Catapano Giuseppe informa: Come prendere il porto d’armi

La licenza di porto d’armi è un’autorizzazione amministrativa che permette di acquistare, di detenere e di trasportare, anche fuori dalla propria abitazione, delle armi da sparo o da taglio. Si tratta di un documento di riconoscimento che ha l’aspetto di un libretto, all’interno del quale vengono inserite tutte le informazioni relative al portatore: dati anagrafici, tipo di arma, utilizzo dell’arma, riferimenti medici, data di scadenza. I termini della licenza si differenziano a seconda del tipo di utilizzo delle armi. Gli organi che provvedono a concedere il porto d’armi sono la Questura per quanto riguarda le armi corte, come ad esempio pistole o altre armi che non superano i 65 cm di lunghezza, e la Prefettura per le armi lunghe, come ad esempio i fucili da caccia. Per ottenere il porto d’armi è necessario essere maggiorenni e presentare dei requisiti, sia fisici che psicologici, indicati tassativamente dal Ministero della Sanità, differenti a seconda che questo venga richiesto per un uso sportivo, di caccia o per difesa personale. In particolare, per la difesa personale è necessario indicare le motivazioni, dettagliatamente spiegate, che spingono alla richiesta di questa autorizzazione. La presentazione della domanda, presso la Questura o la Prefettura, in dipendenza della tipologia di arma, può essere effettuata personalmente, per lettera raccomandata con ricevuta di ritorno o in via telematica con posta certificata, deve essere corredata di: – certificato medico, attestante le condizioni di salute psicofisica del richiedente; – una fotocopia di un documento di identità valido; – due fotografie in formato fototessera; – marca da bollo del valore di 16 €; – ricevute del versamento delle tasse governative di concessione, effettuato in base all’uso (sportivo, caccia, difesa personale). A seconda dell’utilizzo, il porto d’armi avrà una durata differente: – 6 anni per l’attività venatoria (caccia) e per le discipline sportive quali il tiro a volo, – 1 anno per la difesa personale. La validità si estende a 2 anni per le guardie giurate che necessitano dell’arma per svolgere la propria attività lavorativa. In tutti e quattro i casi, al momento della presentazione della richiesta, è necessario produrre la certificazione che giustifica la domanda, ossia l’iscrizione presso il CONI, o a federazioni affiliate, per il porto d’armi ad uso sportivo, l’iscrizione presso associazioni venatorie per il porto d’armi ad uso caccia, l’indicazione delle motivazioni che giustifichino il bisogno di disporre di un’arma per il porto d’armi ad uso personale, infine, la documentazione lavorativa per il porto d’armi relativo alle guardie giurate. Non possono richiedere, e dunque ottenere, l’autorizzazione coloro i quali si sono dichiarati in passato obiettori di coscienza oppure coloro i quali hanno subito una condanna per determinate tipologie di reati che influiscono sull’affidabilità del soggetto richiedente, quali ad esempio i reati violenti o i reati attinenti al porto illegale di armi.

Catapano Giuseppe scrive: Prelievi dal conto superiori a mille euro

Il correntista è libero tanto di depositare quanto di prelevare qualsiasi cifra di denaro contante dal proprio conto corrente, sia esso bancario o postale. I limiti di tracciabilità, riferiti a somme in contanti superiori a 999,99 euro, si riferiscono solo a pagamenti tra soggetti differenti (anche se uno dei due è una pubblica amministrazione). Al contrario, prelievi e versamenti coinvolgono sempre lo stesso soggetto, il correntista, che rimane nella titolarità della propria somma, sia che la depositi in conto che la prelevi.

Il dipendente della banca potrà chiedere spiegazioni delle ragioni del prelievo (o anche circa la fonte della somma versata), quando si tratti di cifre consistenti. Ciò ai fini del rispetto degli obblighi – che gravano però sugli intermediari finanziari e non sul cittadino – relativi alla normativa sull’antiriciclaggio: obblighi che impongono di tracciare i movimenti di denaro e raccogliere le informazioni relative ad operazioni “sospette”. Tali informazioni andranno poi fornite alla sede centrale della banca che valuterà se darne informativa alle autorità.

In ogni caso, il prelievo, da parte del titolare del conto, di una somma superiore a 999,99 euro non può essere mai osteggiato dalla banca, che non può quindi rifiutarsi di consegnargliela.

Quel che poi il correntista farà della somma sposta il problema della tracciabilità dei pagamenti ad un momento successivo. Se, per esempio, l’interessato ha prelevato la somma in contanti per pagare, in un’unica soluzione, il bollo auto (perché, magari, aveva delle rate arretrate) o per acquistare un televisore o altre spese, in tal caso scatterà certamente l’illecito: tornerà, infatti, l’obbligo di usare strumenti di pagamento tracciabili e non il denaro contante. Si tratta di operazioni che coinvolgono due soggetti e non più il solo correntista.

Catapano Giuseppe informa: Diffamare con un post su Facebook è un reato aggravato

Diffamazione sul web: chi scrive un post sulla propria bacheca di Facebook lo ha consegnato “ai quattro venti”? In altre parole, il profilo privato, benché limitato ai contatti prescelti e non a tutti gli utenti di internet, si deve considerare un posto pubblico o no?
La differenza è di fondamentale importanza quando si ha a che fare con frasi o commenti che potrebbero ledere l’onore e la reputazione degli altri. Perché, a voler considerare il social network, se non un mezzo di stampa, quantomeno un mezzo di pubblicità, allora scatterebbe una aggravante speciale nel caso di reato di diffamazione: aggravante che, oltre a spostare la competenza del procedimento dal giudice di pace al Tribunale, comporta – come è ovvio che sia – una pena più grave (la reclusione da sei mesi a tre anni o la multa non inferiore a 516 euro).

Ebbene, per la Cassazione – espressasi sul punto proprio questa mattina – non ci sono dubbi: Facebook è una piazza e, come tutte le piazze, di privato c’è davvero poco. La diffusione di un messaggio sulla bacheca di Facebook ha potenzialmente la capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone. Pertanto, se l’offesa è arrecata con il social network, a prescindere se il profilo è “chiuso”, scatta l’aggravante.

Le potenzialità di Facebook, del resto, sono a tutti note: esso, a prescindere se usato per diffondere il proprio pensiero, un’attività commerciale o per consumare un reato, è in grado di coinvolgere e raggiungere una pluralità di persone, anche se non individuate nello specifico. Ed è proprio questa enorme diffusione dei contenuti, unita alla viralità che ne segue, che è suscettibile di procurare il maggior danno alla persona offesa che giustifica, quindi, la pena più severa.

Insomma, Facebook viene equiparato, dai giudici, a un pubblico comizio o all’utilizzo, al fine di inviare un messaggio, della posta elettronica secondo le modalità del farward e cioè verso una pluralità di destinatari (tali sono state le decisioni, in passato, che hanno ritenuto applicabile l’aggravante del “mezzo di pubblicità” oggi imputato al social network).
Sia un comizio che la posta elettronica, infatti, vanno considerati mezzi di pubblicità, giacché idonei a provocare una ampia e indiscriminata diffusione della notizia tra un numero indeterminato di persone. Dunque, anche la diffusione di un messaggio pubblicato sulla bacheca Fb ha la capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone e, perciò, si tratta di un reato più grave.

Ora, però, bisognerà coordinare la norma con la riforma entrata in vigore lo scorso mese, che “perdona” il colpevole quando il fatto è considerato lieve (o meglio “tenue“).

Giuseppe Catapano osserva: Italia terza per spesa fondi UE

Italia terza per spesa fondi Bruxelles. Lo sostiene Filippo Bubbico, viceministro dell’Interno.
“Nel corso del 2014 – spiega Bubbico – il ritmo di spesa della programmazione comunitaria 2007-2013 è aumentato, come dimostra l’avanzamento della spesa certificata al 31 dicembre 2014, con un incremento di circa 20 punti percentuali dall’inizio dell’anno, che ha consentito all’Italia di raggiungere il terzo migliore risultato dell’Unione europea”.
Bubbico quindi aggiunge che “alla scadenza del 31 dicembre 2014 il totale delle spese certificate alla Commissione europea in attuazione dei programmi cofinanziati dai Fondi strutturali ha raggiunto un importo pari a 33 miliardi di euro, corrispondente al 70,7 per cento del complesso delle risorse programmate (di cui 77,9 per cento nelle regioni dell’Obiettivo competitività e occupazione e 67,3 per cento nelle regioni della Convergenza).
Tale valore – sottolinea Bubbico – è superiore sia al target comunitario, per 1,9 miliardi di euro, sia al target nazionale fissato per monitorare l’avanzamento della spesa nel corso dell’anno (67,7 per cento). Circa un terzo dei 7,9 miliardi di euro certificati fra gennaio e dicembre 2014 era a rischio disimpegno. Per fronteggiare tale rischio, si è rafforzato l’affiancamento sul campo attraverso task force dedicate per le regioni con maggiori criticità (segnatamente Calabria, Campania e Sicilia) e da ultimo attraverso l’istituzione di una task force dedicata al rafforzamento dell’attuazione del programma operativo nazionale reti 2007-2013. Sono state, inoltre, deliberate ulteriori riduzioni del cofinanziamento nazionale in favore di azioni coerenti con quelle previste nell’ambito del Piano di azione e coesione”.
“Dei 52 programmi operativi degli Obiettivi convergenza e competitività, 49 hanno raggiunto e superato il target di spesa comunitario. Soltanto 2 programmi (il POIN attrattori culturali, naturali e turismo e il programma operativo FSE Bolzano) non hanno evitato il disimpegno automatico delle risorse, perdendo complessivamente 27,7 milioni di euro (pari allo 0,05 per cento del totale delle risorse programmate). Nell’area della Convergenza – dice ancora il rappresentante del Viminale – i programmi operativi FESR Campania e Sicilia hanno superato il target assegnato rispettivamente del 32,4 per cento e dell’11,7 per cento, con certificazioni di spesa pari a circa 2,5 miliardi di euro ciascuno; nell’area della Competitività, i programmi operativi Emilia Romagna, sia FESR sia FSE, e il programma operativo FSE Trento hanno superato il target rispettivamente del 15,7, del 13,7 e del 26,3 per cento. I risultati raggiunti in termini di spesa certificata sono confermati dalla verifica del raggiungimento dei target nazionali di certificazione, fissati a un livello progressivamente maggiore di quello comunitario. La misurazione del target nazionale conferma l’aumento del ritmo della spesa, ad esclusione, come già detto, del solo programma operativo regionale finanziato con il Fondo sociale europeo della provincia di Bolzano. Dei circa 46,7 miliardi disponibili per il ciclo di programmazione 2007-2013, rimangono da spendere, entro il 31 dicembre di quest’anno, 13,6 miliardi di euro (di cui 7,9 di risorse comunitarie, la parte residua di risorse nazionali di sponda)”.

Catapano Giuseppe informa: Immigrazione, il dibattito nelle Regioni

Riduzione dei trasferimenti regionali ai sindaci lombardi che dovessero accogliere nuovi migranti: è la promessa che il presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni, interpellato sui nuovi sbarchi, a margine di un evento alla Scala di Milano, ha fatto il 7 giugno. “È un fatto gravissimo – ha detto Maroni ai cronisti – io scrivo una lettera ai prefetti lombardi diffidandoli dal portare in Lombardia nuovi clandestini”. Poi l’8 giugno precisa meglio. “Farò quello che ho detto – ha spiegato Maroni – io non faccio proclami o annunci, faccio quello che ho detto”. Del tema, ha spiegato il Presidente lombardo, è stato incaricato di occuparsi l’assessore Massimo Garavaglia: “Stiamo facendo una serie di proposte. Si può fare? Certamente sì, si può fare e lo farò. Parlo dei fondi della Regione non di quelli del governo”. Alle obiezioni dei costituzionalisti sulla legittimità dell’iniziativa, Maroni si è limitato a rispondere: “Non si preoccupino”. E “se il problema è che l’Europa non prende parte alla ripartizione dei clandestini e degli immigrati, Renzi vada in Europa, picchi i pugni sul tavolo, prenda per il bavero i ministri dell’Interno dei vari paesi ottenga quello che non è riuscito a ottenere”, ha ribadito a margine dell’assemblea 2015 di Confcommercio.
L’approccio del Presidente della Lombardia è stato sostanzialmente condiviso dal presidente del veneto, Luca Zaia, secondo il quale ormai “siamo alla follia, con un governo inadeguato che sui documenti ufficiali ci invita a gestire ‘la fase acuta’ dell’immigrazione. Quando invece sappiamo tutti che non è acuta, è cronica”. Nell’intervista al “Corriere della Sera” Zaia afferma poi che per prima cosa occorre smettere “con l’illusione di poter sopportare e gestire un esodo biblico. In Veneto abbiamo 514mila immigrati regolari, pari a quasi l’undici per cento della popolazione. Di questi, 42 mila non hanno un lavoro. Insieme a Emilia Romagna e Lombardia siamo i più accoglienti. Basta”. E poi sottolinea: “il Veneto è una bomba che sta per scoppiare. Non si fidano del governatore, che è un bieco leghista? Ascoltino i prefetti convinti che non ci siano spazi per l’accoglienza, ascoltino i sindaci di sinistra che si sono dimessi per protesta. C’è una tensione sociale pazzesca. Lasciamo stare il dato economico, nella regione più turistica d’Italia che da quel settore tira fuori 17 miliardi di fatturato. Ma la gente sta capendo cosa c’è dietro alla mancanza di chiarezza del governo”.
Anche la Liguria, con il neoletto Presidente Giovanni Toti, appoggia la tesi del presidente lombardo: “l’intervento di Maroni è legittimo. La Liguria non accoglierà altri migranti come faranno Lombardia e Veneto”, ha detto Toti nel corso dell’intervista di Maria Latella su Sky. Per Toti “si tratta di un problema da risolvere a monte e invece viene scaricato a valle”.Pol il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti ha aggiunto che sta pensando ad “azioni disincentivanti per i Comuni liguri che non saranno coerenti con le linee regionali sull’immigrazione. Noi – precisa – siamo dell’idea che una regione come la nostra, in cui ci sono conflitti sociali molto forti e che è alle porte di una stagione estiva molto importante, non possa accogliere altri migranti. So che oggi (8 giugno) ne è arrivato un altro gruppo alla Fiera, ma noi ci dobbiamo ancora insediare e quindi non possiamo fare nulla, al momento. Anche avessimo pieni poteri, comunque, non potremmo impedire ai prefetti e ai Comuni di accogliere queste persone, se intendono farlo. In quel caso però faremo sentire la nostra voce”. Che concretamente significa, da una parte, “scrivere una lettere ufficiale al prefetto di Genova per dire che la situazione in città è troppo difficile per accogliere altri profughi”, dall’altra, mettere in atto interventi disincentivanti. Chi sposerà le linee guida della Regione in materia di immigrazione (e cioè dirà stop all’accoglienza), sottolinea Toti, “avra’ supporti e aiuti finanziari” altrimenti, continua il neo governatore, “si assumerà le proprie responsabilità”. E la città di Genova in questo frangente non viene citata certo a caso, visto che, proprio questa mattina, il presidente della Regione ha incontrato il sindaco Marco Doria. “Sui migranti- chiarisce Toti- abbiamo visioni diverse. Doria ha la legittimità di fare le sue politiche, ma io non le condivido”.
Di diverso avviso il presidente della Regione Piemonte e della Conferenza delle Regioni, SergioChiamparino, che – a margine della riunione della giunta piemontese del 9 giugno– è piuttosto categorico: “credo che il governo debba ignorare la posizione di Maroni e dare disposizione ai prefetti perché tutte le Regioni diano accoglienza ai migranti”. Già in precedenza il presidente Chiamparino aveva definito strumentali le cposizioni di Maroni ed aveva spiegato che “è sbagliato dare segnali di divisione tra le regioni proprio mentre Renzi fa battaglia in Europa perché il problema immigrazione sia affrontato in modo coordinato e unitario. La mossa di Maroni – ha ribadito Chiamparino – è strumentale per mettere insieme vecchi e nuovi presidenti di Regione di centrodestra. Maroni sa benissimo che la sua posizione è illegittima ed è attaccabile dal punto di vista politico”. Questo “perché – ha spiegato ancora Chiamparino – se il governo facesse come vuole fare lui, taglierebbe i fondi alla Regione Lombardia perché disattende ad un accordo tra le regioni e il governo dell’agosto 2014, quando decidemmo di farci carico tutti, in modo equilibrato, di chi arriva in Italia fuggendo da fame e guerra”. In generale secondo Chiamparino a regime “bisognerebbe puntare a organizzare centri di primissima accoglienza nei paesi da cui queste persone partono, poi corridoi umanitari che consentano loro di scappare da fame e guerra, sottraendo i loro viaggi al traffico illecito degli scafisti”. E ha concluso “mi colpisce che ci sia chi fa politica sulla pelle di migliaia di persone che scappano dalla fame e dalla paura”.
Una linea sposata dal Presidente dell’Emilia-Romagna: è chiaro che “le regioni non possono farsi carico dell’accoglienza di tutti gli immigrati che scappano dal proprio paese attraversando il Mediterraneo, per questo serve una discussione con il governo” chiede il presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, che però giudica “populista” la reazione del collega della Lombardia, Roberto Maroni, deciso a tagliare i fondi ai sindaci che non respingono gli stranieri. “Sono stupito. Il presidente della più grande regione  italiana. Uno che è stato ministro degli Interni. Sono colpito che su un problema così serio anzi drammatico si riduca tutto a un tweet estemporaneo. Come se temi di questa portata si potessero risolvere in maniera così populista”, ha detto Bonaccini in un’intervista al Resto del Carlino. ”Sono il primo a dire che non possiamo  accogliere tutti. E nemmeno possono essere solo alcune regioni, compresa la mia, a doversi prendere il carico principale – ha aggiunto -. Proprio per questo serve una discussione seria tra le Regioni e il Governo. Renzi ha fatto bene a porre direttamente la questione alla Ue. L’Italia non può farsi carico da sola del problema”. Ma “se ogni paese europeo rispondesse che tocca a qualcun altro, allora saremmo nella condizione di non avere alcun aiuto”. Quindi “evitiamo demagogia e populismo. Affrontiamo il problema, sosteniamo tutti insieme il Governo pretendendo che i carichi vengano distribuiti in Europa. In contemporanea, aiutiamo quei disperati a trovare un futuro anche nel loro Paese”.
Il presidente della Regione Toscana ,Enrico Rossi, ha detto che è necessario “riconoscere alle Regioni, in modo chiaro e formale, un ruolo nella gestione dell’accoglienza dei migranti, a supporto di enti locali e prefetture, ma soprattutto in una logica di condivisione nazionale del problema”. “L’ultimo colpo che si può assestare alle Regioni è quello di pensarle come staterelli che possono fare come credono, ognuno per suo conto – sottolinea Rossi, richiamando proprio le affermazioni del presidente della Regione Lombardia – In questo modo si possono dividere solo le coscienze, senza risolvere i problemi, anzi, se possibile riuscendo persino ad aggravarli. Ed è questo che si ottiene alzano le barricate, magare per raccogliere qualche voto. A tutto questo bisogna rispondere con i valori dell’unità nazionale e di una reale solidarietà nei confronti di chi arriva ma anche d chi deve ricevere”. “Per questo, in un quadro di condivisione nazionale, la Toscana è disposta a fare la sua parte – aggiunge il presidente – per questo, anzi, chiediamo che il governo chiarisca il ruolo che i governi regionali possono svolgere, per sostenere e coordinare l’azione degli enti locali e delle prefetture. Quanto al modello toscano, ha funzionato e sta funzionando, a fronte dei poco più di 3 mila migranti che stiamo accogliendo, perché questi, non altri, sono i numeri che ci si trova di fronte. E se ci si chiede fino a che punto, e per quali cifre, potrà ancora funzionare: la risposta è semplice: i margini sono ancora ampi e prima di scegliere altre strade, da individuare certamente a livello nazionale, dovremo essere in grado di sfruttarne tutte le potenzialità”. E proprio il ruolo delle Regioni nella gestione dell’accoglienza è al centro anche di una lettera che il presidente della Regione invierà in giornata al ministro dell’interno.
Le posizioni di Maroni e di alcuni amministratori del nord Italia sono “irresponsabili e inaccettabili”. Lo ha dichiarato il presidente della regione Calabria Mario Oliverio in una intervista al Tg3. “Un paese civile -ha aggiunto- non può non avere rispetto per i tanti diseredati, bambini e disperati che arrivano sulle nostre coste”. Il Presidente ha richiamato l’esigenza di una politica europea adeguata. “L’Europa deve fare un passo in avanti, ancora non ci siamo. Occorre intervenire per bloccare le partenze all’origine”. L’idea di Oliverio è una politica europea “che spalmi l’accoglienza su tutto il continente”. Tornando alle esternazioni di Maroni, il presidente della regione Calabria ha attaccato: “Con il populismo e la demagogia non solo non si risolvono problemi ma si rende anche un pessimo servizio ai cittadini che si rappresentano”. Infine, Oliverio ha auspicato che gli amministratori locali siano sempre messi in condizione di fare accoglienza.
Il presidente della Valle d’Aosta, Augusto Rollandin, ricorda di aver “appena fatto un bando per le società di gestione per l’accoglienza di immigrati”. Riguardo alle dichiarazioni di Maroni, Rollandin non ha voluto fare commenti: “sono posizioni sue”, si limita a dire. “Noi abbiamo appena fatto un bando per far sì che le società interessate all’accoglienza di immigrati lo facciano”, sottolinea Rollandin facendo riferimento a un’ospitalità dai “50 ai 72 posti”.
Anche il presidente della Regione Basilicata, Marcello Pittella, è nettamente in disaccordo con le posizioni delle tre regioni del nord. “Mi pare troppo semplice, oltre che politicamente cinica, la posizione assunta in queste ore dai presidenti di Lombardia, Veneto e Liguria che dicono ‘no’ all’accoglienza dei migranti che fuggono dai paesi in guerra del Nord Africa”. “Annunciare ritorsioni contro i Comuni che accolgono migranti, come ha fatto il Presidente della Lombardia – ha aggiunto Pittella, attraverso il suo portavoce – non solo è illegittimo, ma è moralmente riprovevole. Tanto più se questi annunci rispondono, come è palesemente evidente, ad un richiamo politico del segretario nazionale della Lega Nord, a sua volta ossessionato da un rigurgito razzista senza precedenti nella storia recente dell’Italia repubblicana. Reputo poi gravissimo che queste dichiarazioni siano state rilasciate nelle stesse ore in cui il presidente del Consiglio dei Ministri, Matteo Renzi, sta portando avanti in sede europea una battaglia non semplice, e tutta ancora da vincere, per evitare che l’Italia sia lasciata sola ad affrontare l’emergenza migranti”. Nel dirsi “certo che nessun presidente di Regione del Mezzogiorno avrebbe utilizzato i toni cui ha fatto ricorso Maroni”, Pittella ha detto che “vi sono momenti nei quali l’interesse nazionale dovrebbe prevalere su tutto. E credo che, come correttamente evidenziato dal presidente Chiamparino, la Conferenza delle Regioni saprà dare in questa direzione un segnale politicamente forte ed ineludibile, di cui tutti i presidenti dovranno tener conto”.
“I numeri parlano chiaro, e la Lombardia ha oggi il 40 per cento di richiedenti asilo in meno rispetto alla quota che Maroni ha concordato in sede di Conferenza delle Regioni”. La replica alle dichiarazioni rilasciate dal presidente della Lombardia Roberto Maroni arriva dalla presidente del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani. “La Regione Lombardia da lui presieduta – ricorda Serracchiani – ha firmato nel luglio del 2014 l’accordo in Conferenza delle Regioni sui criteri di distribuzione dei richiedenti asilo sul territorio nazionale. Quell’accordo prevede che la distribuzione non avvenga sulla base del numero degli abitanti (la Lombardia ha il 16,5 per cento degli abitanti della Repubblica, 10 milioni su 60,7) ma sulla base di parametri corretti proprio su richiesta della Lombardia, che hanno permesso di abbassare la sua quota al 14,15 per cento del totale”. “Maroni dice oggi – osserva la presidente del Friuli Venezia Giulia – che ne hanno quasi il 9 per cento. Bene, hanno cioè quasi il 40 per cento in meno rispetto a quelli che hanno concordato di accogliere (14,15 meno il 40 per cento fa appunto 8,49). Sui numeri, insomma, mi pare che lui sia d’accordo con me”. “Da Ministro dell’Interno – osserva infine Serracchiani – Maroni ha evitato a lungo di accodarsi alla propaganda salviniana sui richiedenti asilo, ma ora si sente all’angolo nel suo partito, insidiato dalla crescente leadership di Salvini. Di qui la sua uscita, con cui dimostra semplicemente che da tempo non si occupa del problema”.
Secondo l’assessore al bilancio della Lombardia e coordinatore della commissione affari finanziari della Conferenza delle Regioni, Massimo Garavaglia, siamo di fronte ad “una polemica surreale, perché l’intesa del 2014 sull’allocazione dei migranti non vale più. Quell’accordo prevedeva una revisione nel 2015 basata sulle risorse stanziate nella legge di stabilità e sulla quantità dei nuovi arrivi, tant’é che su questo punto specifico io e il presidente Anci Piero Fassino abbiamo sollecitato il governo, in sede di Conferenza Stato-Regioni, e nulla ci è stato detto”
Il presidente della Regione Abruzzo, Luciano D’Alfonso, a proposito della questione immigrazione, a margine di una conferenza stampa a Pescara, e riferendosi sempre alle polemiche di questi giorni, ha affermato “Siamo una Regione che fa parte dell’Italia ordinamento, dell’Italia Paese, dell’Italia società. Noi faremo la nostra parte, naturalmente vogliamo che anche l’Europa cominci a far percepire la sua esistenza, la sua forza e anche la sua funzione”.
“La Lega di Maroni e Salvini continua a scaricare su altri i problemi legati all’immigrazione. La ventilata minaccia del governatore della Lombardia di ridurre i trasferimenti ai comuni che accolgono i migranti è totalmente anti-costituzionale e quindi inefficace”. A sostenerlo è il Presidente della Sicilia, Rosario Crocetta. “Maroni sa benissimo che i migranti non possono essere rigettati in mare e sa benissimo che le coste interessate agli approdi sono quelle della Sicilia e delle regioni del Sud che non possono rifiutarsi di accoglierli – aggiunge – In ogni caso, dietro il pensiero di Maroni e della Lega c’è ancora una volta l’idea di penalizzare il Mezzogiorno che dovrebbe gestire l’accoglienza con i propri centri che sono pieni. Altro che visione nazionale, la Lega continua a dimostrare di poggiarsi su logiche antimeridionaliste”. Per Crocetta “il problema dell’immigrazione va risolto a monte con quote di profughi programmate”. “Tutte le regioni d’Italia e tutti i Paesi dell’Ue hanno il dovere di condividere l’accoglienza dividendosi le quote – conclude Crocetta – Questa è l’unica linea possibile, il resto è antimeridionalismo e xenofobia”.

Giuseppe Catapano informa: Per la dichiarazione TASI si usa il modello IMU

Con la Circolare 2/DF del 3.6.2015 il Ministero, in vista della scadenza della dichiarazione TASI, prevista per il 30 giugno, sposa una soluzione pro-contribuente, su una questione su cui si era acceso un forte dibattito tra comuni e ministero. Il Ministero precisa che ai fini TASI si dovrà utilizzare lo stesso modello previsto per la comunicazione delle variazioni ai fini IMU. Secondo il ministero, infatti, non sussiste la necessità di approvare un nuovo modello dichiarativo, in quanto le informazioni necessarie al comune per il controllo e l’accertamento dell’obbligazione tributaria, sia per l’IMU sia per la TASI, sono pressoché identiche. Il ministero chiarisce inoltre che, nel caso di immobile concesso in locazione, l’obbligazione dichiarativa ricade sia sul titolare sia sull’occupante, tuttavia i casi in cui concretamente sussiste l’obbligo di dichiarazione sono assai ridotti. Il ministero infatti chiarisce che la dichiarazione non è dovuta: per i contratti registrati a partire dal 1° luglio 2010 (in quanto da tale data era necessario indicare nel mod. 69 i dati catastali dell’immobile oggetto di locazione); in tutti i casi in cui i dati catastali sono stati già comunicati al momento della cessione, risoluzione o proroga del contratto. In tutti questi casi, infatti, l’ente locale può verificare il conduttore di ogni immobile collegandosi alla banca dati dell’Agenzia delle entrate. Nei casi in cui, invece, permane l’obbligo dichiarativo, il soggetto diverso dal titolare del diritto reale (come l’inquilino) potrà utilizzare la parte del modello dichiarativo dedicata alle “annotazioni”, indicando il titolo in base al quale viene occupato l’immobile (es. locatario).

Catapano Giuseppe comunica: ADDIO ALLA CARTA: IL CATASTO SI AGGIORNA SOLO VIA WEB. PIÙ VANTAGGI PER PROFESSIONISTI, AMMINISTRAZIONE E CITTADINI

Dal 1° giugno gli atti di aggiornamento catastale viaggeranno esclusivamente online. Diventa obbligatorio, infatti, l’invio via web all’Agenzia delle Entrate, da parte dei professionisti, dei documenti Docfa e Pregeo per l’aggiornamento delle banche dati catastali.

Verso un Catasto ancora più digitale – In caso di nuove costruzioni o se si effettuano variazioni su un immobile come fusioni, frazionamenti, ampliamenti o ristrutturazioni, è necessario presentare all’Agenzia delle Entrate i documenti Docfa e Pregeo, per consentire l’aggiornamento della banca dati catastale. Fino ad oggi l’invio telematico è stato possibile in via facoltativa: da lunedì prossimo, invece, i professionisti (come geometri, ingegneri, architetti, dottori agronomi e periti) potranno inviare gli atti di aggiornamento catastale solo via internet, utilizzando il software messo a disposizione dalle Entrate.

I vantaggi della trasmissione telematica – Grazie all’invio tramite web, i professionisti possono trasmettere le istanze di aggiornamento catastale all’Agenzia delle Entrate comodamente dal proprio ufficio, senza doversi recare presso gli sportelli, in ogni giorno della settimana e in qualunque momento della giornata.

La ricezione dei dati in formato digitale, inoltre, permetterà all’Agenzia di migliorare notevolmente la qualità dei dati catastali e contribuirà a snellire i tempi necessari per l’aggiornamento delle proprie banche dati, consentendo inoltre un risparmio di risorse e una maggiore trasparenza.

L’assistenza degli Uffici nella fase di avvio – Gli Uffici Provinciali-Territorio forniranno ogni utile supporto ai tecnici professionisti, nella fase di avvio della obbligatorietà della trasmissione telematica, anche per i casi di irregolare funzionamento del servizio telematico, al fine di consentire comunque la ricezione di tutti gli atti di aggiornamento, sottoscritti con firma digitale.

Catapano Giuseppe osserva: DICHIARAZIONE IVA ‘TRUCCATA’ DELLA SOCIETÀ, AVVISO DI ACCERTAMENTO PER IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO D’AMMINISTRAZIONE

Riflettori puntati su una ‘società per azioni’. A destare sospetti, per il Fisco, è la “dichiarazione Iva per l’anno d’imposta 1999”. Consequenziale, a chiusura di un approfondimento ad hoc, la “rettifica” di quella dichiarazione.
Passaggio successivo è la notifica di un “avviso di accertamento, contenente irrogazione di sanzioni pecuniarie” nei confronti del “presidente”, all’epoca dei fatti, del “consiglio di amministrazione della società”.
Operazione illegittima, secondo i giudici tributari, quella compiuta dal Fisco. Ciò per una ragione semplicissima: è mancata la “prova di un comportamento colpevole direttamente addebitabile al presidente del consiglio di amministrazione, in un contesto societario di discrete dimensioni, con centoquattordici dipendenti ed un’articolata ripartizione di compiti”.
Tale visione, però, viene demolita dai giudici della Cassazione, i quali, invece, considerano corretto il ragionamento portato avanti dal Fisco.
In sostanza, “il presidente del consiglio di amministrazione di una società di capitali, anche al cospetto di una mera ripartizione interna di compiti”, come in questo caso, “risponde, presumendosene la colpevolezza, delle sanzioni amministrative derivanti da violazioni delle norme tributarie, in mancanza di prova, da parte sua, dell’assenza di colpa”.
A dare forza a questa prospettiva, secondo i giudici della Cassazione, diverse considerazioni: primo, “la centralità, in seno all’organizzazione sociale, del ruolo spettante agli amministratori, ai quali non è demandata soltanto l’esecuzione delle delibere dell’assemblea, ma anche la gestione dell’attività sociale”, e ciò comporta che “condotte come quelle” contestate in questa vicenda – “violazioni consistite nell’omessa regolarizzazione di acquisti senza fattura, nella mancata emissione di fatture relative ad operazioni imponibili compiute e nella conseguente omessa registrazione, nell’omessa indicazione dell’imposta in cinque fatture e nella loro omessa registrazione, nella dichiarazione con imposta inferiore a quella dovuta e nell’irregolare tenuta della contabilità Iva” –, condotte che peraltro “investono aspetti rilevanti di gestione”, sono “riferibili a tutti gli amministratori ed a ciascuno di essi”; secondo, “la mera ripartizione dei compiti”, ritenuta decisiva in Appello, “è del tutto irrilevante ad escludere o anche ad attenuare la riferibilità delle violazioni”, non essendo emerso “il ricorso a deleghe di funzioni al comitato esecutivo o ad uno o più amministratori”; terzo, “una divisione di fatto delle competenze tra gli amministratori, l’adozione, anch’essa di fatto, del metodo disgiuntivo nell’amministrazione, o, semplicemente, l’affidamento all’attività di altri componenti il collegio di amministrazione, non riescono ad escludere la responsabilità di alcuni amministratori per le violazioni commesse dagli altri”; quarto, “la condotta omissiva per affidamento a terzi, lungi dal comportare esclusione di responsabilità, può costituire, di contro, ammissione dell’inadempimento dell’obbligo di diligenza e vigilanza”.
Pare conquistare solidità, quindi, la visione tracciata dal Fisco, anche se ora toccherà ai giudici della Commissione tributaria regionale riesaminare la vicenda, tenendo presenti però le indicazioni fornite dalla Cassazione.

Catapano Giuseppe scrive: Mattarella, visita ufficiale all’Expo

Prende il via la prima visita ufficiale del presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Expo 2015. Il Capo dello stato è arrivato al sito espositivo insieme alla figlia, Laura, con un abito verde salvia, e non ha rilasciato dichiarazioni ai cronisti, che lo attendevano. Ad accoglierlo al Padiglione Italia, il Commissario Unico e amministratore delegato di Expo Spa, Giuseppe Sala, i ministri delle politiche agricole e dell’ambiente, Maurizio Martina e Gian Luca Galletti, il presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni, il sindaco di Milano Giuliano Pisapia, il Commissario generale del Padiglione Italia Diana Bracco e il prefetto di Milano, Francesco Paolo Tronca. Nell’agenda del capo dello Stato c’è la visita del padiglione Italia insieme al direttore Stefano Gatti, e in particolare la visita alle mostre ‘Italia senza mondo’ e ‘L’area della bellezza’.

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha firmato la Carta di Milano, il documento che Expo 2015 propone a tutti i visitatori affinché si impegnino su comportamenti coerenti con lo sviluppo sostenibile della terra. Il capo dello Stato, accompagnato dal commissario unico di Expo, Giuseppe Sala, ha incontrato a Palazzo Italia Diana Bracco, commissario per il Padiglione Italia. Prima di lasciare l’edificio che rappresenta il paese all’Esposizione universale, Mattarella ha visitato una parte della mostra “Identità italiana”.

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, durante la sua visita a Expo, ha reso omaggio alle installazioni di Dante Ferretti, lo scenografo italiano vincitore di tre premi Oscar che ha creato delle bancarelle di frutta e verdura per il Decumano di Expo. Mattarella, dopo avere visitato il padiglione Italia e la Cascina Triulza si e’ fermato al ‘mercato della frutta’ dell’artista per stringergli la mano. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha certificato con una stretta di mano a Dante Ferretti la pace tra lo scenografo premio Oscar e Expo 2015. Il capo dello Stato, in visita all’Esposizione universale, si è infatti fermato per qualche minuto sul Decumano per inaugurare, insieme allo scenografo, le installazioni che rappresentano diversi elementi dei tradizionali mercati italiani all’aperto. Alcune settimane fa Ferretti, in disaccordo con Expo a causa dei ritardi che hanno portato all’inaugurazione dei suoi lavori oltre un mese dopo l’apertura, aveva minacciato di tirarsi indietro, ma era poi tornato sui suoi passi grazie alla mediazione del predecessore di Mattarella al Quirinale, Giorgio Napolitano.

Giuseppe Catapano informa: Fs, il Frecciarossa 1000 scalda i motori: in servizio dal 14 giugno. Otto le corse giornaliere no-stop

Conto alla rovescia per il Frecciarossa 1000. Il prossimo 14 giugno il nuovo supertreno di Trenitalia entrerà in servizio commerciale sulla rete Alta velocità italiana.
Con l’introduzione dell’orario estivo, sei convogli della nuova serie effettueranno otto collegamenti giornalieri no-stop tra Roma e Milano: sette di questi avranno come partenza o destinazione Torino, quattro invece Napoli.
I collegamenti Frecciarossa 1000 “aumenteranno progressivamente grazie al proseguimento delle consegne da parte di AnsaldoBreda e Bombardier”, ha fatto sapere Fs, in occasione del viaggio in anteprima del supertreno. “Questo consentirà di utilizzare l’attuale Frecciarossa anche su altre rotte. A oggi sono sei i Frecciarossa 1000 già consegnati dalle aziende costruttrici a Trenitalia, entro dicembre 2015 saliranno a 18-20 nuovi treni completi. La consegna dell’intera commessa si completerà entro i primi mesi del 2017”.
“A dicembre contiamo di viaggiare a 350 chilometri all’ora”, ha detto l’a.d. di Fs, Michele Elia, ricordando che “ora siamo obbligati ad andare a 300”. Elia ha aggiunto che “i tempi di percorrenza potranno ridursi solo quando la velocità aumenterà sensibilmente, di 50 chilometri orari”.