo tutti i chiarimenti forniti, in questi ultimi anni, dai giudici e, segnatamente, dalla Cassazione (i testi delle sentenze possono essere letti cliccando sul link presente in nota).

Condizioni per l’accompagnamento

In tema di indennità di accompagnamento e con riferimento alla sua spettanza, la legge richiede due presupposti che devono ricorrere contestualmente anche per chi ha superato 65 anni di età:

– una situazione di invalidità totale, rilevante per la pensione di inabilità civile

– e, alternativamente, o l’impossibilità di deambulare senza l’aiuto permanente di un accompagnatore oppure l’incapacità di compiere gli atti quotidiani della vita con la conseguente necessità di assistenza continua, requisiti, quindi, diversi dalla semplice difficoltà di deambulazione o di compimento di atti della vita quotidiana con difficoltà (ma senza impossibilità).

Patologie per l’accompagnamento

Per ottenere l’indennità di accompagnamento è necessario che il richiedente dimostri di essere affetto da malattia che lo renda incapace di compiere gli elementari atti giornalieri: tale incapacità va intesa non solo in senso fisico, ossia come semplice idoneità ad eseguire materialmente tali atti (si pensi al soggetto impossibilitato a deambulare se non con l’aiuto di una terza persona), ma anche come capacità di intenderne il significato, la portata e l’importanza, anche ai fini della salvaguardia della propria condizione psico-fisica. Così ben potrebbe essere concesso l’accompagnamento a persona perfettamente capace di camminare da sola, ma con gravi deficit mentali. In diverse sentenze la Cassazione ha avuto modo di precisa che l’accompagnamento spetta quando siano presentidisturbi della sfera intellettiva, cognitiva o volitiva come, per esempio, nel caso di schizofrenia o nel caso di un rendimento mentale quasi del tutto compromesso per incapacità di memorizzare e stare attento, oppure nel caso di ipovalidismo psichico, con manifestazione classiche della oligofrenia.

In questi casi, quindi, l’indennità di accompagnamento può essere accordata anche a chi è in grado di deambulare, ma che, per ragioni inerenti alla propria sfera psichica, non è comunque in grado di compiere i più elementari atti della vita quotidiana. Non bisogna tenere conto del numero degli elementari atti giornalieri, ma, soprattutto, sulle loro ricadute in termini di incidenza sulla salute del malato e sulla sua dignità come persona, sicché anche l’incapacità di compiere un solo genere di atti può, per la rilevanza di questi ultimi e l’imprevedibilità del loro accadimento, attestare la necessità di una effettiva assistenza giornaliera.

Allo stesso modo è stata riconosciuta l’indennità di accompagnamento a chi si trova in ciclo di chemioterapia, mentre è stata negata a chi, per camminare, ha necessità di avere sempre il bastone sul presupposto che, per ottenere l’accompagnatore, si deve trattare di impossibilità e non di semplice difficoltà.

L’indennità di accompagnamento serve per fornire un sostegno economico non solo al malato, ma anche alla sua famiglia, al fine di consentire al primo – benché obbligato a ricevere controlli e assistenza continua – di continuare a vivere all’interno del proprio nucleo familiare e non dover, invece, farsi ricoverare in una casa di cura. Il che ovviamente si ripercuote anche in un beneficio per la spesa sociale. Ne deriva che il diritto al beneficio va riconosciuto in relazione a tutte le malattie che, per il grado di gravità espresso, comportano, per il malato, una consistente limitazione delle facoltà cognitive e, quindi, richiedono una giornaliera assistenza al fine di evitargli pericoli per sé e per gli altri.

Anoressia

L’anoressia in forma grave, quale sindrome nevrotica caratterizzata dal rifiuto sistematico del cibo, gioca un ruolo importante anche nel campo giuridico previdenziale. Tale malattia è stata, infatti, al centro di una sentenza della Cassazione, con la quale la Suprema Corte ha affermato il principio, già valido per l’esistenza del diritto all’assegno ordinario di invalidità della valutazione complessiva del quadro morboso del soggetto e non delle singole manifestazioni morbose. Per cui anche in caso di anoressia può essere riconosciuto l’accompagnamento.

Soggetti

Gli invalidi di età compresa fra i 18 e i 65 anni, nei cui confronti sia stata accertata una riduzione della capacità lavorativa pari almeno al 74% per minorazioni (congenite o acquisite, anche a carattere progressivo, ivi comprese le irregolarità psichiche per oligofrenie sia organiche che dismetaboliche e le insufficienze mentali per difetti sensoriali e funzionali), hanno diritto a un assegno mensile (per tredici mensilità) in presenza anche del possesso del requisito reddituale personale. Gli invalidi civili di età compresa tra i 18 e i 65 anni, nei cui confronti sia stata accertata, invece, una inabilità totale (100%), hanno diritto a una pensione di inabilità se in possesso anche del requisito reddituale personale.

L’indennità di accompagnamento scatta per dodici mensilità quando l’inabile (cioè l’invalido totale al 100%, minorenne o maggiorenne, per affezioni fisiche o psichiche) non sia in grado di deambulare senza l’aiuto permanente di un accompagnatore oppure abbia bisogno di assistenza continua, trovandosi nell’incapacità di compiere gli atti quotidiani della vita. Va subito notato che per l’ottenimento di tale indennità non sono previsti limiti di reddito per il semplice fatto che la corresponsione dell’indennità è legata solo alle minorazioni accertate.

Giuseppe Catapano: Incaricati, palla in Cassazione

giucatap111Potrebbe arrivare tra poche settimane il primo verdetto della Corte di cassazione sulla validità degli atti di accertamento sottoscritti dai dirigenti «illegittimi» dell’Agenzia delle entrate. È calendarizzata per il prossimo 21 ottobre la prima udienza che tratterà un ricorso riguardante espressamente la questione dei funzionari incaricati decaduti a seguito della sentenza n. 37/2015 della Consulta. Una decisione, quella degli ermellini, che potrà chiarire un contenzioso dalle proporzioni sempre più ampie e che ha visto finora interpretazioni difformi da parte dei giudici di merito. Senza dimenticare che l’orientamento della suprema corte potrà rilevare anche ai fini della configurabilità o meno di eventuali responsabilità erariali in capo a dirigenti dell’Agenzia delle entrate, per le quali la procura della Corte dei conti della Lombardia ha già avviato la fase istruttoria (si veda ItaliaOggi di ieri). Vista l’importanza e la delicatezza della vicenda, la Cassazione avrebbe deciso di anticipare i tempi, senza cioè attendere gli ordinari 2-3 anni. Anche perché ormai la maggior parte dei procedimenti tributari vede come mezzo pregiudiziale di impugnazione proprio il riferimento alla sentenza n. 37/2015 della Corte costituzionale. E anche nei gradi di merito, secondo quanto segnalano alcuni giudici tributari a ItaliaOggi, l’eccezione di illegittimità connessa alla pronuncia della Consulta viene effettuata in maniera sistematica, talvolta in maniera strumentale o perfino «al buio». Alcuni professionisti, infatti, pur senza sapere se i soggetti delle Entrate che hanno firmato gli atti erano nel ruolo dirigenziale a seguito di concorso pubblico o meno, invocano la carenza dei poteri.

Giuseppe Catapano: Pugno di ferro contro i caporali

MATTEO RENZI

Arresto e confisca obbligatori contro il caporalato. A chi collabora, però, pena ridotta fino a metà. A prevederlo, tra l’altro, è la bozza di decreto legge ieri in pre consiglio dei ministri, contenente norme urgenti contro il lavoro nero (come già anticipato da ItaliaOggi del 30 settembre scorso). Da una parte c’è l’inasprimento delle sanzioni per l’intermediazione illecita e lo sfruttamento del lavoro (l’arresto diventa obbligatorio, mentre oggi è facoltativo); dall’altra l’introduzione di circostanze attenuanti al fine di abbattere il muro di omertà dietro cui trovano spesso copertura i colpevoli.

Lotta al caporalato. Le nuove disposizioni, introdotte con effetto immediato attraverso una modifica di norme già vigenti, mirano a prevenire, colpendo, il fenomeno dello sfruttamento dei lavoratori in condizioni di bisogno e necessità (il cosiddetto «caporalato»). Un fenomeno crescente in seguito alla crisi economica e al sempre più crescente numero di immigrati, anche irregolari in cerca di lavoro, presenti sul territorio nazionale. Il reato di «intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro» è disciplinato (dal 2011) dal codice penale che all’art. 603-bis stabilisce, quale pena per chi «svolga un’attività organizzata d’intermediazione, reclutando manodopera o organizzandone l’attività lavorativa caratterizzata da sfruttamento, mediante violenza, minaccia, o intimidazione, approfittando dello stato di bisogno o di necessità dei lavoratori», la reclusione da 5 a 8 anni più la multa da 1.000 a 2.000 euro per ciascun lavoratore reclutato; nel caso in cui il numero di lavoratori sia superiore a tre o il reclutamento riguardi soggetti minori in età non lavorativa o abbia esposto i lavoratori a situazioni di grave pericolo, la pena è aumentata da un terzo alla metà.

Giuseppe Catapano: “Elena Ceste morta di freddo”: difesa Michele Buoninconti

giucatap95ASTI – “Elena Ceste è morta di freddo”. Assiderata. E’ la tesi sostenuta dalla difesa di Michele Buonincontri, marito della donna scomparsa di casa e poi trovata morta vicino a un canale ad Asti. Buoninconti è accusato di aver ucciso la moglie e poi di aver nascosto il cadavere. Buoninconti è anche l’uomo che, intercettato, faceva discorsi inquietanti ai figli e gli chiedeva di mentire. Ma secondo i suoi avvocati lui con l’omicidio della moglie nulla c’entra. Era lei quella “disturbata”: “Elena Ceste era una psicotica, con personalità bipolare, una madre esemplare ma incapace di reggere il peso della sua doppia vita, le avventura extraconiugali”. Racconta Michele Numa su La Stampa che secondo i legali di Buoninconti il quadro accusatorio sarebbe tutto sbagliato. A cominciare dalle descrizioni sul ritrovamento del cadavere che non terrebbero conto dell’inquinamento della scena del crimine causato dai primi ad accorrere sul posto: Scolari (esordio con una citazione di Albert Einstein: «Osserviamo la teoria?», un modo per criticare l’impostazione delle indagini, condotte in base a una tesi precostituita) ha poi tentato di demolire, mattone dopo mattone, con l’aiuto di una serie di diapositive, il castello accusatorio costruito dal pm Laura Deodato: «Non è vero che il cadavere di Elena Ceste, la mattina del 18 ottobre 2014, sia stato trovato così come lo descrivono i consulenti del pm, cioè come “un soldato sull’attenti”, le braccia parallele al corpo, prono». Come se l’assassino, insomma, l’avesse deposto per nasconderlo con cura tra gli arbusti. Le foto dei rilievi dei carabinieri, precisa il legale, racconterebbero, invece, un’altra storia: il braccio sinistro perpendicolare al corpo; idem una gamba, il dorso lievemente voltato. Il cranio, inglobato in un sarcofago di fango, staccato dall’addome.  Ma il sindaco di Isola d’Asti, Fabrizio Pace, accorso sul luogo del ritrovamento, aveva preso in mano la testa, alterando così irrimediabilmente (senza dolo) la scena del delitto. Ma gli avvocati per difendere la loro teoria della “morte per freddo” attaccano direttamente gli investigatori. Arrivano a citare il caso Meredith come modello di indagini tutte sbagliate. Addirittura capovolte, secondo loro, come nel caso della ricostruzione dei movimenti di Buoninconti: Poi: il percorso in auto di Buoninconti è stato ricostruito, dal perito del pm, in base agli impulsi del suo telefono agganciati dalle celle. «Quesito sbagliato, capovolto – dice la difesa – Bisognava partire dagli impulsi e individuare tempi e percorso. Si è partiti da una teoria. Le prove contaminate, i vestiti ritrovati custoditi in contenitori che avevano già tracce di terriccio; il numero di particelle esaminate che, secondo la difesa, avrebbero dovuto essere almeno 2 mila per formare una prova, ma ne furono esaminate solo sei; l’utilizzo di una perizia psichiatrica per «costruire» sopra la personalità di un killer, quando l’art. 220 del codice penale vieta l’utilizzo di questi esami per sostenere l’imputabilità dell’indagato. Scolari definisce il lavoro dei periti come un esempio di «deprecabile superficialità» e si richiama alla sentenza della Cassazione sul caso Meredith.

Giuseppe Catapano: Marino, le cene familiari e il Giubileo degli incapaci

giucatap75ROMA – Un oste può anche ricordare male o voler proprio mal ricordare. Un oste, uno. Un oste ricorda con precisione che Ignazio Marino sindaco di Roma andò a cena da lui con la moglie. E pagò con la carta di credito del Comune. Ricorda anche il vino ordinato, uno Jermann da 55 euro, e il conto totale della cena: 155 euro. Non solo, ricorda anche che fu la moglie ad andare di persona a prenotare e riconosce dalle foto chi è la moglie del sindaco e chi non lo è. E’ un testimone talmente convincente della cena magagna da non convincere del tutto. Un oste può anche avercela con un sindaco, può anche divertirsi a inguaiarlo. Un oste, uno. Un altro oste, un altro ristorante, un altro ricordo. Ricordo di un’altra cena del sindaco. Con la famiglia, non con i giornalisti come c’è scritto sulla nota spese. Fanno due osti. Coincidenza? Può darsi in una città dove gli osti in gran quantità odiano i sindaci, gli assessori, i vigili, le regole. Un oste dice con la moglie, l’altro dice con la famiglia. Le note spese dicono con giornalisti, Sant’Egidio. Giornalisti non si sa quali, quindi non confermano né smentiscono. Sant’Egidio fa sapere che nessuno di loro si è mai “attovagliato” a quella cena Un altro oste e fanno tre e stavolta non a Roma ma su al Nord. Cena del sindaco a Torino con sacerdote come da nota spese. Sacerdote smentisce. Tre, alla terza è difficile credere alle coincidenze. Se è per questo è difficile anche credere a un Marino che rubacchia sui conti a ristorante e per abitudine mangia a sbafo e fa la cresta. Però a un Marino pavone e incosciente date le ultime e penultime cronache è sempre più facile credere.  Il sindaco di una Roma che, lui governante, non completerà in tempo neanche le “romanelle” per il Giubileo può certamente essere il Marino che ormai non sa più quel che fa quando tira fuori la carta di credito del Campidoglio. Non sa quel che fa, ma non per questo va perdonato. E che sono le “romanelle”. Dicesi così quando si dà una veloce ed economica rimbiancata alle pareti non avendo tempo e soldi per ridipingere davvero casa. Le romanelle per il Giubileo erano e sono decine di pezze stradali qua e là: non una finirà in tempo, a partire da quelle intorno alla Stazione Termini, come già si confessa a Via Marsala…Non saranno finite le “romanelle”, neanche quelle. Sarà, già è non il Giubileo della Misericordia, ma quello della Incapacità. Neanche un passaggio che è uno senza ambulanti, nessuna certezza che funzioni la metro, anzi la certezza opposta. Giubileo degli incapaci ci sta, fa il paio con l’incapacità di capire come e quando si tira fuori la carta di credito del Campidoglio. E’ sempre lo stesso sindaco, lo stesso…fino a quando?

Giuseppe Catapano: Yara come è morta? 8 disegni con coltello su schiena, gambe

giucatap94BERGAMO – Un colpo forte alla testa per tramortirla e poi le sevizie: otto disegni insanguinati, incisi col coltello sulla schiena, il petto e le cosce. Così è morta Yara Gambirasio: tutte le ferite le sono state inferte quando era ancora viva. L’hanno lasciata lì a morire, nel campo di Chignolo d’Isola, dissanguata ma anche di freddo e di stenti. Una morte atroce che i presenti nell’Aula della Corte d’Assise di Bergamo, hanno osservato scorrere nelle foto dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo. Un racconto talmente terrificante da indurre il presidente del collegio giudicante ad allontanare il pubblico, per onorare la memoria della giovane promessa della ginnastica, uccisa per non si capisce bene quale motivo a parte la crudeltà. Tra i presenti in aula, l’unico a restare indifferente è l’imputato: Massimo Giuseppe Bossetti, il muratore di Manoppello unico accusato dell’omicidio, è rimasto a guardare masticando un chewing gum. Le ricostruzioni della scienziata sulla morte di Yara, smontano qualsiasi ipotesi circolata in questi mesi: Yara fu uccisa nel campo in cui fu ritrovata, lo dimostra quel ciuffetto d’erba trovato stretto nel suo palmo, raccolto poco prima di esalare l’ultimo flato. Non fu tenuta in una cantina o avvolta nel cellophane, non fu trascinata per i piedi ma arrivò sulla scena del crimine con le sue stesse gambe, probabilmente minacciata con un coltello. L’arma del delitto, ipotizza l’anatomopatologa, potrebbe essere un opinel, o un cutter, un coltellino di piccole dimensioni mai ritrovato. Gli avvocati non dimenticano di sottolineare che in un’intercettazione telefonica Bossetti chiese alla moglie di far sparire un coltellino sfuggito alle perquisizioni. Alcuni dettagli non agevolano la difesa: la presenza di calcina nelle ferite e le piccole sfere metalliche rinvenute sotto le scarpe di Yara. Dimostrerebbero, secondo l’accusa, che il killer era solito frequentare cantieri. Bossetti di mestiere faceva il carpentiere.