Giuseppe Catapano comunica: LE MOSSE DI BERLUSCONI SONO FUORI TEMPO MASSIMO MA, AHINOI, VIVO E VEGETO RESTA IL BERLUSCONISMO (CIOÈ LA SECONDA REPUBBLICA)

Non abbiamo mai avuto simpatia, né politica né umana, per Umberto Bossi, e consideriamo la sua Lega e il localismo becero che ci ha imposto per due decenni, chiamandolo impropriamente federalismo, uno dei frutti più avvelenati, dei tanti, della Seconda Repubblica. Figuriamoci poi la versione senile e un po’ patetica del vecchio Senatur. Tutto ciò non toglie, però, che questa volta si debba spendere una parola di compiacimento per i giudizi, tanto efficaci quanto taglienti, che Bossi in un’intervista ha espresso su Silvio Berlusconi e la fine di Forza Italia. Riassumibili, certo, come ha fatto Repubblica, nel sintetico “Silvio è un pirla”, ma che nella consueta volgarità di linguaggio danno il senso del passaggio verso il nulla a cui stiamo assistendo. Fateci caso: erano mesi che del Cavaliere (vabbè, ex, ma che importa) e del centro-destra non si parlava. E non era, come qualcuno avrà sicuramente pensato, una scelta snobistica. No, semplicemente è perché non ci si occupa di cose marginali, che poco, o più probabilmente nulla, incidono sullo scenario politico. Ci direte: ma perché, forse adesso ciò che succede (ma soprattutto, non succede) a destra è di colpo diventato interessante? No e sì. No perché la marginalità rimane tale anche alla vigilia di un turno elettorale che, pur riguardando solo il 40% degli elettori complessivi, ha assunto un rilievo nazionale di non poco conto. E marginale resterà anche a urne aperte, persino nel caso che dovesse conquistare la Liguria e conservare la Campania oltre che il Veneto. Sì, invece, perché la disgregazione di Forza Italia – cui farà da pendant la resa dei conti dentro il Pd – assumerà, a suo modo, un ruolo strategico nella fase politica nuova che, presumiamo, si aprirà subito dopo le regionali.

Il voto del 31 maggio, infatti, sarà un netto spartiacque, qualunque ne sia il risultato. E Berlusconi, che certo non è più quello di prima ma l’aria la sa ancora fiutare, lo conferma con quella sua penosa uscita “ormai sono fuori dalla politica ma resto per senso di responsabilità”. È evidente il suo mettere le mani avanti rispetto non solo ad un risultato elettorale che lo vedrà perdente quand’anche non fosse un tracollo, ma anche e soprattutto alla marginalità che ne seguirà e che è già iniziata con la fine della breve stagione “nazarena” e la stupida posizione assunta su Mattarella. Solo che dopo le regionali – sia nel caso che Berlusconi prosegua nello stare sull’Aventino, sia che tenti di ricucire la tela strappata del patto con Renzi – il declino sarà certificato con altre diaspore oltre a quella già consumata da Fitto. E non sarà certo l’evocata idea di dar vita all’edizione italica dell’americano partito repubblicano – progetto tanto caliginoso quanto temerario – a consentirgli di uscire dall’angolo. La ricostruzione del centro-destra, di un polo capace di competere con quello di sinistra – tanto più se moderata e ancor più se connotata da un mix di populismo e riformismo, com’è quella di Renzi – richiede volontà, forza, idee, risorse economiche e umane, che oggi Berlusconi non possiede né comunque avrebbe voglia di spendere. Tanto più nel momento in cui, come gli ha spiegato Bossi dandogli del pirla per averlo votato, con l’Italicum si cancellano le coalizioni e si mette il Paese nelle condizioni o di scegliere Renzi al primo turno (improbabile, ma lunedì 1 giugno ne sapremo di più) o di andare ad un ballottaggio Renzi-Grillo.

Per questo appare grottesco che qualcuno si chieda chi sarà l’erede di Silvio Berlusconi. Nessuno, ovviamente. Vuoi perché non è un’ipotesi che lui stesso contempli, vuoi perché i leader populistico-carismatici non hanno eredi (e certo il Cavaliere in politica è assomigliato più a Peron che a De Gaulle), vuoi perché, come abbiamo cercato di spiegare, le condizioni non lo consentono. Diverso, invece, è chiedersi se il berlusconismo è in grado di sopravvivere a Berlusconi e a Forza Italia. La nostra risposta al quesito è duplice. Se con quella definizione s’intende ciò che l’intellighenzia (ma anche no) di sinistra ha inteso in questi anni, criminalizzando l’uomo – senza capire che così paradossalmente finiva per assolvere il capo del governo – allora il berlusconismo non può che finire con Berlusconi. Ed essendo Berlusconi politicamente finito nel 2011, il suo “ismo” sono già quattro anni che è defunto. Se invece, come noi pensiamo, il berlusconismo identifica i connotati del ventennio chiamato, peraltro impropriamente, Seconda Repubblica, allora esso prescinde dal suo genitore ed è – purtroppo – vivo e vegeto. Senza che Renzi ce ne abbia liberati, anzi.

La politica intesa come schema rigido (maggioritario, bipolarismo), come espressione leaderistica (uomo solo al comando), come disintermediazione dei soggetti sociali e rapporto diretto con l’opinione pubblica, ossessionato dalla continua ricerca e misurazione del consenso (populismo): tutto questo è dal 1992, ed è destinato a rimanere, il tratto saliente non (solo) del berlusconismo, ma del sistema politico italiano. Troppo comodo pensare – l’ha scritto bene Michele Magno su Formiche – che Berlusconi fosse una piaga purulenta sul corpo sano della nazione. Certo, se così fosse basterebbe l’eclissi dell’uomo nero e la crisi verticale di Forza Italia per inaugurare il nuovo rinascimento. Invece, Berlusconi è stato il Paese e l’intero sistema politico si è lasciato connotare secondo le sue regole del gioco. Per questo siamo ancora alle prese con i problemi di sempre e la curva del declino del Paese non è stata minimamente modificata. Dopo le elezioni regionali prossime, però, molti equilibri sono destinati a saltare e molte cose a mettersi in movimento. Ma ne parliamo sabato prossimo, mentre qualcuno di voi avrà l’arduo compito di pensare se e cosa votare.

Giuseppe Catapano informa: Soros: “Cina e Usa sull’orlo della Terza Guerra Mondiale”

A meno che gli Stati Uniti non facciano “concessioni importanti” e consentano alla valuta cinese di entrare a far parte del basket di divise del Fondo Monetario Internazionale, c’è il pericolo reale che la Cina stringa un’alleanza politica e militare con la Russia.

“A quel punto la minaccia di una terza Guerra Mondiale diventerebbe reale”. A lanciare l’avvertimento è George Soros, illustre investitore che ha fatto fama e fortuna speculando al ribasso contro la sterlina e la lira a inizio Anni 90, in un intervento alla conferenza di Bretton Woods della Banca Mondiale.

Il futuro della geopolitica ed economia mondiale dipende molto da cosa succederà in Cina dal punto di vista politico ed economico.

Secondo Soros se i tentativi di Pechino di trasformare la propria economia da una macchina da esportazioni a un motore alimentato dalla domanda interna falliranno, c’è la possibilità che i leader cinesi optino per fomentare un conflitto esterno, che mantenga il popolo unito e garantisca una continuità di governo.

Il tutto mentre il presidente della Cina Hu parla del dollaro come una valuta che “appartiene al passato”, con il governo che prepara qualcosa di grosso per il prossimo ottobre nei mercati valutari.

Intanto la Finlandia ha messo in allerta 900 mila riservisti “in caso di guerra”. Il governo di Helsinki nega qualsiasi collegamento con la crisi ucraina e le tensioni con la Russia, ma per gli analisti, e gli stessi riservisti, il timing parla da sè.

“È chiaramente dovuto a un atteggiamento più aggressivo da parte dei russi – ha detto al Daily Telegraph uno dei militari richiamabili, che ha ricevuto la comunicazione – sono nelle riserve da 15 anni e non ho mai visto niente di simile. Molto raramente mandano lettere del genere”.

Giuseppe Catapano osserva: Telefono 4G, rischio salasso: il roaming può attivarsi da solo

C’è un problema con i telefonini di ultima generazione, la quarta (4G): a volte attivano da soli la funzione “roaming“, quella che permette di collegarsi anche all’estero alle reti digitali, nonostante si sia stata disattivata. Grosso problema, perché si rischiano brutte sorprese sulla bolletta. Come è successo a numerosi lettori de La Stampa che hanno segnalato la disfunzione chiedendo lumi. Il giornalista Luigi Grassia ha sondato le compagnie: è venuto fuori che davvero qualcosa non va, colpa dei costruttori.
Cristallina la posizione di Tim. «Il problema è generato dal comportamento dei terminali Lte» – dicono dalla compagnia del gruppo Telecom – «che su rete 4G in roaming potrebbero non bloccare totalmente il traffico dati in fase di attestazione in rete». Aggiungono che «questa problematica è oggetto di condivisione anche in ambito Gsma», cioè nell’associazione mondiale degli operatori mobili. Si tratta, quindi, di una questione nota ai tecnici, in quanto «trasversale a molti operatori con reti 4G».
Tim (consulta il sito http://www.tim.it) offre un rimedio pratico per disattivare correttamente il roaming: se non vuoi andare su internet all’estero “dal menù impostazioni seleziona la rete 2G/3G e disattiva i dati roaming”. Se non dovesse funzionare e gli addebiti sono riconducibili al roaming, si può accedere al servizio Customer Care/Canali Social. In realtà il disservizio riguarda pochi casi sporadici. In ogni caso si tenga conto che, ad esempio, quando mandi un messaggio su Whatsapp ti stai collegando a una rete internet, non è un telefonino: all’estero, se non vuoi sorprese, disconnetti il telefono e usalo solo per telefonare.

Giuseppe Catapano informa: Dopo Expo, a rischio due imprese su cinque

L’Expo Milano 2015 è una opportunità per dare slancio all’economia italiana. Ma cosa accadrà una volta chiusa l’Esposizione Universale? Secondo la ricerca “Expo Milano 2015: Made in Italy alla grande?” di Euler Hermes, società del Gruppo Allianz, due aziende su cinque, create per la manifestazione, se la vedranno con il rischio default.EXPO 2015 padiglioneItalia 400

Il contributo dell’Expo

L’Expo darà un positivo seppur limitato contributo di 0,1% al PIL italiano del 2015. In totale, compresi i primissimi effetti, l’Esposizione Universale potrà apportare fino a + 0,4% di PIL (2012-2015) grazie a: turismo (15 milioni di visitatori), export (+10% in alcuni settori), produzione extra (6 miliardi di euro) e nuovi posti di lavoro (circa 100mila).

Quello che gira attorno all’Expo

L’Expo sarà quindi una delle cinque componenti che consentiranno all’Italia una lieve ripresa dopo tre anni consecutivi di contrazione. Il percorso di crescita del Paese passa infatti attraverso anche una maggior fiducia e conseguente recupero dei consumi privati, l’euro più debole che apporterà 6 miliardi di maggiori esportazioni nel 2015; l’alleggerimento dei vincoli finanziari con la conseguente discesa dei tassi di interesse reali sui prestiti alle PMI ed una ripresa della domanda di credito, e infine i minori costi energetici ed il taglio dell’IRAP che spingeranno in alto i margini delle società.

Più sinergia tra le imprese

Dovrebbe inoltre aumentare le sinergie fra le imprese straniere e quelle italiane. Ad esempio i prodotti italiani beneficeranno di una visibilità maggiore e di una crescita della domanda grazie ai numerosi turisti, oltre il 30% dei partecipanti infatti proverranno dall’estero, specialmente da Cina, USA, Argentina, Brasile, Turchia e Emirati Arabi.

Il dopo Expo

Dal 2013 sono state fondate circa 10mila nuove imprese, ma con la chiusura della manifestazione ben il 40% di queste rischia di chiudere e un terzo delle nuove aziende nel settore edile potrebbe fallire nel 2017 a causa dell’interruzione delle attività. Il settore alberghiero e della ristorazione dovrebbe subire un impatto minore, in quanto è previsto un aumento del flusso di turisti dopo la chiusura dell’Expo, grazie alla maggiore attrazione esercitata dall’Italia. In questo settore dovrebbe fallire solo 1 su 10 imprese nel 2017. In totale, nel peggiore dei casi ipotizzato, 2.500 imprese potrebbero chiudere nel 2017 (con un aumento del +14% rispetto al 2016) e 1.500 nel 2018 (+7%).

«Nella storia dell’economia, le Esposizioni Universali segnano momenti di svolta e occasioni di rilancio – afferma Michele Pignotti, Capo della Regione Euler Hermes Paesi mediterranei, Medio Oriente e Africa. Milano e l’Italia si apprestano a farlo perché l’Esposizione 2015 promette di essere una delle leve intorno alla quale sostenere la ripartenza italiana nell’anno in corso».

Catapano Giuseppe informa: 120mila euro di multa, ma che ci faceva con la Bmw (pubblica) quel figlio di Achille

In 17 anni hanno totalizzato un record. Tra semafori rossi, eccessi di velocità e affini hanno collezionato multe per 120mila euro. Multe tutte pagate ma non con i soldi di chi le ha prese, con quelli di una società pubblica, la Ferrovie Nord Milano. Protagonisti della vicenda Norberto Achille, per 17 anni a capo della società, suo fratello Nicola ma soprattutto suo figlio Marco Achille.
Era quest’ultimo a usare, non si sa bene a che titolo, le auto di rappresentanza di Ferrovie Nord. E a collezionare multe su multe. Pratica che, scrive Repubblica in un lungo pezzo firmato da Emilio Randacio, sarebbe continuata anche a inchiesta in corso.
L’auto preferita da Marco Achille è soprattutto una Bmw 5. Ma al di là dell’uso improprio, del possibile rilievo penale della vicenda, una domanda sorge spontanea. Come si fa ad arrivare a prendere 120mila euro di multe? Cosa ci faceva con quella Bmw pubblica il figlio di Achille? Sulla questione si interroga a modo suo Massimo Gramellini che sulla Stampa scrive:
Centoventimila euro di multe. Anche a prenderne una al giorno, quanti anni di coscienzioso menefreghismo ci vogliono per metterle insieme? E quale sorgente inesauribile di punti zampillava dalla patente di chi ha continuato, sbadato e imperterrito, a collezionare contravvenzioni? Qui si narrano le gesta dei figli neanche più giovanissimi del presidente delle Ferrovie Nord (FN) di Milano, a cui il babbo aveva dato in uso due auto blu decisamente indisciplinate. Uno dei tanti agi che il satrapo dei pendolari divideva con i suoi cari. Dai telefoni all’abbigliamento, dalla pay-tv alle scommesse sportive. Possibile che nessuno si fosse accorto di niente? Cercheranno di farcelo credere, ma sarà ben esistito un ragioniere che saldava gli estratti conto, un revisore addetto ai controlli, un amministratore che per mestiere avrebbe dovuto dare uno sguardo ai bilanci e invece soffriva di temporanea cecità. Esistevano, ovviamente. Però nessuno ha parlato perché nessuno si è stupito né tantomeno scandalizzato
Di cronaca si occupa invece Randacio. Cita le intercettazioni. Telefonate che raccontano di un padre, Randacio, che a un certo punto sembra quasi spaventato per la piega che sta prendendo la vicenda e di un figlio, Marco, che imperterrito continua a usare l’auto e prendere multe:
(… ) Achille riceve una telefonata da tale “Alida”, definita dagli investigatori come “conoscente di Norberto”. “Stamattina un altro articolo…. su Repubblica… con 120mila euro di multe pagate ai familiari”. L’interlocutrice sembra basita. Ma “questo è vero?”, chiede al numero uno di Fnm. “Beh, in parte sì… Sono, se tu fai il conto 17 anni, son tanti voglio dire, ovviamente… però non sono state pagate (le multe, ndr), sono arrivate in ritardo… un casino su quelle multe”. Infrazioni al codice della strada commesse — se si segue il solco dell’indagine — soprattutto dalla Bmw “in uso esclusivo a Marco Achille”. Al quale il padre, a un certo punto si rivolge categorico «non andare in giro con quella macchina lì, adesso se ci beccano facciamo proprio il botto, capisci?».
Era un vezzo, quello di infrangere le norme e di metterle sul conto della società, che non si frena comunque in casa del manager, anche quando lo scandalo è già scoppiato. Sempre il 26 marzo, il padre avvisa telefonicamente il figlio; “Sono arrivate altre due multe. Per velocità e un semaforo rosso”. Il padre sembra severo, questa volta. “Sì, può darsi perché sono passato in quel cazzo di viale Famagosta a 55 all’ora”, risponde serafico il commercialista. Ma il padre sbotta. “Di oltre 10 chilometri all’ora (sopra il limite, ndr). E poi un’altra perché sei passato con il rosso. Cazzo, sono altri 500 euro di multa”. Tanto, poi, paga l’azienda.

Catapano Giuseppe: Eurodisney, prezzi più alti per italiani o tedeschi. Ma anche Zalando, Asos…

A Disneyland Parigi due per una famiglia con bambini costano 865 euro se sei francese o belga, 1.114 euro se sei spagnolo, 1.204 se sei romeno e 1.339 se sei italiano. Prezzi per la stessa identica camera. Nello stesso giorno. Prezzi che variano solo ed esclusivamente in base alla nazionalità di chi prenota. Con italiani, tedeschi e spagnoli penalizzati rispetto a francesi e belgi.
Ad accorgersi del tutto e a denunciarlo è stato un europarlamentare. Uno di quelli la cui nazionalità è favorita, il socialista belga Marc Tarabella. Il punto è che differenziare la tariffa in base alla nazionalità è discriminatorio e illegale. Disneyland, spiega su Repubblica Paolo Brera nel riportare la notizia, per ora si rifiuta di commentare.
Che sia discriminazione e comunque comportamento non legale lo dimostra una direttiva europea del 2006 che all’articolo 95 recita: “L’accesso a un servizio non può essere negato o reso più difficile in base alla nazionalità o al luogo di residenza” Non solo, sempre secondo la direttiva in questione “tariffe e condizioni variabili debbano essere direttamente giustificate da costi supplementari”.
E’ evidente che qualcosa a Eurodisney non torna. Il punto è che non è un caso isolato. Perché l’online, da questo punto di vista è una giungla. Uno compra una maglietta e la paga in base all’indirizzo da cui proviene l’ordine. Tra i marchi finiti sotto accusa da Tabarella ce ne sono alcuni di rilievo:
Siti di abbigliamento online come «Zalando, La Redoute, Asos e altri permettono di acquistare capi a prezzi diversi da un paese all’altro», ma rendono «impossibile acquistare nei Paesi europei in cui è più economico». Nelle boutique in calce e mattoni, due negozi della stessa catena possono vendere lo stesso prodotto a prezzi differenti, ma non possono certo impedire a un cliente di comprare in quello più economico. Online, invece, le frontiere sono intatte e i doganieri inflessibili: per la spedizione, «Zalando ti chiede il codice di avviamento postale» e ti rimanda al sito del paese in cui ti trovi.

Catapano Giuseppe osserva: Privacy dei dipendenti pubblici e privati, le regole previste dal Garante

Il Garante per la Privacy ha reso note alcune misure che le aziende private e le amministrazioni pubbliche dovrebbero adottare per tutelare la privacy dei dipendenti, i quali hanno diritto a mantenere riservati alcuni dati sensibili nei confronti dei colleghi, dei clienti e di tutti coloro con cui entrano in contatto per ragioni di lavoro.

Alcuni dati personali del dipendente possono essere poi trattati dal datore di lavoro soltanto se indispensabili e comunque nel rispetto delle misure di sicurezza necessarie a garantire la maggiore riservatezza possibile e il minore rischio di identificazione all’esterno.

Difatti il trattamento dei dati personali dei singoli lavoratori è lecito solo quando è finalizzato ad adempiere obblighi derivanti dalla legge, dal regolamento o dal contratto individuale.

Ogni utilizzo non necessario e non pertinente alle finalità ammesse è illecito perché lesivo della privacy e dignità del lavoratore.

Nello svolgimento dell’attività lavorativa, si creano molteplici occasioni in cui le informazioni personali dei dipendenti escono allo scoperto e sono soggette ad alto rischio di diffusione incontrollata (dati relativi alla salute, al nucleo familiare, alla residenza e ai recapiti ecc.).

Il Garante suggerisce, in un vero e proprio vademecum, le modalità e i mezzi più idonei ad evitare che la circolazione di tali dati violi la riservatezza e dignità del lavoratore.

Cartellino identificativo
Il cartellino di riconoscimento del dipendente non deve necessariamente indicare tutti i dati anagrafici e le generalità. Può infatti bastare l’indicazione di un codice identificativo, il nome o il ruolo professionale svolto.

Comunicazioni esterne
Nel settore privato, il datore può comunicare informazioni sul lavoratore ad associazioni di datori di lavoro, conoscenti o familiari, solo con il consenso dell’interessato.
Nel pubblico impiego, per le comunicazioni di dati relativi ai dipendenti è necessaria una norma di legge o di regolamento.

Bacheche aziendali
Nella bacheca aziendale possono essere affissi ordini di servizio, turni lavorativi o feriali.
Non possono invece essere affissi documenti contenenti gli emolumenti percepiti, le sanzioni disciplinari, le motivazioni delle assenze (malattie, permessi ecc.), l’eventuale adesione a sindacati o altre associazioni.

Siti web aziendali
Nel settore privato, la pubblicazione sul sito web o la rete interna aziendale di informazioni personali del dipendente (per esempio foto e curriculum vitae) è possibile solo con il consenso dell’interessato.

Nel pubblico impiego, le P.A. possono mettere a disposizione sui propri siti web istituzionali atti e documenti amministrativi contenenti dati personali, solo se la normativa di settore preveda espressamente tale obbligo.

In questo caso il datore di lavoro deve selezionare i dati personali da inserire in tali atti e documenti, evitando di divulgare dati eccedenti o non pertinenti. I dati personali non divulgabili devono essere oscurati.

È sempre preferibile, tenuto conto delle necessità della pubblicazione, indicare meno elementi di identificazione dei lavoratori, ricorrendo se possibile all’anonimato.

È sempre vietata la pubblicazione di informazioni da cui si possa desumere lo stato di salute dei soggetti interessati, compreso qualsiasi riferimento alle condizioni di invalidità, disabilità o handicap fisici e/o psichici.

Dati sanitari
La diffusione di “dati idonei a rivelare lo stato di salute” del lavoratore è sempre vietata.

Per ragioni strettamente connesse all’attività lavorativa, è invece ammesso l’accesso del datore di lavoro o dei soggetti incaricati ai dati sanitari che il lavoratore fornisce, a titolo esemplificativo, per beneficiare di permessi o giustificare le proprie assenze.

In questi casi i dati sanitari del dipendente devono essere conservati in fascicoli separati e riservati, non accessibili a chiunque.
Il lavoratore assente per malattia è tenuto a consegnare al proprio ufficio un certificato senza diagnosi ma con la sola indicazione dell’inizio e della durata presunta dell’infermità.

Il datore di lavoro non può accedere alle cartelle sanitarie dei dipendenti sottoposti ad accertamenti dal medico del lavoro.

Nel caso di denuncia di infortuni o malattie professionali all’Inail, il datore di lavoro deve limitarsi a comunicare solo le informazioni connesse alla patologia denunciata.

Impronte digitali e altri dati biometrici
Aziende e P.A. non possono fare un uso generalizzato e incontrollato dei cosiddetti “dati biometrici” dei dipendenti.

Le impronte digitali o della topografia della mano, ad esempio, possono essere usate per gli accessi ad “aree sensibili” (processi produttivi pericolosi, locali destinati a custodia di beni di particolare valore e/o alla conservazione di documenti riservati) o per l’utilizzo di apparati e macchinari pericolosi da parte dei soli soggetti qualificati.

L’impronta digitale o l’emissione vocale possono essere utilizzate per l’autenticazione informatica (accesso a banche dati o a pc aziendali); la firma grafometrica per la sottoscrizione di documenti informatici.

È sempre necessario tuttavia il rispetto di rigorose misure di sicurezza. Inoltre, il datore di lavoro è tenuto ad informare i dipendenti sui loro diritti, sugli scopi e le modalità del trattamento dei loro dati biometrici.

In alcuni casi di tecnologia biometrica, il datore di lavoro, prima di iniziare il trattamento dei dati, richiedere un’apposita verifica preliminare al Garante.

Per la conservazione dei dati biometrici non è generalmente ammessa la costituzione di banche dati centralizzate ma è preferibile l’utilizzo di altre forme di memorizzazione (per esempio smart card ad uso esclusivo del dipendente).

Controllo della navigazione internet
I controlli effettuati dal datore sull’uso di internet durante il lavoro sono leciti solo se effettuati per motivi organizzativi o di sicurezza e nel rispetto dei principi di pertinenza e non eccedenza.

I sistemi software devono essere programmati e configurati in modo da cancellare periodicamente ed automaticamente i dati personali relativi agli accessi ad internet e al traffico telematico, la cui conservazione non sia necessaria.

I datori di lavoro privati e gli enti pubblici economici possono trattare i dati personali del lavoratore, diversi da quelli sensibili, per il legittimo esercizio di un diritto in sede giudiziaria, a fronte della manifestazione di un libero consenso o per un legittimo interesse.

I datori di lavoro pubblici, invece, possono trattare i dati del lavoratore soltanto per lo svolgimento delle funzioni istituzionali, in base al Codice privacy, alle leggi e ai regolamenti.

Il datore di lavoro deve chiarire ai dipendenti se la navigazione in Internet o la gestione di file nella rete interna autorizzi o meno specifici comportamenti come il download di software o di file musicali o l’uso dei servizi di rete con finalità ludiche o estranee all’attività lavorativa.

Il datore deve anche specificare quali conseguenze, anche di tipo disciplinare, si riserva di trarre quando la posta elettronica o la rete internet sono utilizzate indebitamente.

Il datore di lavoro per ridurre il rischio di usi impropri di Internet può adottare opportune misure (filtri alla navigazione, blocco di alcuni siti) che possono prevenire controlli successivi sul lavoratore.

Accesso alla posta elettronica del dipendente
I contenuti della posta elettronica del dipendente sono tutelati costituzionalmente da garanzie di segretezza ma riguardano anche l’organizzazione del lavoro.

In questo quadro è opportuno che il datore di lavoro renda disponibili indirizzi di posta elettronica condivisi tra più lavoratori (ad es. ufficioreclami@società.com) affiancandoli a quelli individuali.

Il datore di lavoro può mettere a disposizione di ciascun lavoratore apposite funzionalità di sistema che consentano di inviare automaticamente, in caso di assenze programmate, messaggi di risposta che contengano le “coordinate” di un altro lavoratore.
Si può altresì consentire al lavoratore di delegare un altro lavoratore (fiduciario) in caso di assenze prolungate, a leggere i messaggi di posta e ad inoltrare al titolare del trattamento quelli ritenuti rilevanti per l’attività lavorativa. Di tale attività dovrebbe essere redatto apposito verbale e informato il lavoratore interessato.

In caso di assenze non programmate (ad es. per malattia), qualora il lavoratore non possa attivare la procedura descritta, il datore di lavoro può incaricare altro personale (ad esempio l’amministratore di sistema) di gestire la posta del lavoratore, avvertendo l’interessato e i destinatari.

Controlli a distanza: geolocalizzazione
I datori di lavoro pubblici e privati non possono controllare a distanza i lavoratori.

Tuttavia in alcuni casi la geolocalizzazione può essere utile per una maggiore sicurezza dei dipendenti permettendo l’invio mirato di soccorsi in caso di difficoltà.

Se viene utilizzata a tale scopo un’app attiva sugli smartphone in dotazione ai lavoratori, devono essere adottate misure volte a garantire che le informazioni visibili dall’app siano solo quelle di geolocalizzazione, impedendo l’accesso ad altri dati (sms, posta elettronica, traffico telefonico).

I dipendenti dovranno essere ben informati sulle caratteristiche dell’applicazione (ad es., sui tempi e le modalità di attivazione) e sui trattamenti di dati effettuati dalle società.
Prima di attivare il sistema, le società devono notificare all’Autorità il trattamento di dati sulla localizzazione.

Videosorveglianza
Per quanto riguarda il ricorso alla videosorveglianza, è vietato il controllo a distanza al fine di verificare l’osservanza dei doveri di diligenza stabiliti per il rispetto dell’orario di lavoro e la correttezza nell’esecuzione della prestazione lavorativa (ad es. orientando la telecamera sul badge).

Vanno poi osservate le garanzie previste in materia di lavoro quando la videosorveglianza o la geolocalizzazione sono rese necessarie da esigenze organizzative o produttive, o sono richieste per la sicurezza del lavoro.

Difatti, in tali casi, gli impianti e le apparecchiature, dai quali può derivare anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori, possono essere installati soltanto previo accordo con le rappresentanze sindacali aziendali, oppure, in mancanza di queste, con la commissione interna.

In difetto di accordo, su istanza del datore di lavoro, provvede la Direzione Territoriale del Lavoro, dettando, ove occorra, le modalità per l’uso di tali impianti.

Catapano Giuseppe comunica: Pignoramento presso terzi Equitalia, impugnazione al giudice tributario

Se il contribuente viene a conoscenza della pretesa del Fisco soltanto al momento della notifica del pignoramento presso terzi, senza prima ricevere la cartella esattoriale, competente a decidere della relativa opposizione è la Commissione Tributaria e non il giudice dell’esecuzione. È quanto affermato da una recente sentenza della Commissione Tributaria Regionale della Lombardia, secondo la quale la mancata ricezione dell’atto prodromico al pignoramento (cartella esattoriale) rende necessaria la valutazione nel merito della pretesa fiscale che il contribuente non ha potuto domandare prima che gli venisse notificato l’atto di pignoramento. La questione, comunque, è particolarmente dibattuta in giurisprudenza. La regola generale è quella secondo cui la competenza della Commissione tributaria si ferma una volta che il procedimento esattoriale avente ad oggetto tributi erariali sia giunto alla fase esecutiva, per la quale è competente il giudice dell’esecuzione (in sede civile). La legge stabilisce infatti che restano escluse dalla giurisdizione tributaria soltanto le controversie riguardanti gli atti dell’esecuzione forzata successivi alla notifica della cartella di pagamento e dell’avviso di mora. Inoltre nell’esecuzione esattoriale delle imposte sui redditi, non sono ammesse le opposizioni all’esecuzione e agli atti esecutivi, se non per la pignorabilità dei beni. Tali regole, se applicate anche all’ipotesi di pignoramento non preceduto dalla notifica della cartella esattoriale, creerebbero un vuoto di tutela per il contribuente: se la giurisdizione tributaria è esclusa per gli atti dell’esecuzione forzata successivi alla cartella di pagamento e se nell’esecuzione relativa alle imposte sui redditi non è ammessa l’opposizione all’esecuzione e agli atti esecutivi, come può tutelarsi il contribuente che, non avendo ricevuto la cartella e non avendola potuta impugnare, non può più contestarla nel merito perché è già nella fase esecutiva? Il problema è stato risolto da alcune pronunce giurisprudenziali, tra cui quella in esame, che hanno ammesso la tutela dinanzi alla Commissione Tributaria nonostante sia stata già avviata la fase esecutiva. La mancata notifica della cartella esattoriale rende infatti impossibile l’applicazione della regola generale secondo cui il credito non contestato prima dell’esecuzione sia da considerarsi definitivamente accertato. Il contribuente ha dunque diritto all’esame nel merito della pretesa del Fisco potendo impugnare il pignoramento presso terzi e chiedere alla Commissione Tributaria competente di decidere sulla nullità del ruolo per mancata notifica della cartella di pagamento, sull’illegittimità dell’atto di pignoramento presso terzi e sull’infondatezza della pretesa. Secondo la CTR Lombardia tali domande rientrano nella competenza del giudice tributario, laddove la richiesta si riferisce alla mancanza dell’atto prodromico all’atto di pignoramento e alla infondatezza della pretesa contenuta nella cartella di pagamento.

Catapano Giuseppe informa: PCT, si ritorna ai depositi con carta?

Arrivano i primi ripensamenti e le richieste di tornare al passato. Il processo civile telematico, che doveva rivoluzionare, prima ancora della giustizia, il modo di pensare dei suoi operatori, stenta a decollare e, in molte aule di tribunali, si registrano disservizi paralizzanti. Così l’onorevole Michela Rostan, membro della Commissione Giustizia, ha presentato un’interrogazione a risposta scritta al Ministero della Giustizia in materia di processo civile telematico. Dopo un lungo elenco delle criticità del nuovo PCT e dei conseguenti riflessi negativi per gli avvocati, la parlamentare chiede se non sia necessaria la reintroduzione, per un periodo di tempo limitato, della possibilità di depositare gli atti facoltativamente in via cartacea o telematica. Il tutto proprio nel giorno in cui il Ministero dichiarava di aver stanziato 19 milioni di euro per il “potenziamento” del processo telematico (leggi “Il PCT per risparmiare sulle spese? Tutt’altro”). Le norme – si legge nella relazione – hanno dimostrato “di incidere profondamente e negativamente sul piano organizzativo nelle attività dei cancellieri, avvocati, magistrati nonché ausiliari esterni”. Il PCT viene addirittura additato come una causa di rallentamento dei tempi della Giustizia, rendendo più difficile il lavoro del magistrato, il quale, “considerate le modestissime e scarne dotazioni informatiche” è obbligato “ad una estenuante ricerca degli atti processuali e ad una faticosa lettura degli stessi”. Manca poi una prassi univoca nei vari uffici per la formazione e la trasmissione degli atti; gli operatori non sembrano preparati e si arrogano poteri che non competono loro (come il rifiuto degli atti). Proprio le suddette difficoltà hanno spinto alcuni tribunali a invitare gli avvocati a depositare sistematicamente le cosiddette “copie di cortesia” degli atti endoprocessuali e relativi allegati trasmessi telematicamente. Ma se questo serve a facilitare il lavoro del giudice (abituato, spesso, a leggere dalla carta), raddoppia invece quello dell’avvocato che, così, oltre ai nuovi adempimenti, sarà tenuto al rispetto dei vecchi, con le solite file in cancelleria, la richiesta di favori al collega domiciliatario, il lavoro dei collaboratori e tutto ciò che è legato alla carta. Con l’ulteriore rischio, peraltro, di incappare nelle dannose conseguenze della decadenza dei termini di deposito in ipotesi di malfunzionamento del sistema o comunque di guasti e blocchi informatici non imputabili ai professionisti legali. Uno dei problemi più seri, infine, che solleva l’onorevole Rastan è quello – già confermato da autorevoli esponenti informatici – secondo cui le infrastrutture informatiche sono, nei nostri tribunali, obsolete e le procedure eccessivamente complesse “e non allineate con la normativa in materia di digitalizzazione”: la convinzione è che l’elaborazione del PCT sia stata svolta solo nell’interesse del Ministero e degli uffici giudiziari, senza preoccuparsi degli utenti. Per tali ragioni si sta considerando l’ipotesi di reintrodurre, “per un ulteriore e congruo lasso temporale predeterminato”, la possibilità, per i legali, di depositare gli atti facoltativamente in forma cartacea o telematica, “quantomeno fino a quando il sistema non verrà uniformato, semplificato e reso maggiormente fruibile e funzionale”.

Catapano Giuseppe informa: Infruttosità dell’espropriazione forzata, quando si chiude il pignoramento

La norma che introduce la possibilità di dichiarare la chiusura anticipata della procedura esecutiva avente ad oggetto un bene immobile per “infruttuoso esito” costituisce una importante novità introdotta dal legislatore, in quanto per la prima volta si interviene al fine di arginare le lungaggini di quei giudizi che inevitabilmente ledono i diritti del debitore esecutato. L’obiettivo di questo nuovo articolo inserito nelle disposizioni attuative al codice di procedura civile è appunto quello di introdurre un limite di “ragionevolezza” alla durata dell’espropriazione forzata quando risulti evidente che le possibilità di realizzo della stessa si siano ridotte in maniera significativa. Per procedere ad una chiusura anticipata della procedura è necessario che si accerti la circostanza che i creditori non potranno avere un soddisfacimento adeguato delle proprie pretese da valutarsi sulla base dei seguenti indici: – costi per la prosecuzione della procedura; – possibilità di riuscita della vendita del bene; – valore stimato di realizzo. Il giudice dell’esecuzione non compie quindi un semplice conteggio aritmetico, ma deve operare un bilanciamento tra le istanze creditorie e quelle del debitore, disponendo la chiusura anticipata della vendita quando ritenga che non sia possibile giungere ad un soddisfacimento delle istanze dei primi poiché il prezzo della vendita sarebbe eccessivamente basso. La norma in commento ha una formulazione volutamente ampia poiché si afferma che non deve essere possibile raggiungere un ragionevole soddisfacimento delle istanze creditorie alla luce dei costi per mantenere attiva la procedura, nonché delle possibilità di riuscire a vendere il bene ottenendo un non trascurabile valore di realizzo, allo scopo di lasciare un margine discrezionale al magistrato, il quale può decidere di sospendere la procedura se i costi necessari al suo mantenimento superino il prezzo di vendita, oppure se come detto la presumibile vendita dovesse avvenire ad un prezzo molto basso. Tuttavia anche lo stesso punto legato alla prospettiva di realizzo deve essere valutato caso per caso, perché non è detto che se il bene viene venduto ad una somma pari alla metà del suo valore si possa domandare la chiusura del procedimento: occorre comunque valutare se la cifra che si andrebbe a realizzare sia economicamente apprezzabile e possa soddisfare il creditore. Nel caso proposto dal quesito, è quindi certamente possibile domandare la chiusura anticipata della procedura per sua infruttuosità quando il prezzo di vendita del bene sia notevolmente inferiore a quello di mercato, in una percentuale che deve superare almeno la metà del bene (nella prassi si parla anche dell’80% del valore) e al tempo stesso che questa cifra realizzi un’aggiudicazione svantaggiosa rispetto al credito vantato.