I cittadini europei potranno chiedere di vietare a Facebook o ad altri colossi del web di conservare negli Usa i dati dei propri iscritti: lo ha stabilito la Corte di Giustizia dell’Ue, ribaltando una decisione del 2000 della Commissione europea che riteneva che gli Usa garantissero un livello di protezione adeguato dei dati personali, permettendo così il trasferimento di informazioni riguardati cittadini europei.
Il massimo organo giudiziario comunitario ha accolto la richiesta, al centro di una lunga battaglia giudiziaria contro Facebook, avviata nel 2011 da uno studente austriaco di giurisprudenza, Max Schrems, dopo lo scandalo del programma di sorveglianza della Nsa americana svelato da Esward Snowden. La sentenza fissa un precedente che finirà per riguardare i giganti tecnologici americani presenti in Europa, oltre a Facebook la Apple, Google e Microsoft. Secondo la legislazione comunitaria, si possono trasferire dati personali a un paese terzo solo se questo garantisce un livello di protezione adeguato.
La Corte ha fatto presente che negli Usa le esigenze della sicurezza nazionale prevalgono “sul regime dell’approdo sicuro” per i dati privati dei cittadini europei. Per questo i colossi del web sono obbligati a derogare “senza limiti, alle norme di tutela previste” con il rischio di “ingerenze da parte delle autorità pubbliche americane nei diritti fondamentali delle persone”.
Per la Corte di Lussemburgo, “una normativa che consenta alle autorità pubbliche di accedere in maniera generalizzata al contenuto di comunicazioni elettroniche deve essere considerata lesiva del contenuto essenziale del diritto fondamentale al rispetto della vita privata”.
Intanto Facebook ha sollecitato l’Unione europea e gli Stati Uniti a trovare rapidamente una soluzione dopo la sentenza della Corte di giustizia europea. “E’ imperativo che i governi di Ue e Usa garantiscano che continueranno a fornire metodi affidabili per il trasferimento legale dei dati e che risolveranno tutte le questioni legate alla sicurezza nazionale”, ha fatto sapere Facebook Europe, in un comunicato.
Mese: ottobre 2015
Giuseppe Catapano: Il Nobel per la Fisica al giapponese Kajita e al canadese McDonald per la scoperta sulla massa dei neutrini
Il Nobel per la Fisica 2015 è stato assegnato allo scienziato giapponese Takaaki Kajita e al collega canadese Arthur B. McDonald. Lo ha reso noto l’Accademia svedese a Stoccolma. I due studiosi sono stati premiati per “la scoperta delle oscillazioni del neutrino, che mostra come i neutrini abbiano una massa”.
Giuseppe Catapano: Imprese, S&P promuove le riforme di Renzi. Nel 2016 migliorerà redditività e competitività
Alcune “riforme pro-business” del governo Renzi hanno aiutato le imprese, contribuendo a far crescere la fiducia di aziende e consumatori e la produzione industriale.
E’ quanto sostiene un rapporto di S&P, che cita anche fattori esogeni come il Qe, il calo del prezzo delle materie prime e l’euro debole. “Rimane da vedere”, si legge nel rapporto, “se questi stimoli saranno sufficienti per sostenere un ritorno a una crescita significativa per le imprese italiane”.
Secondo il report dell’agenzia di rating, le aziende italiane potrebbero migliorare la loro redditività e competitività nel 2016 in scia alla ripresa delle condizioni economiche e commerciali.
“Le imprese italiane trarranno benefici dal ritorno del Paese alla crescita economica quest’anno, mentre miglioreranno anche le condizioni di finanziamento”, afferma l’analista Renato Panichi.
Alla fine di giugno scorso, gli spread relativi a nuovi prestiti alle imprese italiane sono stati di circa 100 punti base più bassi rispetto a un anno fa. Inoltre le nuove erogazioni sono salite nel primo semestre di 35 miliardi a 225 miliardi, mentre le attività di M&A sono in piena espansione con aziende estere attratte da attività italiane. Gli analisti dell’agenza si aspettano però che anche gli investimenti delle aziende risultino in aumento nel 2015.
Le imprese italiane, tuttavia, devono ancora affrontare un percorso di ripresa più ripido rispetto ai concorrenti europei. La loro redditività, misurata in termini di ritorno sul capitale investito, è stata più debole di quella dei rivali europei negli ultimi anni: il 4,5% nel 2014 contro il 6,2%. Inoltre anche la leva finanziaria, con un debito pari a 3,4 volte l’Ebitda nel 2014, è peggiore della media europea di 3 volte.
Le aziende italiane devono affrontare anche altri svantaggi competitivi come una debole ripresa economica, con un pil previsto in crescita dello 0,7% questo anno contro il 1,6% della zona euro. Oltre a ciò, prosegue S&P, il panorama è dominato da aziende più piccole, che negli ultimi anni non hanno avuto la dimensione per competere sui mercati internazionali e investire nella produzione e nella ricerca per sostenere lo sviluppo del business.
Un’altra debolezza competitiva è rappresentata dalle infrastrutture pubbliche. Gli investimenti pubblici nel settore delle infrastrutture sono stati pari al 2,2% del pil nel 2014, rispetto al 2,9% per l’Unione europea.
“Per queste ragioni, ci aspettiamo che la ripresa sarà limitata a imprese innovative e orientate all’export che sono competitive a livello internazionale e ad aziende più piccole che ristrutturano e consolidano le attività per migliorare la loro redditività”, spiega Panichi.
“La nostra analisi mostra che il divario di redditività tra le aziende con le migliori performance e quelle con le peggiori si è allargato notevolmente nel corso degli ultimi anni. Noi crediamo quindi che l’attuale ripresa sarà di beneficio limitato per quelle società la cui redditività è peggiorata al punto che la leva finanziaria ha raggiunto livelli insostenibili, e per le quali l’unica soluzione è la ristrutturazione”, aggiunge l’analista.
La ristrutturazione e il consolidamento delle attività porteranno significativi benefici nel medio termine, ad esempio in termini di miglioramento della redditività e della competitività, e andrà a beneficio di tutte gli stakeholder. Le relative maggiori efficienze operative aumenteranno probabilmente anche il fascino di queste aziende sia tra gli investitori obbligazionari che tra le banche.
Un calo delle esportazioni italiane a causa di un rallentamento economico nei mercati emergenti e la Cina rappresentano attualmente il principale rischio esterno per la nascente ripresa delle società italiane, conclude il rapporto.
Giuseppe Catapano: Centrodestra, incontro Berlusconi-Salvini: c’è stata piena sintonia
“E’ vero, domenica sera ad Arcore l’incontro c’è stato, come è normale che sia fra due leader di partiti della stessa coalizione”. Il presidente di Forza Italia, Silvio Berlusconi, e il segretario federale della Lega Nord, Matteo Salvini affidano a una nota, diffusa dall’ufficio stampa ‘azzurro’, la messa a punto dopo il vertice, e spiegano: “Abbiamo sofferto entrambi per la sconfitta del nostro Milan ma sulle questioni politiche c’e’ stata piena sintonia su tutto”.
Si riflette nel centrodestra. Riflette soprattutto Denis Verdini. “Renzi è molto preparato, è simpatico, è empatico, ha le caratteristiche dei leader. Berlusconi è unico, è stato il grande innovatore della politica italiana ha cambiato questo paese anche nei gusti e nelle abitudini”. E’ il pensiero di Denis Verdini, che spiega che “in FI comanda Berlusconi, non c’è discussione. L’accordo del Nazareno è saltato per mancanza di convincimento, quando le cose si usurano poi e’ come la tela, si strappa”. Per Verdini “con Berlusconi la rottura è stata politica, non umana. Il resto sono dietrologie, nessun accordo sotterraneo. Io ho grande stima del presidente Berlusconi e ogni volta che posso lo ribadisco, abbiamo diversità di opinioni che sono maturate”.
Giuseppe Catapano: Sawiris investe sul maxi-data center Supernap alle porte di Milano
Sono già partiti a Siziano (Pv), non lontano da Milano, i lavori per la realizzazione del data center da 300 mln di euro di Supernap International, partnership tra Switch Supernap e Acdc Fund, partecipato da Orascom Tmt Investments dell’imprenditore egiziano Naguib Sawiris e Accelero Capital.
Supernap International detiene i diritti esclusivi per la progettazione e realizzazione dei data center Supernap al di fuori degli Stati Uniti e l’Italia è il Paese prescelto per la costruzione del primo data center di questo tipo in Europa che si propone di diventare un vero e proprio punto di riferimento per tutto il settore.
All’interno di un’area di 100.000 metri quadrati, il data center di Siziano sarà il più grande in Italia e il più avanzato in Europa. Con una superficie di 42.000 metri quadrati, è progettato sulla base della più avanzata tecnologia, multi-tenant, Tier IV del data center di Supernap in Las Vegas, che soddisfa gli elevati standard delle tre seguenti certificazioni: “Tier IV Facility”, “Tier IV Design” e “Tier IV Gold Operations” dell’Uptime Institute.
“Ho sempre creduto nelle potenzialità dell’Italia e investito nel suo sviluppo”, ha commentato Naguib Sawiris, presidente di Orascom Tmt Investment. “Questo nuovo progetto si inserisce in un contesto importante di evoluzione infrastrutturale del Paese, che mi piace e sono felice di poter supportare, partendo dalla consapevolezza del ruolo sempre più centrale e strategico dei data center”.
Giuseppe Catapano: Fisco, all’Ecofin raggiunto l’accordo sullo scambio automatico di informazioni
I ministri dell’Economia dei Ventotto hanno raggiunto oggi un accordo sullo scambio automatico di informazioni sui cosiddetti “tax ruling”, ovvero i trattamenti fiscali per le società nei diversi paesi Ue.
“E’ un passo avanti nella lotta contro l’evasione fiscale e la frode fiscale”, ha commentato il presidente di turno dell’Ecofin, il ministro lussemburghese Pierre Gramegna.
Giuseppe Catapano: L’Italia bombarderà l’Isis in Iraq. Difesa, solo ipotesi. Grillo, intervenga il Quirinale
Gli aerei italiani in forza alla coalizione anti-Isis “nelle prossime ore” avranno l’incarico di bombardare in Iraq sulla base di accordi col comando Usa. Lo sostiene oggi il Corriere della Sera. I velivoli italiani sono stati inviati in una base aerea in Kuwait. Ci sono a disposizione quattro Tornado, un aereo-cisterna e alcuni droni Predator non armati. “La portata della partecipazione italiana cambia ora radicalmente con il via ai bombardamenti. I Tornado, configurati inizialmente per la ricognizione e l”illuminazione’ degli obbiettivi, assumeranno le loro piene caratteristiche di cacciabombardieri e dunque colpiranno direttamente i bersagli individuati in base alle nuove regole di ingaggio. Come fanno peraltro, in Iraq, gli aerei di Paesi ben più piccoli del nostro. Fino a nuovo ordine continueranno invece a non bombardare i tedeschi”, si legge nell’articolo del Corsera. La decisione di bombardare in Iraq, e non in Siria, è legata al fatto che il governo di Baghdad ha chiesto a Roma d’intervenire e questo – secondo il Corriere – fornisce una cornice legale all’intervento. Il ministero della Difesa, però, precisa che “sono solo ipotesi da valutare assieme agli alleati e non decisioni prese che, in ogni caso, dovranno passare dal Parlamento”.
“Escludo che possa essere stata autorizzata alcuna iniziativa oltre quelle già note e discusse dal Parlamento”, ha detto, invece, Nicola Latorre, presidente della commissione Difesa di Palazzo Madama. “In quanto membro della coalizione internazionale contro lo Stato Islamico – ha sottolineato l’esponente Pd – possono esserci certamente rivolte nuove richieste per un ulteriore contributo del nostro Paese alla battaglia contro il terrorismo, ma queste richieste – ricorda – devono prima essere valutate e poi eventualmente autorizzate previa discussione e approvazione del Parlamento italiano”. Intanto, M5S e Sel chiedono che la ministra della Difesa Roberta Pinotti riferisca in Parlamento sull’ipotesi che anche l’Italia partecipi con i suoi aerei ai bombardamenti in Iraq contro l’Isis. Mentre il leader del M5S, Beppe Grillo, chiede l’intervento del presidente della repubblica, Sergio Mattarella: “L’Italia non può entrare in guerra senza che prima non ci sia stato un dibattito parlamentare, un’approvazione da parte del parlamento e un’approvazione da parte del presidente della Repubblica. Sergio Mattarella dove sei? Pacifisti con le bandiere arcobaleno dove siete finiti? A girare le frittelle con Verdini e il Bomba (in nomen omen) alle feste dell’Unità? L’Italia bombarderà l’Iraq in funzione anti-Is. E’ un’azione di guerra e come tale dovrebbe essere discussa e approvata dal parlamento, non in modo autonomo da un governo prono alla Nato”. “Vale la pena di ricordare che, solo qualche giorno fa – prosegue il leader M5s – i caccia della Nato hanno bombardato per più di mezz’ora il centro traumatologico di Medici Senza Frontiere a Kunduz City,sono state uccise oltre venti persone tra cui tre bambini. Secondo Msf ci sono tra le vittime: otto infermieri, tre medici, sei guardie di sicurezza e un farmacista”. Mattarella, dal canto suo, in un’intervista alla russa Tassa aveva già chiarito il proprio pensiero su terrorismo e guerra all’Isis: “E’ necessaria la collaborazione di tutti. Iniziative unilaterali non riescono a risolvere ed affrontare adeguatamente il problema. Occorre una collaborazione internazionale con strategie e azioni comuni. Per sconfiggere il terrorismo fondamentalista è “necessaria una risposta di collaborazione di tutti i Paesi nell’ambito della comunita’ internazionale” e “iniziative unilaterali non riescono a risolvere ed affrontare adeguatamente il problema”.
giuseppe Catapano: Elezioni ad alto rischio in Turchia
La tregua non regge più. Il cessate il fuoco raggiunto nel 2013 tra l’esercito turco e il Partito dei lavoratori del Kurdistan, Pkk, è stato interrotto da un violento ritorno alle armi non solo nelle basi del Pkk, sulle montagne a confine tra Turchia ed Iraq, ma anche tra strade, quartieri ed intere città, scuotendo alle fondamenta la pacifica convivenza tra le molteplici anime della società turca.
Il partito di governo, l’Akp di Recep Tayyip Erdoğan, che dal 2010 si era reso autore di un processo di dialogo senza precedenti nei confronti della minoranza curda, ora volta loro le spalle, in un violento dietro-front politico e militare.
Spina nel fianco
L’ottimo risultato elettorale ottenuto il 7 giugno dal Partito Democratico del Popolo, Hdp – un balzo oltre la soglia di sbarramento – rischia infatti di ostacolare i sogni super-presidenziali di Erdoğan.
Riconosciuta tanto l’impossibilità di una grande-coalizione con i kemalisti-repubblicani del Chp quanto di un esecutivo di minoranza con gli ultra-nazionalisti del Mhp, il primo ministro Ahmet Davutoglu ha indetto nuove elezioni in novembre. Ma nel conto alla rovescia che separa dalle urne, un nuovo lacerante scontro interno sembra spaccare a metà il paese.
L’operazione bicefala degli F-16 turchi
Il 20 luglio, la morte di 33 giovanissimi attivisti durante una conferenza della Federazione delle associazioni dei giovani socialisti a Suruc ha portato all’apice le già violente tensioni elettorali.
L’attentato, rivendicato dall’autoproclamatosi stato islamico cinque giorni dopo la vittoria delle milizie curde YPG-YPJ a Tel Abyad, sul confine turco-siriano, aveva messo in primo piano la sicurezza del paese.
Dopo un round di colloqui con gli Stati Uniti e la cessione della base di Incirlik alla coalizione internazionale, Ankara ha annunciato l’inizio della sua operazione anti-terrorismo.
Gli attacchi degli F-16 turchi, tuttavia, si sono riversati su due fronti: tanto verso gli jihadisti al confine siriano, quanto verso le basi del movimento di guerriglia turco, il Pkk, nelle montagne al confine con l’Iraq.
La fine ufficiale dello storico e sudato cessate-il-fuoco raggiunto nel 2013.
Più di mille gli arresti tra militanti di sinistra e curdi solo nei primi cinque giorni della campagna anti-terrorismo, mentre Twitter e 96 siti di informazione d’opposizione – in maggioranza curdi – sono stati oscurati.
Gli scontri tra militari e i guerriglieri del Pkk, inizialmente concentrati nella Turchia meridionale, si sono presto estesi a tutto il paese, toccando anche obiettivi sensibili, come il gasdotto tra Iran e Turchia, nella provincia di Agri, e l’oleodotto Kiruk-Ceyhan.
Lupi grigi
L’esplosione delle violenze militari ha risvegliato tensioni civili profonde, soprattutto tra le frange ultra-nazionaliste della società turca, con un ritorno all’attivismo dei cosiddetti “lupi grigi”, organizzazione nazionalista militante fondata negli anni Sessanta.
L’8 settembre, in risposta ad uno degli attacchi più violenti del Pkk nella provincia di Hakkari, la manifestazione dei lupi – “onore ai martiri, condanna ai terroristi” – si è trasformata in un assalto congiunto alle sedi dell’Hdp in 56 province, con negozi di proprietari curdi distrutti o dati alle fiamme.
Sebbene sia il leader degli ultra-nazionalisti del Mhp, Davlet Bahceli, che il rappresentante dei lupi, Kilavuz, abbiano richiamato esplicitamente all’ordine, gli episodi di violenza tra civili hanno avuto luogo durante tutto l’arco di settembre. Scontri tra militari e guerriglieri, nel frattempo, hanno portato a lunghi coprifuoco in diverse città curde come Cizre, dove per nove giorni 120 mila abitanti sono rimasti senza elettricità, acqua e aiuti sanitari.
Media in silenzio
Nel mezzo degli scontri anche la libertà di stampa in Turchia.
Assalito più volte dai manifestanti filo-nazionalisti il quotidiano Hurriyet, da anni critico del governo. Molti i giornalisti a perdere il lavoro negli ultimi due mesi, soprattutto tra i quotidiani gestiti da conglomerati mediatici filo-governativi, come il Milliyet.
In settembre, la polizia ha fatto irruzione anche negli uffici di Ankara del gruppo Koza-Ipek, proprietario di reti televisive e quotidiani vicini ad un altro dei critici del presidente turco, il predicatore islamico residente negli Stati Uniti, Fetullah Gulen.
Fermato anche il direttore esecutivo del giornale Nokta, per una copertina ironica nei confronti di Erdoğan, e sorte peggiore per tre giornalisti stranieri – due di VICE news, insieme all’olandese Frederike Geerdink – esplusi dal paese sotto l’accusa di propaganda al terrorismo.
Non è certo se il volta faccia politico-militare verso i curdi farà scivolare verso l’Akp i voti filo-nazionalisti desiderati per una maggioranza assoluta nelle prossime elezioni di novembre.
Il timore maggiore è rappresentato da una delle parole più frequenti del settembre nero turco: il “kutuplasma”, la frattura profonda tra le diverse anime della società civile turca, sempre più difficile da sanare.
Giuseppe Catapano: Alle radici della richiesta di divorzio da Madrid
La vittoria dei secessionisti alle elezioni catalane è un dato da prendere assolutamente con le pinze.
Anche se i deputati indipendentisti ora sono la maggioranza alParlament di Barcellona (72 su 135), i due diversi raggruppamenti che li hanno espressi non hanno insieme la maggioranza assoluta dei voti (si fermano al 47,7%).
Inoltre, la compagine secessionista è molto eterogenea al suo interno, tanto da rendere davvero complicata un’intesa politica di governo.
Tuttavia, pur senza l’agognato 50%+1 dei voti necessario a una dichiarazione unilaterale d’indipendenza, il fronte secessionista può già contare – nella sua azione di lungo periodo – diversi successi.
È da questi che dobbiamo partire per comprendere al meglio le cause e le possibili evoluzioni dello scenario catalano.
Dall’autonomismo all’indipendentismo
L’indipendentismo non è mai stato la corrente maggioritaria della società catalana; questa è stata, nei trent’anni successivi alla morte di Francisco Franco, sempre rappresentata da posizioni autonomiste sì, ma moderate, inclini al compromesso e al patto con il potere centrale.
Ciò significava dunque tendenzialmente la scelta per i socialisti e per il loro riformismo progressista alle elezioni nazionali – a danno dei popolari, considerati troppo centralisti – e il voto a Convergència i Uniò (CiU) alle elezioni locali.
CiU, denominata appunto simbolicamente Partit de Catalunya, era la federazione di stampo democristiano, autonomista, ma non secessionista, capace di interpretare al meglio le idee dell’opinione pubblica locale.
Composta non certo solamente dall’ambiente urbano progressista di Barcellona, ma anche dal suo hinterland industriale, da un tessuto pedemontano di piccole e medie imprese, da un mondo di associazioni culturali fortemente legato alle tradizioni del luogo – e naturalmente unito dalla lingua catalana.
Guidata dal suo “patriarca” Jordi Pujol, CiU tenne il potere ininterrottamente dal 1980 al 2003: la Spagna cresceva, la relazione con Madrid sembrava più o meno funzionare – culminando nell’assegnazione a Barcellona delle Olimpiadi del 1992 – e l’indipendentismo restava appannaggio dell’estrema sinistra catalana, sull’esempio di quella basca.
L’arrugginimento di quel lungo ciclo di potere e lo scontento derivato dalla crisi economica che colpì in maniera più pesante che altrove la Spagna cambiarono però le carte in tavola.
CiU, ormai all’opposizione con il suo nuovo leader Artur Mas, emarginata da nuove coalizioni più spostate a sinistra, decise di svoltare verso posizioni sempre più indipendentiste.
In tal modo voleva intercettare una parte dello scontento dell’opinione pubblica verso lo stato centrale, considerato sempre più inefficiente e poco generoso con la produttiva Catalogna, ma anche spezzare le nuove coalizioni formatesi a Barcellona tra gli indipendentisti di sinistra e i socialisti spagnoli.
Un vero e proprio puzzle, che questa mossa mandò all’aria. I socialisti spagnoli infatti furono spiazzati da un’offensiva politica tutta sui temi dell’aumento dell’autonomia, che loro da Madrid non potevano concedere.
La loro intesa con la sinistra indipendentista catalana si spezzò, e Artur Mas vinse le elezioni del 2010.
Lo scontro con Madrid unisce destra e sinistra
Ma la Catalogna era sommersa dai debiti, e il nuovo governo regionale cominciava a tagliare, tagliare, tagliare – scatenando fortissime proteste.
Come evitare che la sinistra tornasse al potere e CiU, colpita tra l’altro da inchieste su corruzione e malaffare, fosse travolta come accadeva a tanti partiti europei?
La scelta di aprire uno scontro ancora più duro con lo stato centrale risolse questo problema: grazie a un grande impegno civico e volontario – accompagnato da una formidabile azione dei tanti strumenti mediatici e culturali in mano al governo regionale – le classi medie catalane si sono unite alla fascia elettorale indipendentista di sinistra nel chiedere sovranità.
La mobilitazione che ne è derivata è stata al contempo quotidiana e massiccia. Il partito che rappresentava questa fascia, Esquerra Republicana de Catalunya, si è unito a CiU (che nel frattempo ha subito una scissione, trasformandosi in Convergència Democratica de Catalunya, Cdc).
Tutte queste giravolte hanno originato il listone comune indipendentista che con il 39,5% è stato il più votato alle elezioni di domenica. Capolista, Artur Mas.
La dirigenza di Cdc è dunque riuscita non solo ad assicurare la sua sopravvivenza nei turbolenti anni della crisi – che hanno visto tanti partiti e leader apparentemente inossidabili sparire in breve tempo.
Ma in realtà è riuscita a spostare tutto l’asse della politica regionale sul conflitto Barcellona-Madrid, e non più su quello destra-sinistra com’era prima.
Sia il voto del 2012 che quello del 2015 sono infatti due voti anticipati, entrambi voluti da Mas nel tentativo di consolidare con le urne questa linea.
Despagnolizzazione della politica catalana
Dunque, gli indipendentisti non hanno la maggioranza assoluta, ma la despagnolizzazione della politica catalana è praticamente completa.
I due partiti nazionali (PP e Psoe, popolari al governo di Madrid e socialisti all’opposizione), raccolgono insieme il 21%. Una cifra che non si vede nemmeno nel Paese Basco, dove insieme arrivano al 30%.
Podemos, strozzata dall’irrilevanza dello scontro tra destra e sinistra, ha infatti registrato un risultato molto deludente; Ciutadans, la nuova formazione liberale nata da poco proprio in Catalogna, si è invece schierata apertamente per l’unione con la Spagna e dunque ha raccolto con successo il voto dei tanti contrari all’indipendenza, anche fuori da quell’area politica.
Mentre la scommessa egemonica di Cdc si rivela quindi per il momento ancora vincente in Catalogna, bisognerà aspettare dicembre per sapere quale nuovo governo, da Madrid, dovrà occuparsi della sempre più intricata questione catalana.
Giuseppe Catapano: Cooperazione italiana, è giunta l’ora della ribalta
Il discorso di Matteo Renzi davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, in occasione peraltro dell’approvazione dei nuovi 17 Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile, è stato emblematico della nuova cifra della cooperazione italiana come chiave politica di posizionamento dell’Italia nella comunità internazionale.
L’obiettivo del futuro della cooperazione internazionale è infatti andare oltre l’aiuto per essere ancora più efficaci e raggiungere l’obiettivo dello sviluppo e della promozione umana.
Non si tratta di sottovalutare quanto bisogno di sostegno e assistenza materiale vi sia ancora in molti Paesi, ma di far evolvere le Agenzie nazionali e internazionali di cooperazione, così da adeguarle al nuovo scenario economico e geopolitico che abbiamo dinanzi.
Meno i paesi poveri, ma più i fragili
Abbiamo di fronte un nuovo panorama di Paesi emergenti in cui si riducono quelli poverissimi (scesi secondo la Banca Mondiale da oltre 60 a 34) ma aumentano i “paesi fragili” (36 secondo l’Ocse), il cui sviluppo economico è azzoppato da conflitti, debolezze istituzionali, insufficienze delle reti sociali e imprenditoriali.
Si calcola un gap di infrastrutture per il quale sarebbero necessari 8oo miliardi di dollari l’anno in Asia e quasi 100 miliardi in Africa. Uno scenario in cui si studiano nuovi strumenti di intervento: la finanza sociale per lo sviluppo, il ricorso intensivo e diffuso all’information technology, il contributo del privato e l’insistenza sul trasferimento di know how industriale.
Su tutto, la consapevolezza che i temi della povertà e della sostenibilità si affronteranno con scelte politiche di fondo (dalla tracciabilità dei “minerali da conflitto” alle regole del commercio internazionale) e non semplicemente con il trasferimento di denaro e aiuto.
Ecco perché il dibattito sulla cooperazione deve essere affrontato toccando temi nuovi, coinvolgendo nuove professionalità, con un approccio più agile e trasversale rispetto a quello fino ad ora adottato in questo campo.
Riforma della cooperazione italiana
Non c’è riunione, vertice o incontro in cui il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, non citi la riforma della nostra cooperazione con orgoglio e non indichi con ambizione il traguardo storico di “indossare entro il 2017 la maglietta numero 4” tra i donatori nel club esclusivo del G7. Parliamo di circa un miliardo e mezzo di dollari di nuove risorse da destinare alla cooperazione.
Soldi ben spesi per il Governo non solo perché aiuteranno la stabilizzazione di aree di conflitto, lo sradicamento della povertà e il contrasto al cambiamento climatico, riducendo così la pressione migratoria, ma anche perché garantiranno un ritorno politico per il Paese, per il suo standing internazionale e, non ultimo, stimoleranno una forma di “internazionalizzazione per lo sviluppo” necessaria alle nostre imprese.
Parlando all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Renzi è partito dall’orgogliosa rivendicazione dell’impegno del Paese per salvare migliaia di vite umane nel Mediterraneo e dallo sforzo di convincere l’Europa a una politica solidale e aperta verso il dramma dei profughi, per spaziare al tema dello sviluppo sostenibile in agenda a dicembre a Parigi, alla sostegno alla moratoria contro la pena di morte fino alla rivendicazione dell’obiettivo di divenire donatore virtuoso nell’aiuto allo sviluppo.
Il tutto con il disegno strategico di ridefinire lo standing internazionale del Paese a partire da queste battaglie e in vista della elezione in Consiglio di Sicurezza del prossimo anno dove ce la dovremmo vedere con Svezia e Olanda, Paesi maestri nell’utilizzare questo tipo di strumenti di “soft power”.
Nuova Agenzia italiana per la cooperazione
In questo nuovo contesto internazionale ma anche sulla scorta di questo inedito impulso politico volto a rafforzare il protagonismo internazionale dell’Italia, saranno importanti i primi passi della neonata Agenzia italiana per la cooperazione, un attore chiave della riforma, all’incrocio tra Farnesina, Palazzo Chigi, il tessuto prezioso della solidarietà internazionale e il mondo del profit responsabile.
Un’Agenzia che deve essere moderna, digitale, trasparente e innovativa, mantenere un rapporto più che virtuoso tra volume di aiuti gestiti e costi, deve diventare partner di Cassa Depositi e Prestiti sui temi della finanza per lo sviluppo e della partnership con il privato ma deve anche essere capace di ridare risorse ai progetti della società civile, della cooperazione popolare e di quella territoriale.
È ora di far uscire la cooperazione dall’angolo in cui per anni l’abbiamo relegata, di riconoscerle il ruolo politico centrale che deve avere nella nostra politica estera, un politica estera che si sta trasformandosi in “global politics”, non più limitata alle grandi trattative internazionali e ai consueti incontri bilaterali ma sempre più giocata trasversalmente su tutti i temi (dall’ambiente all’immigrazione, dalla lotta alla povertà ai trattati commerciali) e in cui proprio la cooperazione allo sviluppo potrà giocare un ruolo centrale come strumento di “soft power” per il Paese e chiave per un contributo positivo dell’Italia nel costruire un mondo più sostenibile, equo e sicuro.
