Superano i 30 miliardi i costi che le pmi italiane sopportano ogni anno a causa dell’eccesso di adempimenti burocratici. Un peso equivalente al 2% del pil che “costituisce un evidente freno al processo di sviluppo”.
È quanto emerge da una ricerca realizzata dal Centro Europa Ricerche per conto di Rete Imprese Italia e diffusa in occasione di un convegno, secondo cui il 25% dei costi burocratici potrebbe essere eliminato “attraverso procedure più semplici che, in quasi due casi su tre, dovrebbero riguardare materie del lavoro e del fisco”.
Dunque un terzo di questi costi, pari a 8,9 miliardi, potrebbe essere tagliato. Si tratta, a giudizio dell’associazione, di “oneri impropri determinati da complicazioni e inefficienze burocratiche che un programma di semplificazione consentirebbe di evitare”. Secondo la ricerca, ridurre di 8,9 miliardi gli oneri burocratici impropri che pesano sulle imprese avrebbe un effetto immediato sull’occupazione e lo sviluppo dell’economia. Se le imprese fossero liberate dai costi della burocrazia aumenterebbero infatti gli investimenti, fornendo un impulso positivo al saggio di accumulazione, che in un quadriennio aumenterebbe di 0,4 punti. La disoccupazione potrebbe scendere di oltre 0,5 punti, innalzando il potenziale di crescita. Secondo lo simulazione condotta col modello econometrico del Cer, il risultato sarebbe di un aumento cumulato del pil pari a un punto nel quadriennio. A fine periodo, si legge nello studio, il pil sarebbe dunque maggiore di 16 miliardi rispetto allo scenario base.
Infine il 60% delle pmi ritiene che l’incidenza degli oneri amministrativi sia aumentata negli ultimi anni, soprattutto a causa di norme più numerose e complicate. Le giornate dedicate ad adempimenti amministrativi, poi, sono aumentate nel corso della crisi: da 26 nel 2008 a 30 nel 2013 (+7%), passando per un massimo di 32 nel 2010 (+14% rispetto al valore pre crisi).
Mese: novembre 2015
Giuseppe Catapano: Madia, chi timbra e se ne va, deve essere licenziato
Licenziare quei dipendenti pubblici che, in maniera sistematica, timbrano e poi non vanno a lavorare. È questa la strada da seguire per il ministro della Pubblica amministrazione, Marianna Madia. Riferendosi alle recenti vicende di cronaca, come quella di Sanremo, il ministro, intervenendo ad una convegno sulla semplificazione organizzato da Rete Imprese Italia, ha affermato: “Un dipendente pubblico che dice che va a lavorare e poi non ci va deve essere licenziato”. “Leggiamo dure affermazioni del ministro della Pubblica amministrazione, Marianna Madia: ‘Un dipendente pubblico che dice che va a lavorare e poi non ci va, deve essere licenziato’. Maddai. Forse la brava ministra in questo primo anno e mezzo a Palazzo Vidoni non si e’ accorta che la legge per mandare a casa e licenziare definitivamente i dipendenti pubblici che non lavorano esiste gia’, e’ il decreto legislativo 150 del 27 ottobre 2009, che attua la legge 15 del 4 marzo 2009, la cosiddetta legge Brunetta”. Cosi’ Renato Brunetta, presidente dei deputati di Forza Italia, in una nota. “Norma chiara e trasparente che regola, tra le altre cose, la definizione della tipologia di infrazioni che comportano il licenziamento per un dipendente pubblico. C’e’ gia’ tutto, basta applicare le leggi”.
Giuseppe Catapano: Bankitalia, il calo del debito non deve essere un episodio isolato. Il tetto al contante va mantenuto basso
La riduzione del debito pubblico, già a partire dal 2016, è “un impegno chiave” e “non va mancato”. E’ quanto ha sottolineato il vice direttore generale della Banca d’Italia, Luigi Fedrico Signorini, nel corso di un’audizione sulla legge di stabilità di fronte alle Commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato. “Se si vuole mantenere e consolidare la fiducia dei mercati è importante assicurare una riduzione del debito chiara, visibile e progressiva nel tempo – ha osservato Signorini, aggiungendo: “Che il calo atteso per l’anno prossimo non sia episodio isolato ma l’inizio di un percorso”.
Secondo Bankitalia, inoltre, il tetto all’uso del contante va mantenuto basso per ostacolare fenomeni di criminalità ed evasione, ma non c’è una “base analitica o empirica sufficiente per precisarne il valore ottimale”. “Un limite al trasferimento del contante, anche basso, va mantenuto. Del resto l’esistenza di effetti macroeconomici della soglia sui consumi non è sorretta da chiara evidenza empirica”. Secondo Signorini “i limiti all’uso del contante non costituiscono, ovviamente, un impedimento assoluto alla realizzazione di condotte illecite, specie per il grande riciclaggio, ma introducono un elemento di difficoltà e di controllo sociale che può ostacolare forme minori di criminalità e di evasione”. Per Bankitalia “l’esistenza di una soglia scoraggia in via generale una circolazionen di banconote troppo ampia, tale da fornire materia a transazioni illecite”.
Giuseppe Catapano: Falsi invalidi a Napoli, arresti e sequestro di beni da 2,4 milioni di euro
Con la pensione di invalidita’ per patologie che non permettevano loro di avere una attivita’ lavorativa, ma in grado di spolverare vetrine, pesare e incartare o fare qualsiasi cosa incompatibile sulla carta con la loro patologia. Ennesimo blitz dei carabinieri a Napoli contro i falsi invalidi. Dalle prime ore dell’alba e’ in corso un’operazione con l’esecuzione di misure cautelari emesse dal gip partenopeo nei confronti di una trentina di indagati che devono rispondere a vario titolo di concorso in truffa ai danni di ente pubblico, contraffazione di certificazioni mediche, falsita’ ideologica da parte di pubblico ufficiale in atto pubblico. Indagine supportata anche dalle riprese di videocamere. Contestualmente, i militari dell’Arma stanno dando esecuzione anche a un decreto di sequestro preventivo per equivalente di beni mobili e immobili, riconducibili agli indagati, per un valore pari a 2.420.000 euro, corrispondente alla somma delle pensioni di invalidita’ ricevute indebitamente. Complessivamente, 17 persone sono agli arresti domiciliari e 14 sono destinatarie di un obbligo di presentazione quotidiana alla polizia giudiziaria. Le accuse mosse a vario titolo agli indagati vanno dalla truffa aggravata ai danni di un ente pubblico alla contraffazione di certificati, falsita’ materiale commessa da pubblico ufficiale, falsita’ commessa da privati e falsita’ ideologica commessa da pubblico ufficiale. L’indagine costituisce una tranche di una inchiesta dei carabinieri partita nel 2009 che ha gia’ portato a 419 misure restrittive e al sequestro beni per 19 milioni. Per i 31 indagati di oggi le indagini sono partite a marzo 2014 su verbali di accertamento d’invalidita’ dell’Asl Napoli 1, anche con l’uso di timbri fasulli, determinando indebite erogazioni di pensioni con indennita’ di accompagnamento da parte dell’Inps.
Giuseppe Catapano: Telecom, per Niel incontro di due ore in Consob
L’uomo d’affari francese Xavier Niel, salito con vari contratti a poco più del 15% di Telecom Italia, arrivato in Consob questa mattina intorno alle 11, ha lasciato l’Authority italiana dopo circa due ore senza rilasciare alcuna dichiarazione.
Il francese, a capo dell’operatore transalpino Free, è stato convocato dall’Authority guidata da Giuseppe Vegas per chiarimenti sui recenti acquisti di pacchetti di azioni di Telecom Italia legati a contratti con diverse scadenze e, secondo indiscrezioni di mercato, di diritto americano ed europeo. La Consob aveva acceso un faro nei giorni scorsi sulla crescita nel gruppo telefonico italiano da parte di Xavier Niel, che risulta essere ora il secondo azionista di Telecom dopo i francesi di Vivendi, che hanno poco più del 20%.
Giuseppe Catapano: Anticipazione libro Fittipaldi: dal “Bambin Gesù” 200mila euro per l’attico del card. Bertone
Un nuovo scandalo potrebbe travolgere il Vaticano, in particolare uno dei cardinali più in vista, quel Tarcisio Bertone protagonista già in passato di polemiche e scontri nella chiesa. Come si ricorderà il prelato si era trasferito quasi un anno fa in un attico di Palazzo San Carlo occupato, fino al giorno della sua morte, dal comandante della Gendarmeria Camillo Cibin. Si tratta di un’abitazione di lusso: almeno 350 metri quadri (anche se non pochi parlano di 700) con terrazzo a poche centinaia di metri dalla Casa Santa Marta dove, in un appartamento di 70 metri quadri, ha deciso di vivere Papa Francesco. Rumors dalle stanze vaticane raccontavano di un Bergoglio adirato per la scelta di Bertone in totale controtendenza con la linea di sobrietà e povertà verso che la Chiesa Cattolica dovrebbe osservare. Il cardinale, dal canto suo, ha sempre replicato alle critiche spiegando di aver ristrutturato l’attico completamente a sue spese. Ebbene, il giornalista dell’Espresso Emiliano Fittipaldi ha dato alle stampe un libro – intitolato Avarizia – che mette in discussione tra le altre cose la versione fornita da Bertone. Scrive Fittipaldi: “Partiamo dal Bambin Gesù. O meglio da una fondazione controllata, nata nel 2008 per raccogliere denaro per i piccoli pazienti. Gli investigatori della società di revisione PricewaterhouseCoopers (PwC) nella bozza del rapporto consegnata al Vaticano il 21 marzo 2014 dedicano alla onlus italiana con sede in Vaticano alcuni passaggi della loro due diligence. Nel focus si evidenzia l’affitto di un elicottero, nel febbraio 2012, per la bellezza di 23 mila e 800 euro. Pagati sull’unghia dalla fondazione Bambin Gesù “a una società di charter per trasportare monsignor Bertone dal Vaticano alla Basilicata per alcune attività di marketing svolte per conto dell’ospedale”. C’è però un altro passaggio che potrebbe mettere in imbarazzo il Vaticano e riguarda proprio la casa di Bertone. La Fondazione Bambin Gesù avrebbe “saldato le fatture dei lavori per un totale di circa 200mila euro, pagati all’azienda Castelli Real Estate dell’imprenditore Gianantonio Bandera”. Si parla dei lavori di ristrutturazione dell’attico di Bertone, che dal canto suo scrive a Fittipaldi: “Il sottoscritto ha versato al medesimo governatorato la somma richiesta come mio contributo ai lavori di ristrutturazione. Non ho nulla a che vedere con altre vicende”. Ma anche il presidente del Bambin Gesù e del consiglio direttivo dell’omonima fondazione conferma la versione dell’Espresso: “È vero: con i soldi stanziati da noi è stata ristrutturata una parte della casa di Bertone. Cercando di ottenere in cambio la disponibilità di potere mettere a disposizione l’appartamento”.
Giuseppe Catapano: Corte dei conti, le coperture temporanee pesano troppo sulla legge di Stabilità
Sulla legge di Stabilità pesano coperture temporanee e il rinvio delle clausole di salvaguardia. E’ quanto sottolinea il presidente della Corte dei Conti, Raffaele Squitieri, in audizione in Parlamento. “L’allentamento della correzione di bilancio secondo il governo non pregiudicherebbe un rientro del disavanzo di dimensioni significative con un indebitamento che a fine 2016 risulterebbe comunque più vicino al 2 che al 3 per cento. Un contenimento che consentirebbe una messa in sicurezza dei conti rispetto all’originale parametro di Maastricht e rappresenterebbe un elemento rassicurante per i mercati. Un risultato che trova conferma anche nelle previsioni di finanza pubblica dei centri di ricerca ma che sconta il carattere temporaneo di alcune coperture e il permanere di clausole di salvaguardia rinviate al futuro”, ha sottolineato.
Il presidente della Corte dei Conti sembra raccomandare cautela sui segnali della ripresa. Nella valutazione del ddl Stabilità “non si può prescindere dal quadro di incertezza che caratterizza l’economia internazionale. Esso è destinato a riverberarsi su un’economia italiana la cui ripresa, dopo una lunga fase recessiva, è per ora basata su dati incoraggianti ma non univoci”. “Il rallentamento dell’area dei paesi emergenti costituisce un rischio evidente per il consolidamento della ripresa in corso”, ha sottolineato. Il “rischio deflazione e di interruzione della ripresa in atto è ben presente. Appare quindi condivisibile la preoccupazione del governo di non incidere in senso negativo sulle prospettive del Paese, muovendo in direzione di un’ulteriore revisione della strategia di fiscal policy e degli obiettivi di convergenza verso l’equilibrio strutturale di bilancio”.
La legge di Stabilità varata dal governo è una manovra in deficit che lascia “nodi irrisolti” sul tavolo. “Una scelta di politica economica che utilizza al massimo gli spazi di flessibilità disponibili riducendo esplicitamente i margini di protezione dei conti pubblici e lascia sullo sfondo nodi irrisolti (clausole, contratti pubblici, pensioni) e questioni importanti (quali un definitivo riassetto del sistema finanziario delle autonomie locali)”, ha detto Squitieri. II taglio delle tasse sulla prima casa potrebbe avere un impatto negativo sui diversi Comuni. Soprattutto alla luce della mancata riforma del catasto. “La tassazione che riguarda gli immobili risulta ancora senza una fisionomia definita e richiede una particolare attenzione – ha sottolineato – andrà attentamente valutato innanzitutto come si distribuirà tra gli enti il reintegro dei fondi della Tasi sulle prime case”. Ne trarranno maggior beneficio quelli “che hanno attivato il tributo utilizzando al massimo la propria capacità fiscale (che viene così cristallizzata)” mentre le collettività che potevano apparire ieri come le più penalizzate potranno godere dal 2016 di un relativo beneficio”. “Va inoltre rilevato che fermo il capitolo catasto e nuove rendite con l’abolizione dell’Imu e della Tasi sulla prima casa la principale fonte di finanziamento manovrabile da parte degli enti riguarda le abitazioni diverse dalla primacasa su cui continuerà a vivere il dualismo Tasi-Imu con la conseguenza che al amggioranza dei servizi indivisibili forniti dai Comuni graverà di regola su non residenti. Soggetti quindi non in grado di operare il controllo polititico sull’operato degli amministratori attraverso il voto”, ha aggiunto il presidente dei magistrati contabili.
Secondo la Corte dei Conti il governo avrebbe dovuto inserire nella legge di Stabilità interventi “sulle aliquote Iva agevolate o sulla stessa struttura della aliquote Iva”. “Nonostante la riduzione della spesa già scontata nel tendenziale sia impegnativa, le condizioni economiche avrebbero potuto consigliare l’adozione di interventi sulla spesa fiscale, riguardanti ad esempio un articolato intervento sulle aliquote Iva agevolate o sulla stessa struttura della aliquote Iva, eventualmente attutiti (ma non annullati) con misure di sgravio”, ha detto Squitieri. Dal taglio delle spese che pesa soprattutto sugli enti locali possono derivare “ripercussioni negative sulla qualità dei servizi”. “L’onere dell’aggiustamento verrebbe a gravare, prevalentemente, sulle amministrazioni locali, con ripercussioni negative sulla qualità dei servizi”, ha concluso Squitieri.
Sono necessarie misure per rilanciare gli investimenti locali che possono dare un contributo significativo alla crescita del Paese, per la Corte dei Conti che peraltro sottolinea come l’attuale sistema degli appalti pubblici sia troppo complesso e dia luogo a contenziosi infiniti. Negli “ultimi quattro anni”, ha detto Squitieri, gli investimenti locali hanno subito un netto calo. Mentre proprio questi “potrebbero essere uno dei sistemi per innescare la crescita”. La legislazione sugli appalti, ha proseguito, è molto “complessa, dà origine a contenzioni infiniti. Il sistema è talmente ingessato da norme, normette e codicilli, che può bloccare” gli investimenti. Squitieri ha lamentato come la Corte di Conti sul controllo che segue all’aggiudicazione degli appalti abbia le “armi spuntate”. La Corte, ha detto, può “intervenire con controlli nella prima fase dell’aggiudicazione mentre sulla parte successiva quella dell’esecuzione la Corte dei Conti (subappalti, varianti d’opera eccetera) è assente”. Il “controllo” però è “necessario”.
Giuseppe Catapano: Rimborsi elettorali, il parlamento vuole indietro 59 milioni dalla Lega di Salvini
Camera e senato presentano alla Lega Nord guidata da Matteo Salvini il conto da restituire allo Stato per la truffa sui rimborsi elettorali di cui secondo le accuse sarebbero stati protagonisti Umberto Bossi e l’ex tesoriere Francesco Belsito. Non più 40 milioni, come conteggiato dai magistrati, bensì 59 milioni. Dal processo che riprende oggi a Genova contro l’ex amministratore del Carroccio e contro il Senatur, scrive Repubblica, spuntano carte inedite depositate dal parlamento che dimostrano che una parte di quei rimborsi elettorali truffaldini sono stati incassati dalla Lega anche dopo il “movimento delle scope” del 5 aprile 2012 che aveva defenestrato Bossi.
Nel periodo in cui la segreteria leghista è stata retta da Roberto Maroni, nelle casse dei lumbard sono stati versati dal parlamento quasi 13 milioni oggetto della truffa, e 820mila euro durante la segreteria Salvini. Ma al di là di quanto sia l’importo, che fine hanno fatto quei milioni di euro che, secondo l’accusa, Bossi e Belsito hanno ottenuto da Camera e Senato falsificando i rendiconti delle spese elettorali? Perché, se il governatore della Lombardia e l’attuale segretario sapevano della truffa (Salvini s’è addirittura costituito parte civile), hanno continuato a incassarli, e, soprattutto, a spenderli? A proposito di dove siano finiti i quaranta o i cinquantanove milioni oggetto della truffa, i documenti depositati nel processo genovese rivelano uno scontro all’ultimo sangue tra leghisti. Bossi, per voce del suo avvocato Matteo Brigandì, chiede a Salvini la restituzione dei 40 milioni che la procura ritiene il corpo del reato della truffa elettorale. Il 29 ottobre del 2014, il legale di Bossi invia al segretario leghista una lettera dai toni affabili (“Caro Matteo….”. “Un abbraccio padano”), ma dal contenuto potenzialmente micidiale per il Carroccio. Bossi ha lasciato in bilancio un attivo da 41 milioni e Brigandì sottolinea: “Sono certo che mai verrà dalla Lega adoperato anche per il futuro un solo euro da questa detenuto e da questa stessa dichiarato (con la costituzione di parte civile, ndr) corpo di reato. Tenterò ogni conciliazione sul presupposto della vostra disponibilità a rendere quanto da voi dichiarato come prezzo della truffa aggravata, prezzo presente nelle vostre casse. Quindi”, conclude l’avvocato di Bossi consapevole del fatto che tutti i soldi sono stati spesi”, ti diffido dallo spendere quanto da te stesso considerato come corpo di reato”.
Giuseppe Catapano: La Corte dei Conti, diverse criticità nella gestione dell’8 per mille
La Corte dei Conti boccia la gestione dell’8 per mille. L’elenco delle criticità messe nero su bianco dalla magistratura contabile è lungo: si va dalla scarso e opaco equilibrio del meccanismo fino alla poca trasparenza sulla destinazione dei contributi destinati alle confessioni, passati da 209 milioni, nel 1990, a oltre 1,1 miliardi, nel 2014. Nel mirino della relazione della Corte dei Conti anche lo “scarso interesse” dello Stato per la quota di propria competenza, “essendo l’unico competitore che non sensibilizza l’opinione pubblica sulle proprie attività e che non promuove i propri progetti”.
Il contributo dell`8 per mille – ricordano i magistrati contabili – è obbligatorio per tutti, a prescindere dall`intenzione manifestata; tuttavia, “l`allocazione di questa quota del gettito Irpef è determinata da una sola parte dei contribuenti, gli optanti. Infatti, il meccanismo neutralizza la non scelta”. In tal modo, “ognuno è coinvolto, indipendentemente dalla propria volontà, nel finanziamento delle confessioni, con evidente vantaggio per le stesse, dal momento che i soli optanti decidono per tutti; con l`ulteriore conseguenza che il peso effettivo di una singola scelta è inversamente proporzionale al numero di quanti si esprimono”.
“Scarsa” viene giudicata dalla Corte dei Conti anche la pubblicità dell’ammontare delle risorse erogate ai beneficiari. A fronte di un “rilevante ricorso” delle confessioni religiose alle campagne pubblicitarie è evidente, a giudizio della magistratura contabile, il “rischio di discriminazione” nei confronti di confessioni non firmatarie di accordi.
Altro capitolo spinoso è “l’assenza di controlli indipendenti sulla gestione dei fondi” e “la carenza di controlli sugli intermediari delle dichiarazioni dei redditi”. Inoltre, le somme disponibili “vengono talvolta destinate a finalità diverse anche antitetiche alla volontà dei contribuenti”, rileva la Corte.
Infine la magistratura contabile sollecita “approfondimenti sulla attività intrapresa dall’Agenzia delle Entrate per il monitoraggio sugli intermediari”, ma dà atto del “miglioramento nella divulgazione dei dati da parte delle amministrazioni coinvolte e constata un ulteriore rallentamento nell’attribuzione delle risorse di competenza statale”.
Giuseppe Catapano: L’Antitrust, regolamentare al più presto Uber e le app digitali
“Occorre disciplinare al più presto l’attività di trasporto urbano svolta da autisti non professionisti attraverso le piattaforme digitali per smartphone e tablet. Si parla di Uber e delle app che consentono di accedere a questo servizio, in aggiunta o in alternativa ai taxi e alle auto Ncc”.
Lo ha affermato in una nota l’Antitrust in risposta a un quesito posto dal ministero dell’Interno su richiesta del Consiglio di Stato auspicando che “il legislatore intervenga con la massima sollecitudine al fine di regolamentare queste nuove forme di trasporto non di linea, in modo da consentire un ampliamento delle modalità di offerta del servizio a vantaggio del consumatore”.
Per quanto riguarda invece UberBlack e UberVan che si differenziano tra loro per la diversa tipologia di veicoli utilizzati l’Antitrust ha ribadito “la legittimità, in assenza di alcuna disciplina normativa, della piattaforma, trattandosi di servizi di trasporto privato non di linea, come riconosciuto anche dal Consiglio di Stato”. La stessa Autorità giudica “di fatto inapplicabili” gli obblighi stabiliti dalla legge vigente, ritendo che “una piattaforma digitale che mette in collegamento tramite smartphone la domanda e l’offerta di servizi prestati da operatori Ncc non può infatti per definizione rispettare una norma che impone agli autisti l’acquisizione del servizio dalla rimessa e il ritorno in rimessa a fine viaggio”.
Per quanto riguarda UberPop, il servizio svolto da autisti non professionisti, l’Antitrust si richiama all’ordinanza con cui il Tribunale di Milano “ha evidenziato che l’attività in questione non può essere svolta a discapito dell’interesse pubblico primario di tutelare la sicurezza delle persone trasportate, sia con riferimento all’efficienza delle vetture utilizzate e all’idoneita’ dei conducenti, che tramite adeguate coperture assicurative per il trasporto di persone”.
Perciò l’Antitrust invita il legislatore ad adottare “una regolamentazione minima di questo tipo di servizi”, con l’intento di “sottolineare con forza gli evidenti benefici concorrenziali e per i consumatori finali derivanti da una generale affermazione delle nuove piattaforme di comunicazione”. Vale a dire “una maggiore facilità di fruizione del servizio di mobilità, una migliore copertura di una domanda spesso insoddisfatta, una conseguente riduzione dei costi per l’utenza e, nella misura in cui si disincentiva l’uso del mezzo privato, un decongestionamento del traffico urbano”.
