Giuseppe Catapano: Luiss, Carlo Messina nominato Alumnus 2015

giucatap219Il cda della Luiss Guido Carli ha nominato Carlo Messina, consigliere delegato e ceo di Intesa Sanpaolo, Alumnus 2015.
Messina, spiega una nota, è stato scelto tra una rosa di candidati di elevato profilo, proposti al cda dall’Associazione Laureati Luiss. Il premio, che nasce quest’anno su iniziativa degli Alumni, ha l’obiettivo di valorizzare personalità di successo formatesi nell’università intitolata a Guido Carli che abbiano raggiunto traguardi professionali e di leadership di particolare rilievo nel nostro Paese e in ambito internazionale.

Giuseppe Catapano: Fondazione Leone Moressa, 5 mln gli immigrati in Italia. Producono l’8,6% del pil

giucatap218Gli immigrati in Italia producono l’8,6% del pil e versano 16 miliardi tra Irpef e contributi previdenziali.
E’ la fotografia presentata dalla Fondazione Leone Moressa con la quinta edizione del Rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione.
Secondo il rapporto, nel 2015 la popolazione straniera ha superato quota 5 milioni e rappresenta l’8,2% della popolazione complessiva. Tra la popolazione italiana 1 su 10 ha più di 75 anni, mentre tra gli stranieri appena 1 su 100.
Nel 2014 i contribuenti stranieri hanno dichiarato redditi per 45,6 miliardi e versato 6,8 miliardi di euro di Irpef netta. “Mettendo a confronto i costi e benefici della presenza straniera (esclusivamente i flussi finanziari diretti), la differenza tra entrate e uscite mostra segno positivo: +3,9 miliardi di saldo attivo per le casse dello Stato. Inoltre, considerando la ricchezza prodotta dai 2,3 milioni di occupati stranieri, nel 2014 il “pil dell’immigrazione” ha raggiunto i 125 miliardi di euro, ovvero l’8,6% della ricchezza nazionale”, si legge nel rapporto, secondo cui nel 2013 i contributi previdenziali hanno raggiunto quota 10,3 miliardi. “Ripartendo il volume complessivo per i redditi da pensioni medi, si può affermare che i lavoratori stranieri pagano la pensione a 620 mila anziani italiani. Sommando i contributi versati negli ultimi cinque anni si può calcolare il contributo degli stranieri dal 2009 al 2013, pari a 45,7 miliardi di euro, volume sufficiente per una manovra finanziaria”.

Giuseppe Catapano: Torna la super Tasi

giucatap217Torna la super Tasi. L’addizionale dello 0,8 per mille che i comuni possono applicare alle seconde case, facendo così arrivare la soglia massima di prelievo complessivo sugli immobili (Tasi+Imu) dal 10,6 all’11,4 per mille, sarà in vigore anche per il 2016. Alla fine, dunque, hanno vinto i sindaci che da questa quota aggiuntiva di Tasi l’anno scorso hanno incassato circa 350 milioni di euro e che hanno vincolato il premier Matteo Renzi alla promessa fatta prima del varo della legge di stabilità: i comuni, aveva detto il premier, non avrebbero perso nemmeno un euro dall’abolizione delle tasse sulla prima casa. E così è stato. A farne le spese saranno come al solito i contribuenti per i quali il conto potrebbe essere molto più salato del gettito prodotto l’anno scorso dall’addizionale Tasi. Fino all’anno scorso, infatti, questa poteva essere applicata solo dai comuni che avevano previsto e finanziato detrazioni a favore dei proprietari di prime case. Ora, eliminata la Tasi sulle abitazioni principali, viene meno questa condizione. E dunque l’addizionale potrà essere applicata senza vincoli. Tranne quello di non superare il tetto dell’11,4 per mille. Confedilizia stima che il conto per i proprietari immobiliari potrebbe aggirarsi intorno ai 2 miliardi di euro.

La bozza riveduta e corretta della manovra, dopo il dietrofront annunciato da Renzi, conferma il ritorno dell’Imu sulle prime case di lusso (categorie A1, A8, A9) che continueranno a pagare anche la Tasi, abolita invece per le abitazioni principali appartenenti alle altre categorie catastali. La Tasi non sarà più pagata dagli inquilini ma solo se hanno destinato l’immobile ad abitazione principale. Diversamente dovranno pagarla. I proprietari che danno in affitto un’abitazione dovranno pagare la quota di Tasi stabilita dal comune con regolamento (può variare dal 70 al 90%). Nei municipi che nel 2015 non hanno deliberato nulla, i locatori pagheranno il 90% del tributo.

Riforma Rai, i grillini contro i superpoteri del nuovo ad. Ok della Camera a trasparenza su mega stipendi

A cura di: Giuseppe Catapano

ROBERTO FICO

È ripresa nell’aula della Camera la discussione sul ddl di riforma della Rai. In aula il relatore di minoranza e presidente della commissione di Vigilanza, Roberto Fico, ha illustrato una serie di emendamenti del Movimento Cinque stelle per limitare i poteri del nuovo amministratore delegato, così come disegnato dalla riforma, “che è sempre più un uomo solo al comando nominato dal governo”. Un emendamento, in particolare, chiedeva di istituire “un limite di spesa di 2 milioni di euro per l’ad”, ha spiegato Fico. Ma la proposta è stata bocciata dall’aula.
intanto, l’aula della Camera, che sta esaminando il ddl di riforma della Rai, ha approvato un emendamento dei relatori Vinicio Peluffo e Lorenza Bonaccorsi, che prevede che siano resi pubblici i compensi, anche sul sito internet aziendale, dei soggetti “diversi dai titolari di contratti di natura artistica che ricevano un trattamento economico annuo omnicomprensivo a carico della società pari o superiore a 200mila euro”. La norma riguarda, dunque, anche i giornalisti, ed è passata con 314 voti a favore: contraria la Lega Nord, astenuti Sel, Ala e M5S.
L’aula della Camera ha approvato anche l’articolo 2 del ddl di riforma della Rai sulla disciplina della governance dell’azienda. I voti a favore sono stati 262, i contrari 143.

Giuseppe Catapano: Palazzo Chigi difende la manovra. Cgil e Cisl la bocciano

ITZHAK YORAM GUTGELD

Ieri sera il premier Matteo Renzi, poi il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa Schioppa. Palazzo Chigi fa quadrato intorno alla legge di stabilità. La manovra varata dal governo è equa perché, unita a quella precedente, taglia tasse per 34 miliardi di euro e rappresenta “un pacchetto largamente a favore delle fasce più disagiate, del lavoro, della produzione e della ripresa degli investimenti”, afferma Yoram Gutgeld, consigliere economico di Palazzo Chigi e commissario per la revisione della spesa in un’intervista al Corriere della Sera. “Se si guarda alle nostre due leggi di Stabilità insieme – dice – c`è una riduzione di tasse di quasi 34 miliardi fra il 2014 e il 2017, di cui 30 miliardi su lavoro, impresa e sulla produzione, e solo 3,5 miliardi sulla casa. E all`interno dei 30 miliardi per il lavoro ci sono misure come i 10 miliardi del bonus da 80 euro o la decontribuzione sui contratti. Oltre a questo pacchetto, ora impegniamo un miliardo sulla povertà e potenziamo il fondo per la non autosufficienza. Mi pare un pacchetto largamente a favore delle fasce più disagiate, del lavoro, della produzione e della ripresa degli investimenti.
Per circa il 90%”. Gutgeld difende la scelta di alzare la soglia del contante a 3000 euro: “I dati dicono che quella soglia non ha portato a una riduzione del nero e dell’evasione, mentre noi su questo fronte facciamo cose importanti.
Split payment e reverse charge (il pagamento dell’Iva da parte del committente, ndr) vanno meglio del previsto. E per il 2018 si arriverà alla dichiarazione Iva pre-compilata e dunque al completamento della trasmissione telematica delle fatture”. Il consigliere di Palazzo Chigi spiega anche perchè la spending review è scesa dai 10 miliardi ipotizzati nel Def di aprile a 5,8 miliardi. “Quando parlavamo di dieci miliardi – ricorda – prevedevamo un intervento su sgravi e agevolazioni fiscali che poi abbiamo deciso di non fare, per due motivi. Ci siamo resi conto che per ottenere i nostri obiettivi di riduzione di tasse e di deficit non era necessario, grazie al maggior recupero di evasione fiscale e alla crescita in più; e poi avremmo dato l`impressione che questa non è una manovra di taglio delle tasse ma solo di spostamento della pressione da una parte all`altra”. In ogni caso, prosegue, “stiamo portando avanti progetti che, quando maturano, daranno risultati. Per esempio sugli acquisti dello Stato, sul meccanismo di controllo della spesa informatica.
Non indichiamo molte cifre perché prima vogliamo misurare gli effetti di queste innovazioni”.
non è dello stesso avvisso la Cgil.  Il leader del maggiore sindacato italiano, Susanna Camusso, sembra non avere dubbi: “E’ una leggeche dà di più a chi stava già meglio e molto poco a chi è in difficoltà”, ha spiegato ai microfoni diRadio Cusano Campus. “Noto – ha aggiunto Camusso – che la grande questione che era stata posta dal mondo del lavoro, che era il tema delle pensioni, della flessibilità, di un processo di turn over che permettesse anche ai giovani di entrare a lavoro non è contemplata e anche le norme che ci sono sulla salvaguardia sull’opzione donna e sulle difficoltà sono tutte norme prefinanziate perché hanno restituito come abbiamo rivendicato il maltolto dai precedenti provvedimenti. Ci sono molti tagli, soprattutto sul servizio sanitario nazionale, non c’è previsione di risorse per il rinnovo dei contratti pubblici”. Insomma, “mi pare una legge di stabilità che dà risposte non sempre corrette al sistema delle imprese mentre non dà risposte al lavoro. La misura sulla povertà ci riserviamo di vederla ma non ci pare all’altezza dell’affrontare quanto è aumentata la povertà nel nostro Paese soprattutto per superare una norma esclusivamente monetaria per cominciare ad avviare i veri processi di inclusione”, ha concluso.
Legge di stabilità bocciatura anche dalla Cisl: “E’assolutamente insufficiente purtroppo”. A dirlo è il segretario generale Annamaria Furlan. “Ci aspettavamo molto di più – ammette la Furlan – dopo le dichiarazioni del Governo, innanzitutto ci aspettavamo il credito di imposta per agevolare gli investimenti delle aziende e delle imprese su tutto il territorio del Sud e dovevamo creare una fiscalità di vantaggio. Spero davvero che attraverso gli incontri con i gruppi parlamentari e il confronto col Governo riusciremo a recuperare questo dato”.
“E’ del tutto condivisibile il richiamo del Vicepresidente della Commissione Ue sull’opportunità di concentrare il taglio delle tasse sul lavoro nella legge di stabilità”, afferma, invece, il segretario confederale della Uil Domenico Proietti, aggiungendo che “il livello della pressione fiscale in Italia è elevatissimo e ogni suo taglio è benvenuto, ma se si vuole sostenere la timida ripresa in atto bisogna operare un taglio selettivo delle tasse concentrandosi sui redditi da lavoro e da pensione. Questo è il modo più efficace per essere competitivi sostenendo la domanda interna e rilanciando i consumi con un beneficio per le imprese e per i livelli occupazionali”.

Giuseppe Catapano: Tax ruling, Fca e Starbucks dovranno restituire a Lussemburgo e Olanda tra i 20 e i 30 mln di euro

giucatap214Fca dovrà restituire al Lussemburgo tra i 20 milioni e i 30 milioni di euro.
Lo ha stabilito la Commissione europea dopo 15 mesi di indagini sul trattamento fiscale privilegiato (“tax ruling”) di cui la filiale lussemburghese del gruppo automobilistico, Fiat Finance and Trade, ha goduto, con “una riduzione indebita dell’onere fiscale per almeno 20-30 milioni dal 2012 a oggi”.
L’esborso è decisamente inferiore alle cifre circolate ieri dopo le indiscrezioni del Financial Times su una possibile sanzione fino a 200 milioni di euro. D’altro canto era stata la stessa Fca a parlare ieri pomeriggio di un possibile esito non “significativo rispetto ai risultati consuntivati dal Gruppo”.
Oltre alla Fiat, anche l’americana Starbucks dovrà restituire un importo analogo all’Olanda. Bruxelles ha precisato che l’ammontare esatto delle tasse da recuperare dovrà essere determinato dalle autorità fiscali lussemburghesi e olandesi sulla base della metodologia stabilita dalla Commissione nelle due decisioni.
“Spero che le decisioni odierne facciano passare questo messaggio negli Stati membri, a livello di governi e imprese”, ha affermato la commissaria per la Concorrenza Margrethe Vestager. “Tutte le imprese, grandi o piccole, multinazionali o non, devono pagare la loro giusta quota di tasse”.
L’ammontare delle cifre da recuperare “non è spettacolare”, ha poi ammesso la Vestager durante una conferenza stampa di illustrazione. Tuttavia, “penso che la rilevanza dipende dalle tasse che non sono state pagate. Le due società hanno pagato meno 0,6 milioni, in un caso, e meno 0,4 milioni nell’altro, anche se 20-30 milioni non è spettacolare è molto di più di quello che hanno pagato prima. E comunque – ha detto – è una questione di principio”.

Il Granducato: non condividiamo la decisione Ue. “Il Lussemburgo non condivide il parere della Commissione europea in merito alla questione Fiat Finance and Trade (da un anno a questa parte Fiat Chrysler Finance Europe), e si riserva ogni diritto. Il Lussemburgo esaminerà con la dovuta attenzione la decisione della Commissione e il suo razionale giuridico”.
E’ quanto si legge in una nota del Granducato diffusa dopo la pronuncia della Commissione europea sugli illeciti aiuti di stato concessi alla finanziaria del gruppo Fca. “Il Lussemburgo – prosegue la nota – prende atto che la Commissione ha utilizzato criteri inediti per stabilire l’effettiva presenza di aiuto di Stato. In particolare, la Commissione non dimostra in alcun modo l’esistenza di un vantaggio selettivo concesso a Fiat Finance and Trade nell’ambito del quadro giuridico nazionale. Il Lussemburgo ritiene di non aver concesso a Fiat Finance and Trade un aiuto di Stato incompatibile con il mercato interno, ai sensi dell’articolo 107 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea”.
“Il Lussemburgo rispetta le norme internazionali, in particolare quelle relative al principio della libera concorrenza (arm’s length principle) applicabili in materia di prezzi di trasferimento, come anche le norme in materia di aiuti di Stato”, conclude il governo del Granducato nella nota.

Olanda, governo “sorpreso”. Il governo olandese si è detto sorpreso della decisione dell’Unione europea di dichiarare illegali degli accordi fiscali garantiti a Starbucks corp. “Il gabinetto è sorpreso della decisione dell’Unione europea, secondo cui Starbucks avrebbe ricevuto aiuti di stato illeciti”, ha dichiarato il governo. La decisione “solleva varie problematiche e dovrà essere presa in attenta considerazione”. “L’Olanda è convinta che siano stati applicati gli standard internazionali attualmente in vigore e dunque analizzerà attentamente le critiche della Commissione prima di prendere una decisione su cosa fare in seguito”, ha proseguito il governo.

Fca ribadisce: nessun aiuto di Stato in Lussemburgo. Fca ribadisce di non aver avuto “alcun aiuto di Stato in Lussemburgo”. Così un portavoce dell’azienda, interpellato in merito alla decisione della Commissione europea, ha ribadito quanto affermato ieri in un comunicato. “Fcf, la controllata di Fca in Lussemburgo – si diceva nella nota diramata ieri – non ha mai perseguito deroghe alle norme generali attraverso esenzioni o facilitazioni non generalmente accessibili nel sistema fiscale lussemburghese”.
E ancora “Fca ribadisce che Fcf non ha ottenuto alcun aiuto di stato e che qualsivoglia esito della questione non sarebbe significativo rispetto ai risultati consuntivati dal Gruppo”.

Starbucks: ci sono diversi errori. E annuncia ricorso. Starbucks annuncia la sua intenzione di ricorrere in appello contro la decisione Ue secondo cui dovrà restituire all’Olanda “almeno 20-30 milioni” di euro per le agevolazioni fiscali ricevute. “Starbucks – spiega un portavoce della società – condivide le preoccupazioni espresse dal governo olandese, secondo cui ci sono diversi errori nella decisione e pensiamo di appellarci poiché abbiamo seguito le regole olandese e dell’Ocse accessibili a tutti”. “Starbucks – prosegue la nota – si è uniformata a tutte regole Ocse, alle direttive e alle leggi e conferma il suo processo di riforma fiscale. Starbucks ha pagato un’aliquota fiscale globale media del 33%, ben oltre il l’aliquota media del 18,5% pagata da altre grandi compagnie Usa”.

Giuseppe Catapano: L’Anci rema contro l’Ancitel

giucatap177Un clamoroso autogol, un’operazione masochistica, un esempio di «tafazzismo» aziendale. A metterlo a segno è l’Anci, accusata di farsi concorrenza in casa propria e di pagare all’esterno servizi che produce attraverso la controllata Ancitel. La società, oggetto di una contestata operazione di aumento di capitale che dovrebbe consentire l’ingresso di un partner privato (si veda ItaliaOggi del 25/9/2015) ma che non dà ai 120 dipendenti sufficienti certezze sul mantenimento dei livelli occupazionali, torna a far parlare di sé perché, attraverso i sindacati, accusa apertamente l’azionista di maggioranza di remare contro il proprio core business.

A far salire nuovamente il termometro della tensione (dopo una brevissima tregua susseguente alla decisione delle sigle sindacali di sospendere lo sciopero proclamato per il 6 ottobre, a seguito dell’incontro con il presidente di Anci Piero Fassino) sono le lettere che in questi giorni l’Anci sta inviando a tutti i comuni per promuovere un accordo editoriale concluso con il quotidiano Il Sole 24 ore. Un accordo che prevede l’accesso gratuito per i municipi a un quotidiano online realizzato in partnership tra l’associazione e il giornale di Confindustria. Fin qui nulla di strano, se non fosse che, accusano i sindacati, i prodotti editoriali oggetto dell’accordo si sovrappongo «quasi totalmente a parte dei servizi erogati da Ancitel da oltre un ventennio, servizi che contribuiscono al fatturato dell’azienda per oltre 2,5 milioni di euro».

In pratica, un accordo di concorrenza sleale in casa propria, aggravato dal fatto, denunciano in un comunicato le segreterie nazionali della Uilm e della Fiom che stanno seguendo la vertenza, che per concludere l’intesa l’Anci ha pagato al Sole una cifra intorno ai 500 mila euro.

I sindacati sono in fibrillazione. E non solo per l’offensiva concorrenziale che questa intesa lancia ai servizi di base dell’Ancitel, («quale sindaco continuerà a pagare l’abbonamento ai servizi di base Ancitel quando potrà fruire di un servizio gratuito molto simile da Il Sole 24 ore?», si chiedono) ma soprattutto perché questo accordo si colloca nel bel mezzo di una trattativa molto delicata che dovrebbe portare a conoscere, nel giro di pochi giorni, chi comanderà nella nuova Ancitel.

Giuseppe Catapano: Malattia, possibili due visite fiscali nello stesso giorno?

Sono in malattia: è possibile che, nella stessa giornata, il medico dell’Inps, inviato dal datore di lavoro, effettui due diverse visite di controllo?

giucatap3In generale è possibile una seconda visita di controllo, ma non nell’arco della stessa giornata. Difatti, per come stabilito dal decreto ministeriale del 1986, una seconda visita fiscale è ammessa solo per giornate diverse; non possono essere effettuati due distinti controlli nella stessa giornata.

Ciò non toglie che il datore, nell’arco della stessa malattia, possa chiedere più interventi del medico fiscale dell’Inps. A riguardo la giurisprudenza è divisa: secondo un primo orientamento, infatti, il datore è libero di chiedere più interventi del medico fiscale a patto che ciò non sia espressamente volto a molestare e danneggiare il dipendente. Secondo invece, una tesi più favorevole al lavoratore, non è possibile reiterare la richiesta di visita fiscale perché l’obbligo di reperibilità costituisce una limitazione della libertà di locomozione di ogni singolo individuo, anche di quello malato.

In difetto della prova di un intento persecutorio e discriminatorio, la reiterazione delle visite di controllo non configura mobbing.

Essendo la determinazione dell’orario cui effettuare la visita operata direttamente dal medico, il datore di lavoro non può essere accusato di persecuzione in ragione della sola fascia oraria in cui avviene il controllo.

 

Giuseppe Catapano: Multinazionali sotto tiro

ANGEL GURRIA OCSE

Sono finiti i tempi nei quali la lotta all’evasione fiscale si faceva criminalizzando prima partite Iva e piccole e medie imprese e poi introducendo adempimenti e sanzioni sempre più draconiani. Metodo Visco, tanto per intenderci. Ora gli stati più ricchi si sono resi conto che l’evasione più pericolosa è quella delle società multinazionali e che senza un accordo politico a livello internazionale non è possibile fare nessun passo in avanti. I fatti sembrano dargli ragione. Venerdì scorso, infatti, i ministri delle finanze del G20 hanno discusso a Lima il pacchetto Beps (Base erosion and profit shifting) con l’obiettivo di mettere a punto una strategia comune per contrastare l’elusione internazionale che, secondo i calcoli dell’Ocse, sottrae agli stati produttori di ricchezza tra i 100 e i 240 miliardi di dollari l’anno.

I paesi occidentali, oberati da debiti pubblici sempre più pesanti e livelli di pressione fiscale al limite del tollerabile, non possono più tollerare che società come Google, Amazon, Facebook, tanto per citare quelle più note, facciano profitti stellari versando imposte ridicole grazie a una sapiente attività di pianificazione fiscale internazionale. Nell’anno d’imposta 2012 Amazon ha versato alle casse dell’erario italiano meno di un milione di euro, Google 1,8 milioni, Facebook 132 mila euro.

Il pacchetto commissionato dal G20 e messo a punto in due anni di lavoro dall’Ocse non ha ancora natura vincolante, richiede infatti di essere recepito a livello nazionale. Questo potrebbe richiedere del tempo e avere come effetto una parziale difformità delle norme di recepimento. Ma non c’è dubbio che da quando è risultata chiara la volontà politica dei paesi più importanti di porre un freno all’evasione e all’elusione internazionali, le cose stanno cambiando molto velocemente. Chi poteva immaginare pochi anni fa che i paradisi fiscali si sarebbero aperti alla trasparenza e alla collaborazione più ampia? Il clima è decisamente mutato. Lo dimostra il successo della voluntary disclosure italiana, nonostante tutti i pasticci combinati dal legislatore, che sembra più impegnato a scoraggiare l’adesione, invece di favorirla: senza una forte percezione del rischio legato al possesso di capitali non dichiarati, ben pochi contribuenti avrebbero chiesto la regolarizzazione.

La maggior parte dei paesi, di fatto, si sta già muovendo sulla scia degli orientamenti ora formalizzati dall’organizzazione parigina. Per esempio il patent box e la cooperative compliance, la disciplina della stabile organizzazione, la stessa definizione dell’abuso di diritto di recente approvati dal parlamento italiano, sono già tarati sui parametri Ocse. Ci sono poi alcune misure che entreranno in vigore in tempi abbastanza veloci. Scatterà per esempio dal 1° gennaio 2016 il country by country reporting, cioè l’obbligo, per le multinazionali con fatturato superiore a 750 mila euro, di comunicare al fisco dati importanti come fatturato, utile, imposte pagate, numero di dipendenti. Dati che saranno scambiati tra le amministrazioni dei diversi paesi per contrastare il fenomeno dello spostamento di profitti verso paesi a fiscalità privilegiata tramite un transfer pricing ben al di sopra del valore di mercato. L’abuso dei prezzi di trasferimento è anche l’obiettivo di una serie di regole individuate dall’Ocse che, una volta acquisite dai consulenti fiscali delle grandi società, di fatto finiranno per essere applicate anche prima della loro formalizzazione in norme giuridiche nei vari paesi per evitare rischi di accertamenti fiscali negli anni a venire. E non è nemmeno pensabile che nei prossimi anni la tensione degli stati su questo fronte torni ad allentarsi. I problemi di bilancio di tutti i paesi produttori sembrano destinati ad aggravarsi invece che a ridursi e questo renderà ineludibile la ricerca di nuove entrate fiscali. Indietro non si torna.

Non c’è dubbio che questo cambio repentino di atteggiamento creerà qualche problema alle imprese multinazionali che potrebbero in molti casi essere costrette a rivedere il loro assetto societario. Ed è facile prevedere che per minimizzare il rischio di accertamenti fiscali si potenzierà l’istituto del ruling, cioè il dialogo preventivo tra impresa e amministrazione (non è un caso se il nostro legislatore, con il decreto legislativo n. 156, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 7 ottobre ne ha aggiornato la disciplina). Meglio accordarsi prima che tentare di fare i furbi e poi subire danni economici e d’immagine, potenzialmente devastanti.

Giuseppe Catapano: Ecco come i banchieri vogliono eliminare l’uso dei contanti

ROMA (WSI) – Eliminare l’uso dei contanti: sempre di più l’obiettivo dei grandi banchieri, che vogliono costringere i clienti a investire in asset rischiosi e che soprattutto vogliono salvaguardare la loro liquidità (con i soldi dei correntisti).

Phoenix Capital fa il punto della situazione, riportando un esempio e partendo dalla legislazione vigente negli Stati Uniti.

Stando alla Legge Bancaria Usa, i depositi sono considerati passività. Dunque, all’interno di questo quadro normativo, i depositanti sono creditori (della banca).

“Di conseguenza…se una grande banca dovesse fallire negli Usa, i vostri depositi presso tale banca verrebbero o ‘svalutati’ (leggi: ‘sparirebbero’) o sarebbero convertiti in titoli azionari della società. Una volta convertiti in quote di capitale, voi diventereste azionisti (della banca), perdendo lo status di depositanti…dunque non sareste più assicurati dalla FDIC”.

Phoenix Capital Research ha scritto già diversi articoli sul tema della guerra al contante lanciata dal mondo della finanza, in primis dalle banche centrali: il diktat è impedire ai depositanti di tentare di tutelarsi dagli shock finanziari decidendo di ritirare i loro risparmi dagli istituti di credito, nascondendoli magari sotto il classico materasso.

Non è dunque sicuramente un caso che, attualmente, il sistema finanziario degli Stati Uniti sia costituito soprattutto da moneta digitale. Il reale ammontare delle banconote fisiche e delle monete in dollari ammonta infatti ad appena $1.360 miliardi, poco al di sopra del 10% dei $10.000 depositati sotto forma di conti bancari. E si tratta di una quantità del tutto irrisoria, se paragonata ai $20.000 miliardi di azioni, $38.000 miliardi di bond e $58.000 miliardi di strumenti sul credito che circolano nel sistema.

Inutile dire che “se una percentuale significativa di persone decidesse di trasformare i propri soldi (dai conti bancari) in contanti, il problema potrebbe diventare sistemico”. Ed è questo che i poteri forti vogliono impedire.

Di qui, l’idea di privare i correntisti dello stesso status di depositanti, trasformandoli in azionisti della banca. In questo modo perderebbero la tutela dell’agenzia federale di garanzia dei depositi ed, essendo azionisti, pagherebbero caro il crack dell’istituto, in quanto vedrebbero le loro azioni crollare.

E’ quanto è già accaduto – scrive la società – precisamente in Spagna nel corso della crisi bancaria del 2012. Da allora, si è verificata la stessa cosa anche a Cipro e in Grecia…e “ora è perfettamente legale negli Stati Uniti, grazie a una clausola della legge Dodd-Frank”.