Catapano Giuseppe: Aggiornamento dell’elenco delle aliquote dell’addizionale comunale all’IRPEF per il 2014

Si comunica che, in esito alle pubblicazioni effettuate per alcuni Comuni in rettifica dei precedenti dati, è stato ripubblicato l’elenco riepilogativo delle aliquote e delle esenzioni dell’addizionale comunale all’IRPEF, applicabili per l’anno d’imposta 2014, aggiornato al 5 giugno 2015.

L’aggiornamento riguarda, in particolare, i Comuni di Bedero Valcuvia (A728), Belgioioso (A741), Breno (B149), Canicattì (B602), Cissone (C738), Cormons (D014), Crucoli (D189), Drapia (D364), Fragagnano (D754), Gatteo (D935), Gavardo (D940), Ghiffa (E003), Magenta (E801), Magherno (E804), Mirabello Monferrato (F232), Monte Urano (F653), Orbassano (G087), Ostuni (G187), Pietrafitta (G615), Pietragalla (G616), Piglio (G659), Qualiano (H101), Roddino (H473), San Martino in Pensilis (H990), San Marcellino (H978), Sannicola (I059), San Pietro a Maida (I093), Somma Vesuviana (I820), Venasca (L729) e Villachiara (L923).

Si precisa che per il Comune di San Marcellino l’aggiornamento dei dati riguarda l’aumento dell’aliquota allo 0,8% in considerazione della dichiarazione di dissesto finanziario dell’ente.

Per tutti gli altri Comuni, la rettifica dei dati ha ad oggetto l’inserimento della soglia di esenzione dall’imposta in ragione del possesso di specifici requisiti reddituali.

L’elenco aggiornato è disponibile alla pagina

http://www.finanze.it/export/finanze/Per_conoscere_il_fisco/Fiscalita_locale/addirpefcom/aliquote/elenco2014.htm.

L’Agenzia delle Entrate ha già avviato le necessarie attività di competenza volte a tenere conto degli aggiornamenti in questione. (Così, comunicato Mef del 9 giugno 2015)

Catapano Giuseppe osserva: Deduzione del costo del lavoro dall’imponibile IRAP e credito d’imposta per contribuenti senza dipendenti: le risposte ai quesiti sulle novità introdotte dalla Legge di stabilità 2015

L’Agenzia delle Entrate scioglie i dubbi sulle significative modifiche alla disciplina dell’IRAP, introdotte dalla Legge di Stabilità 2015. Con la circolare n. 22/E del 9 giugno 2015, infatti, l’Agenzia fa il punto sulle questioni interpretative derivanti dall’evoluzione del quadro normativo, sollevate anche dalle associazioni di categoria, in materia di deducibilità del costo del lavoro dalla base imponibile dell’imposta regionale sulle attività produttive. Il documento di prassi, inoltre, risponde alle domande sul credito d’imposta previsto per i contribuenti che non si avvalgono di lavoratori dipendenti e sui dubbi su public utilities e società che ricorrono a contratti di somministrazione. Di seguito ed in sintesi le novità sostanziali.

L’articolo 1 legge 23 dicembre 2014, n. 190 (Legge di Stabilità per il 2015) ha introdotto alcune significative modifiche alla disciplina del tributo regionale (IRAP), di cui al D.Lgs. 15 dicembre 1997, n. 446.

I commi da 20 a 24 dell’unico articolo 1 della Legge di Stabilita 2015 dispongono, rispettivamente:

1) l’inserimento nell’articolo 11 del D.Lgs. 446/1997, del comma 4-octies), ai sensi del quale, a partire dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2014, si considerano deducibili, agli effetti dell’IRAP, le spese sostenute in relazione al personale dipendente impiegato con contratto di lavoro a tempo indeterminato dai soggetti che determinano il valore della produzione netta ai sensi degli articoli da 5 a 9 del D.Lgs. 446/1997;

2) il riconoscimento – per i medesimi soggetti, che non impiegano lavoratori dipendenti – di un credito d’imposta stabilito in misura pari al dieci per cento dell’IRAP lorda. Per espressa previsione di legge, il credito in esame è utilizzabile esclusivamente in compensazione ai sensi dell’art. 17 del D.Lgs. 241/1997, a partire dall’anno di presentazione della corrispondente dichiarazione. I termini di decorrenza della previsione in esame sono analoghi a quelli previsti per la misura di cui al punto precedente;

3) l’abrogazione dell’articolo 2, commi 1 e 4, del D.L. 24 aprile 2014, n. 66, che stabiliva la riduzione delle aliquote IRAP, di cui all’articolo 16, commi 1, 1-bis), lettere a), b), c) e all’articolo 45, comma 1, del D.Lgs. n. 446 del 1997, a decorrere dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2013. Gli effetti dell’abrogazione decorrono dall’entrata in vigore della norma, divenuta pertanto inefficace ab origine. Sono, tuttavia, salvaguardati i comportamenti di quanti hanno determinato l’acconto relativo al periodo d’imposta 2014 secondo il criterio previsionale, di cui all’articolo 4 del D.L. 2 marzo 1989, n. 69;

4) la modifica dell’articolo 2, comma 1, del D.L. 6 dicembre 2011, n. 201, con l’inserimento della nuova deduzione, di cui all’articolo 11, comma 4-octies) del D.Lgs. 446/1997 tra quelle da scomputare nel calcolo dell’incidenza del costo del lavoro sul valore della produzione netta, ai fini della determinazione dell’IRAP deducibile dalle imposte sui redditi. Ciò in quanto la deducibilità integrale delle spese per il personale impiegato a tempo indeterminato riduce l’incidenza del costo del lavoro sul valore della produzione e con essa la quota di IRAP ammessa in deduzione dalle imposte sui redditi (cfr., sul punto, circolare 3 aprile 2013, n. 8/E (in “Finanza & Fisco” n. 7/2013, pag. 462).

Con la circolare n. 22/E del 9 giugno 2015, infatti, l’Agenzia delle Entrate fa il punto sulle questioni interpretative sollevate dalle associazioni di categoria in materia di deducibilità del costo del lavoro dalla base imponibile dell’imposta regionale sulle attività produttive. Il documento di prassi, inoltre, risponde alle domande sul credito d’imposta previsto per i contribuenti che non si avvalgono di lavoratori dipendenti e scioglie i dubbi su public utilities e società che ricorrono a contratti di somministrazione.

Si alle deduzioni Irap per le public utilities, no ai contratti a termine – Le public utilities, escluse per legge dalle deduzioni sul cuneo fiscale, possono beneficiare, ai fini Irap, della deducibilità integrale del costo del lavoro sostenuto in relazione al personale impiegato a tempo indeterminato. Sono, invece, esclusi dal beneficio i contratti a termine, stante la ratio della norma di promuovere gli impieghi a tempo indeterminato.
Disco verde per i contratti di somministrazione lavoro – Le imprese possono dedurre il costo del lavoro dalla base imponibile Irap anche in caso di personale somministrato. Questo però è possibile solo se il rapporto contrattuale tra Agenzia per il lavoro (somministratrice) e dipendente sia a tempo indeterminato, a prescindere dal tipo di contratto commerciale intercorrente tra impresa e Agenzia per il lavoro (che può essere a termine oppure a tempo indeterminato).

Il credito d’imposta vale solo per chi non ha dipendenti – Il credito di imposta (pari al 10% dell’Irap lorda indicata in dichiarazione) viene riconosciuto solo nel caso in cui l’impresa o il professionista non abbiano avuto dipendenti in ogni giorno del periodo di imposta. Non accedono al beneficio, pertanto, i soggetti che hanno avuto per un periodo di tempo limitato nel corso dell’anno lavoratori alle proprie dipendenze.

Tfr e fondi dentro il calcolo per la deducibilità – Le quote di Tfr maturate a partire dall’esercizio 2015 rientrano a pieno titolo nella determinazione delle spese deducibili per il personale dipendente, trattandosi di costi sostenuti a fronte di debiti certi a carico del datore di lavoro. I fondi accantonati dal 2015 per oneri futuri connessi a spese per il personale rilevano al verificarsi dell’evento che ha costituito il presupposto dello stanziamento in bilancio. Anche i fondi accantonati in anni precedenti all’entrata in vigore delle nuove regole rientrano nel calcolo del costo del personale deducibile in sede di utilizzo. Nel caso in cui tali fondi abbiano generato, in passato, Irap deducibile dalle imposte sui redditi, sarà necessario recuperare l’imposta dedotta mediante rilevazione di un componente positivo di reddito ai sensi dell’art. 88 del TUIR.

Catapano Giuseppe osserva: Mafia capitale, altri 5 arresti – truccata anche la gara per restauro Aula Giulio Cesare

Cinque arresti eseguiti dagli uomini del Comando Unità Speciali della Guardia di Finanza di Roma nell’ambito di un’inchiesta della procura capitolina nel settore degli appalti pubblici e di contrasto alle frodi fiscali. In manette sono finiti anche un alto dirigente in servizio alla Sovrintendenza dei beni culturali di Roma Capitale e un imprenditore, che, fa sapere la Gdf, è “risultato coinvolto anche nell’inchiesta mafia capitale”. In tutto sono sei le ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip ma uno dei sei destinatari è recentemente deceduto.

Truccata la gara per restauro Aula Giulio Cesare – Tra le gare “truccate” scoperte dalla Finanza, anche quella relativa al restauro dell’aula Giulio Cesare del palazzo Senatorio, dove si riunisce il consiglio comunale della Capitale, affidata a trattativa privata all’imprenditore arrestato.

Le accuse – I reati contestati sono associazione a delinquere, truffa aggravata e continuata in danno del Comune di Roma, falso, turbativa d’asta, emissione e utilizzo di fatture false, indebite compensazioni d’imposta, sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte con l’aggravante del reato transnazionale, commesso a Roma, Lussemburgo e altrove.

Dirigente favorì imprenditore Fabrizio Amore – All’alto dirigente in servizio alla Sovrintendenza dei beni culturali di Roma Capitale finito in manette si contesta, a quanto fanno sapere le Fiamme gialle, di aver “favorito l’imprenditore romano Fabrizio Amore nell’iter procedurale per l’aggiudicazione di gare pubbliche”, tra cui, appunto, quella relativa al restauro dell’aula Giulio Cesare. In particolare, dagli accertamenti eseguiti è emerso come “l’imprenditore arrestato fosse più che sicuro dell’aggiudicazione della gara, avendo stipulato contratti ed effettuato pagamenti in acconto ai subappaltatori alcuni giorni prima dell’apertura delle buste contenenti le offerte”. In sostanza, spiega la Gdf, “il pactum sceleris ha fatto sì che fossero invitate alla procedura di gara esclusivamente società riconducibili allo stesso soggetto economico”.

Affitti gonfiati per mini appartamenti destinati a emergenza abitativa- Dall’inchiesta emerge anche che il Comune di Roma ha pagato per anni 2.250 euro al mese per ogni mini appartamento dei due residence in zona Ardeatina destinati all’emergenza abitativa affittati dall’imprenditore finito in manette. Secondo la Gdf, l’imprenditore arrestato inoltre, “grazie alla rete di conoscenze che vanta all’interno degli uffici di Roma Capitale risultata alquanto estesa e ramificata”, tramite “sue società, controllate da società lussemburghesi”, ha concesso in locazione al Comune due strutture residenziali in zona Ardeatina per la gestione delle emergenze abitative della Capitale, e il Comune di Roma “ha pagato per diversi anni canoni di locazione particolarmente elevati, pari a circa 2.250 euro al mese, per ogni mini appartamento”. Nel corso delle indagini coordinate dalla Procura di Roma si è anche accertato che “alcune unità immobiliari, anziché essere destinate alle emergenze abitative, così come previsto nel contratto di locazione, sono state utilizzate dall’imprenditore per fini propri”.

Evasione fiscale da 11 milioni – Una imponente evasione fiscale, per oltre 11 milioni di euro, è emersa nell’ambito dell’inchiesta. L’evasione fiscale, fanno sapere le Fiamme gialle, sarebbe stata attuata dall’imprenditore arrestato e dai suoi collaboratori, “attraverso un gruppo di società residenti, controllate da imprese estere con sede in Lussemburgo”.

Catapano Giuseppe scrive: Normativa sui cookie: chiarimenti del Garante Privacy e prime multe

Il 2 giugno è scaduto il termine entro il quale i siti internet avrebbero dovuto adeguarsi alla normativa in materia di cookie, con particolare riferimento all’informativa per gli utenti . Il Garante della privacy, considerata la delicatezza della materia, è intervenuto con una recente nota per fornire alcuni chiarimenti sugli obblighi dei siti e sulla necessità di tutelare la privacy degli utenti, il cui consenso preventivo è essenziale ai fini dell’uso lecito dei cosiddetti cookie di profilazione (cioè quelli che tracciano le scelte di navigazione dell’utente). Innanzitutto viene specificato che la normativa in materia di cookie si applica a tutti i siti che, a prescindere dalla presenza di una sede nel territorio dello Stato, installano cookie sui terminali degli utenti, utilizzando quindi per il trattamento strumenti situati sul territorio dello Stato. I siti che non consentono l’archiviazione delle informazioni nell’apparecchio dell’utente o l’accesso a informazioni già archiviate, e che quindi non utilizzano cookie, non sono soggetti agli obblighi previsti dalla normativa. Per l’uso di cookie esclusivamente tecnici (necessari cioè per far funzionare il sito) è richiesto il solo rilascio dell’informativa con le modalità ritenute più idonee (ad es. inserendo il riferimento nella privacy policy del sito) senza necessità di realizzare un apposito banner. I cookie analitici (cioè quelli necessari per monitorare l’uso del sito da parte degli utenti per finalità di ottimizzazione dello stesso) possono essere assimilati ai cookie tecnici se vengono realizzati e utilizzati direttamente dal sito senza l’intervento di soggetti terzi. Se però i cookie analitici sono realizzati e messi a disposizione da terze parti, è necessario che queste ultime utilizzino strumenti idonei a ridurre il potere identificativo dei cookie (per esempio, mediante il mascheramento di porzioni significative dell’indirizzo IP). L’impiego di tali cookie deve, inoltre, essere subordinato a vincoli contrattuali tra siti e terze parti, nei quali si faccia espressamente richiamo all’impegno della terza parte ad utilizzarli esclusivamente per la fornitura del servizio, a conservarli separatamente e a non “arricchirli” o a non “incrociarli” con altre informazioni di cui esse dispongano. Molti siti hanno evidenziato la difficoltà di apportare le modifiche necessarie in materia di cookie alle proprie piattaforme che già contengono al loro interno strumenti, spesso pre-configurati, per la gestione dei cookie. Consapevole di tali difficoltà, il Garante ha indicato ai siti il termine di un anno per adeguarsi compiutamente alla normativa. In caso di cookie di profilazione provenienti da domini “terze parti”, sono necessari due elementi: a) il banner che genera l’evento idoneo a rendere il consenso documentabile (a carico del sito principale) b) i link aggiornati ai siti gestiti dalle terze parti in cui l’utente potrà effettuare le proprie scelte in merito alle categorie e ai soggetti da cui ricevere cookie di profilazione. Il Garante chiarisce inoltre che se sul sito i banner pubblicitari o i collegamenti con i social network sono semplici link a siti terze parti che non installano cookie di profilazione, non c’è bisogno di informativa e consenso. Nell’informativa estesa il consenso all’uso di cookie di profilazione potrà essere richiesto per categorie (es. viaggi, sport). Il provvedimento del Garante prevede che la prosecuzione della navigazione mediante accesso ad altra area del sito o selezione di un elemento dello stesso (ad esempio, di un’immagine) comporta la prestazione del consenso all’uso dei cookie. Il Garante fa presente che a tal fine sono ammesse soluzioni per l’acquisizione del consenso basate su “scroll“, ovvero sulla prosecuzione della navigazione all’interno della medesima pagina web. È però necessario che tali soluzioni, particolarmente rilevanti nel caso di dispositivi mobili, siano chiaramente indicate nell’informativa e siano in grado di generare un evento, registrabile e documentabile presso il server del gestore del sito (prima parte), che possa essere qualificato come azione positiva dell’utente. Se un dominio gestisce più siti web, è sufficiente effettuare una sola notifica al Garante per l’utilizzo dei cookie.

Catapano Giuseppe informa: Come prendere il porto d’armi

La licenza di porto d’armi è un’autorizzazione amministrativa che permette di acquistare, di detenere e di trasportare, anche fuori dalla propria abitazione, delle armi da sparo o da taglio. Si tratta di un documento di riconoscimento che ha l’aspetto di un libretto, all’interno del quale vengono inserite tutte le informazioni relative al portatore: dati anagrafici, tipo di arma, utilizzo dell’arma, riferimenti medici, data di scadenza. I termini della licenza si differenziano a seconda del tipo di utilizzo delle armi. Gli organi che provvedono a concedere il porto d’armi sono la Questura per quanto riguarda le armi corte, come ad esempio pistole o altre armi che non superano i 65 cm di lunghezza, e la Prefettura per le armi lunghe, come ad esempio i fucili da caccia. Per ottenere il porto d’armi è necessario essere maggiorenni e presentare dei requisiti, sia fisici che psicologici, indicati tassativamente dal Ministero della Sanità, differenti a seconda che questo venga richiesto per un uso sportivo, di caccia o per difesa personale. In particolare, per la difesa personale è necessario indicare le motivazioni, dettagliatamente spiegate, che spingono alla richiesta di questa autorizzazione. La presentazione della domanda, presso la Questura o la Prefettura, in dipendenza della tipologia di arma, può essere effettuata personalmente, per lettera raccomandata con ricevuta di ritorno o in via telematica con posta certificata, deve essere corredata di: – certificato medico, attestante le condizioni di salute psicofisica del richiedente; – una fotocopia di un documento di identità valido; – due fotografie in formato fototessera; – marca da bollo del valore di 16 €; – ricevute del versamento delle tasse governative di concessione, effettuato in base all’uso (sportivo, caccia, difesa personale). A seconda dell’utilizzo, il porto d’armi avrà una durata differente: – 6 anni per l’attività venatoria (caccia) e per le discipline sportive quali il tiro a volo, – 1 anno per la difesa personale. La validità si estende a 2 anni per le guardie giurate che necessitano dell’arma per svolgere la propria attività lavorativa. In tutti e quattro i casi, al momento della presentazione della richiesta, è necessario produrre la certificazione che giustifica la domanda, ossia l’iscrizione presso il CONI, o a federazioni affiliate, per il porto d’armi ad uso sportivo, l’iscrizione presso associazioni venatorie per il porto d’armi ad uso caccia, l’indicazione delle motivazioni che giustifichino il bisogno di disporre di un’arma per il porto d’armi ad uso personale, infine, la documentazione lavorativa per il porto d’armi relativo alle guardie giurate. Non possono richiedere, e dunque ottenere, l’autorizzazione coloro i quali si sono dichiarati in passato obiettori di coscienza oppure coloro i quali hanno subito una condanna per determinate tipologie di reati che influiscono sull’affidabilità del soggetto richiedente, quali ad esempio i reati violenti o i reati attinenti al porto illegale di armi.

Catapano Giuseppe scrive: Prelievi dal conto superiori a mille euro

Il correntista è libero tanto di depositare quanto di prelevare qualsiasi cifra di denaro contante dal proprio conto corrente, sia esso bancario o postale. I limiti di tracciabilità, riferiti a somme in contanti superiori a 999,99 euro, si riferiscono solo a pagamenti tra soggetti differenti (anche se uno dei due è una pubblica amministrazione). Al contrario, prelievi e versamenti coinvolgono sempre lo stesso soggetto, il correntista, che rimane nella titolarità della propria somma, sia che la depositi in conto che la prelevi.

Il dipendente della banca potrà chiedere spiegazioni delle ragioni del prelievo (o anche circa la fonte della somma versata), quando si tratti di cifre consistenti. Ciò ai fini del rispetto degli obblighi – che gravano però sugli intermediari finanziari e non sul cittadino – relativi alla normativa sull’antiriciclaggio: obblighi che impongono di tracciare i movimenti di denaro e raccogliere le informazioni relative ad operazioni “sospette”. Tali informazioni andranno poi fornite alla sede centrale della banca che valuterà se darne informativa alle autorità.

In ogni caso, il prelievo, da parte del titolare del conto, di una somma superiore a 999,99 euro non può essere mai osteggiato dalla banca, che non può quindi rifiutarsi di consegnargliela.

Quel che poi il correntista farà della somma sposta il problema della tracciabilità dei pagamenti ad un momento successivo. Se, per esempio, l’interessato ha prelevato la somma in contanti per pagare, in un’unica soluzione, il bollo auto (perché, magari, aveva delle rate arretrate) o per acquistare un televisore o altre spese, in tal caso scatterà certamente l’illecito: tornerà, infatti, l’obbligo di usare strumenti di pagamento tracciabili e non il denaro contante. Si tratta di operazioni che coinvolgono due soggetti e non più il solo correntista.

Catapano Giuseppe informa: Diffamare con un post su Facebook è un reato aggravato

Diffamazione sul web: chi scrive un post sulla propria bacheca di Facebook lo ha consegnato “ai quattro venti”? In altre parole, il profilo privato, benché limitato ai contatti prescelti e non a tutti gli utenti di internet, si deve considerare un posto pubblico o no?
La differenza è di fondamentale importanza quando si ha a che fare con frasi o commenti che potrebbero ledere l’onore e la reputazione degli altri. Perché, a voler considerare il social network, se non un mezzo di stampa, quantomeno un mezzo di pubblicità, allora scatterebbe una aggravante speciale nel caso di reato di diffamazione: aggravante che, oltre a spostare la competenza del procedimento dal giudice di pace al Tribunale, comporta – come è ovvio che sia – una pena più grave (la reclusione da sei mesi a tre anni o la multa non inferiore a 516 euro).

Ebbene, per la Cassazione – espressasi sul punto proprio questa mattina – non ci sono dubbi: Facebook è una piazza e, come tutte le piazze, di privato c’è davvero poco. La diffusione di un messaggio sulla bacheca di Facebook ha potenzialmente la capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone. Pertanto, se l’offesa è arrecata con il social network, a prescindere se il profilo è “chiuso”, scatta l’aggravante.

Le potenzialità di Facebook, del resto, sono a tutti note: esso, a prescindere se usato per diffondere il proprio pensiero, un’attività commerciale o per consumare un reato, è in grado di coinvolgere e raggiungere una pluralità di persone, anche se non individuate nello specifico. Ed è proprio questa enorme diffusione dei contenuti, unita alla viralità che ne segue, che è suscettibile di procurare il maggior danno alla persona offesa che giustifica, quindi, la pena più severa.

Insomma, Facebook viene equiparato, dai giudici, a un pubblico comizio o all’utilizzo, al fine di inviare un messaggio, della posta elettronica secondo le modalità del farward e cioè verso una pluralità di destinatari (tali sono state le decisioni, in passato, che hanno ritenuto applicabile l’aggravante del “mezzo di pubblicità” oggi imputato al social network).
Sia un comizio che la posta elettronica, infatti, vanno considerati mezzi di pubblicità, giacché idonei a provocare una ampia e indiscriminata diffusione della notizia tra un numero indeterminato di persone. Dunque, anche la diffusione di un messaggio pubblicato sulla bacheca Fb ha la capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone e, perciò, si tratta di un reato più grave.

Ora, però, bisognerà coordinare la norma con la riforma entrata in vigore lo scorso mese, che “perdona” il colpevole quando il fatto è considerato lieve (o meglio “tenue“).

Giuseppe Catapano osserva: Italia terza per spesa fondi UE

Italia terza per spesa fondi Bruxelles. Lo sostiene Filippo Bubbico, viceministro dell’Interno.
“Nel corso del 2014 – spiega Bubbico – il ritmo di spesa della programmazione comunitaria 2007-2013 è aumentato, come dimostra l’avanzamento della spesa certificata al 31 dicembre 2014, con un incremento di circa 20 punti percentuali dall’inizio dell’anno, che ha consentito all’Italia di raggiungere il terzo migliore risultato dell’Unione europea”.
Bubbico quindi aggiunge che “alla scadenza del 31 dicembre 2014 il totale delle spese certificate alla Commissione europea in attuazione dei programmi cofinanziati dai Fondi strutturali ha raggiunto un importo pari a 33 miliardi di euro, corrispondente al 70,7 per cento del complesso delle risorse programmate (di cui 77,9 per cento nelle regioni dell’Obiettivo competitività e occupazione e 67,3 per cento nelle regioni della Convergenza).
Tale valore – sottolinea Bubbico – è superiore sia al target comunitario, per 1,9 miliardi di euro, sia al target nazionale fissato per monitorare l’avanzamento della spesa nel corso dell’anno (67,7 per cento). Circa un terzo dei 7,9 miliardi di euro certificati fra gennaio e dicembre 2014 era a rischio disimpegno. Per fronteggiare tale rischio, si è rafforzato l’affiancamento sul campo attraverso task force dedicate per le regioni con maggiori criticità (segnatamente Calabria, Campania e Sicilia) e da ultimo attraverso l’istituzione di una task force dedicata al rafforzamento dell’attuazione del programma operativo nazionale reti 2007-2013. Sono state, inoltre, deliberate ulteriori riduzioni del cofinanziamento nazionale in favore di azioni coerenti con quelle previste nell’ambito del Piano di azione e coesione”.
“Dei 52 programmi operativi degli Obiettivi convergenza e competitività, 49 hanno raggiunto e superato il target di spesa comunitario. Soltanto 2 programmi (il POIN attrattori culturali, naturali e turismo e il programma operativo FSE Bolzano) non hanno evitato il disimpegno automatico delle risorse, perdendo complessivamente 27,7 milioni di euro (pari allo 0,05 per cento del totale delle risorse programmate). Nell’area della Convergenza – dice ancora il rappresentante del Viminale – i programmi operativi FESR Campania e Sicilia hanno superato il target assegnato rispettivamente del 32,4 per cento e dell’11,7 per cento, con certificazioni di spesa pari a circa 2,5 miliardi di euro ciascuno; nell’area della Competitività, i programmi operativi Emilia Romagna, sia FESR sia FSE, e il programma operativo FSE Trento hanno superato il target rispettivamente del 15,7, del 13,7 e del 26,3 per cento. I risultati raggiunti in termini di spesa certificata sono confermati dalla verifica del raggiungimento dei target nazionali di certificazione, fissati a un livello progressivamente maggiore di quello comunitario. La misurazione del target nazionale conferma l’aumento del ritmo della spesa, ad esclusione, come già detto, del solo programma operativo regionale finanziato con il Fondo sociale europeo della provincia di Bolzano. Dei circa 46,7 miliardi disponibili per il ciclo di programmazione 2007-2013, rimangono da spendere, entro il 31 dicembre di quest’anno, 13,6 miliardi di euro (di cui 7,9 di risorse comunitarie, la parte residua di risorse nazionali di sponda)”.

Catapano Giuseppe informa: Immigrazione, il dibattito nelle Regioni

Riduzione dei trasferimenti regionali ai sindaci lombardi che dovessero accogliere nuovi migranti: è la promessa che il presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni, interpellato sui nuovi sbarchi, a margine di un evento alla Scala di Milano, ha fatto il 7 giugno. “È un fatto gravissimo – ha detto Maroni ai cronisti – io scrivo una lettera ai prefetti lombardi diffidandoli dal portare in Lombardia nuovi clandestini”. Poi l’8 giugno precisa meglio. “Farò quello che ho detto – ha spiegato Maroni – io non faccio proclami o annunci, faccio quello che ho detto”. Del tema, ha spiegato il Presidente lombardo, è stato incaricato di occuparsi l’assessore Massimo Garavaglia: “Stiamo facendo una serie di proposte. Si può fare? Certamente sì, si può fare e lo farò. Parlo dei fondi della Regione non di quelli del governo”. Alle obiezioni dei costituzionalisti sulla legittimità dell’iniziativa, Maroni si è limitato a rispondere: “Non si preoccupino”. E “se il problema è che l’Europa non prende parte alla ripartizione dei clandestini e degli immigrati, Renzi vada in Europa, picchi i pugni sul tavolo, prenda per il bavero i ministri dell’Interno dei vari paesi ottenga quello che non è riuscito a ottenere”, ha ribadito a margine dell’assemblea 2015 di Confcommercio.
L’approccio del Presidente della Lombardia è stato sostanzialmente condiviso dal presidente del veneto, Luca Zaia, secondo il quale ormai “siamo alla follia, con un governo inadeguato che sui documenti ufficiali ci invita a gestire ‘la fase acuta’ dell’immigrazione. Quando invece sappiamo tutti che non è acuta, è cronica”. Nell’intervista al “Corriere della Sera” Zaia afferma poi che per prima cosa occorre smettere “con l’illusione di poter sopportare e gestire un esodo biblico. In Veneto abbiamo 514mila immigrati regolari, pari a quasi l’undici per cento della popolazione. Di questi, 42 mila non hanno un lavoro. Insieme a Emilia Romagna e Lombardia siamo i più accoglienti. Basta”. E poi sottolinea: “il Veneto è una bomba che sta per scoppiare. Non si fidano del governatore, che è un bieco leghista? Ascoltino i prefetti convinti che non ci siano spazi per l’accoglienza, ascoltino i sindaci di sinistra che si sono dimessi per protesta. C’è una tensione sociale pazzesca. Lasciamo stare il dato economico, nella regione più turistica d’Italia che da quel settore tira fuori 17 miliardi di fatturato. Ma la gente sta capendo cosa c’è dietro alla mancanza di chiarezza del governo”.
Anche la Liguria, con il neoletto Presidente Giovanni Toti, appoggia la tesi del presidente lombardo: “l’intervento di Maroni è legittimo. La Liguria non accoglierà altri migranti come faranno Lombardia e Veneto”, ha detto Toti nel corso dell’intervista di Maria Latella su Sky. Per Toti “si tratta di un problema da risolvere a monte e invece viene scaricato a valle”.Pol il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti ha aggiunto che sta pensando ad “azioni disincentivanti per i Comuni liguri che non saranno coerenti con le linee regionali sull’immigrazione. Noi – precisa – siamo dell’idea che una regione come la nostra, in cui ci sono conflitti sociali molto forti e che è alle porte di una stagione estiva molto importante, non possa accogliere altri migranti. So che oggi (8 giugno) ne è arrivato un altro gruppo alla Fiera, ma noi ci dobbiamo ancora insediare e quindi non possiamo fare nulla, al momento. Anche avessimo pieni poteri, comunque, non potremmo impedire ai prefetti e ai Comuni di accogliere queste persone, se intendono farlo. In quel caso però faremo sentire la nostra voce”. Che concretamente significa, da una parte, “scrivere una lettere ufficiale al prefetto di Genova per dire che la situazione in città è troppo difficile per accogliere altri profughi”, dall’altra, mettere in atto interventi disincentivanti. Chi sposerà le linee guida della Regione in materia di immigrazione (e cioè dirà stop all’accoglienza), sottolinea Toti, “avra’ supporti e aiuti finanziari” altrimenti, continua il neo governatore, “si assumerà le proprie responsabilità”. E la città di Genova in questo frangente non viene citata certo a caso, visto che, proprio questa mattina, il presidente della Regione ha incontrato il sindaco Marco Doria. “Sui migranti- chiarisce Toti- abbiamo visioni diverse. Doria ha la legittimità di fare le sue politiche, ma io non le condivido”.
Di diverso avviso il presidente della Regione Piemonte e della Conferenza delle Regioni, SergioChiamparino, che – a margine della riunione della giunta piemontese del 9 giugno– è piuttosto categorico: “credo che il governo debba ignorare la posizione di Maroni e dare disposizione ai prefetti perché tutte le Regioni diano accoglienza ai migranti”. Già in precedenza il presidente Chiamparino aveva definito strumentali le cposizioni di Maroni ed aveva spiegato che “è sbagliato dare segnali di divisione tra le regioni proprio mentre Renzi fa battaglia in Europa perché il problema immigrazione sia affrontato in modo coordinato e unitario. La mossa di Maroni – ha ribadito Chiamparino – è strumentale per mettere insieme vecchi e nuovi presidenti di Regione di centrodestra. Maroni sa benissimo che la sua posizione è illegittima ed è attaccabile dal punto di vista politico”. Questo “perché – ha spiegato ancora Chiamparino – se il governo facesse come vuole fare lui, taglierebbe i fondi alla Regione Lombardia perché disattende ad un accordo tra le regioni e il governo dell’agosto 2014, quando decidemmo di farci carico tutti, in modo equilibrato, di chi arriva in Italia fuggendo da fame e guerra”. In generale secondo Chiamparino a regime “bisognerebbe puntare a organizzare centri di primissima accoglienza nei paesi da cui queste persone partono, poi corridoi umanitari che consentano loro di scappare da fame e guerra, sottraendo i loro viaggi al traffico illecito degli scafisti”. E ha concluso “mi colpisce che ci sia chi fa politica sulla pelle di migliaia di persone che scappano dalla fame e dalla paura”.
Una linea sposata dal Presidente dell’Emilia-Romagna: è chiaro che “le regioni non possono farsi carico dell’accoglienza di tutti gli immigrati che scappano dal proprio paese attraversando il Mediterraneo, per questo serve una discussione con il governo” chiede il presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, che però giudica “populista” la reazione del collega della Lombardia, Roberto Maroni, deciso a tagliare i fondi ai sindaci che non respingono gli stranieri. “Sono stupito. Il presidente della più grande regione  italiana. Uno che è stato ministro degli Interni. Sono colpito che su un problema così serio anzi drammatico si riduca tutto a un tweet estemporaneo. Come se temi di questa portata si potessero risolvere in maniera così populista”, ha detto Bonaccini in un’intervista al Resto del Carlino. ”Sono il primo a dire che non possiamo  accogliere tutti. E nemmeno possono essere solo alcune regioni, compresa la mia, a doversi prendere il carico principale – ha aggiunto -. Proprio per questo serve una discussione seria tra le Regioni e il Governo. Renzi ha fatto bene a porre direttamente la questione alla Ue. L’Italia non può farsi carico da sola del problema”. Ma “se ogni paese europeo rispondesse che tocca a qualcun altro, allora saremmo nella condizione di non avere alcun aiuto”. Quindi “evitiamo demagogia e populismo. Affrontiamo il problema, sosteniamo tutti insieme il Governo pretendendo che i carichi vengano distribuiti in Europa. In contemporanea, aiutiamo quei disperati a trovare un futuro anche nel loro Paese”.
Il presidente della Regione Toscana ,Enrico Rossi, ha detto che è necessario “riconoscere alle Regioni, in modo chiaro e formale, un ruolo nella gestione dell’accoglienza dei migranti, a supporto di enti locali e prefetture, ma soprattutto in una logica di condivisione nazionale del problema”. “L’ultimo colpo che si può assestare alle Regioni è quello di pensarle come staterelli che possono fare come credono, ognuno per suo conto – sottolinea Rossi, richiamando proprio le affermazioni del presidente della Regione Lombardia – In questo modo si possono dividere solo le coscienze, senza risolvere i problemi, anzi, se possibile riuscendo persino ad aggravarli. Ed è questo che si ottiene alzano le barricate, magare per raccogliere qualche voto. A tutto questo bisogna rispondere con i valori dell’unità nazionale e di una reale solidarietà nei confronti di chi arriva ma anche d chi deve ricevere”. “Per questo, in un quadro di condivisione nazionale, la Toscana è disposta a fare la sua parte – aggiunge il presidente – per questo, anzi, chiediamo che il governo chiarisca il ruolo che i governi regionali possono svolgere, per sostenere e coordinare l’azione degli enti locali e delle prefetture. Quanto al modello toscano, ha funzionato e sta funzionando, a fronte dei poco più di 3 mila migranti che stiamo accogliendo, perché questi, non altri, sono i numeri che ci si trova di fronte. E se ci si chiede fino a che punto, e per quali cifre, potrà ancora funzionare: la risposta è semplice: i margini sono ancora ampi e prima di scegliere altre strade, da individuare certamente a livello nazionale, dovremo essere in grado di sfruttarne tutte le potenzialità”. E proprio il ruolo delle Regioni nella gestione dell’accoglienza è al centro anche di una lettera che il presidente della Regione invierà in giornata al ministro dell’interno.
Le posizioni di Maroni e di alcuni amministratori del nord Italia sono “irresponsabili e inaccettabili”. Lo ha dichiarato il presidente della regione Calabria Mario Oliverio in una intervista al Tg3. “Un paese civile -ha aggiunto- non può non avere rispetto per i tanti diseredati, bambini e disperati che arrivano sulle nostre coste”. Il Presidente ha richiamato l’esigenza di una politica europea adeguata. “L’Europa deve fare un passo in avanti, ancora non ci siamo. Occorre intervenire per bloccare le partenze all’origine”. L’idea di Oliverio è una politica europea “che spalmi l’accoglienza su tutto il continente”. Tornando alle esternazioni di Maroni, il presidente della regione Calabria ha attaccato: “Con il populismo e la demagogia non solo non si risolvono problemi ma si rende anche un pessimo servizio ai cittadini che si rappresentano”. Infine, Oliverio ha auspicato che gli amministratori locali siano sempre messi in condizione di fare accoglienza.
Il presidente della Valle d’Aosta, Augusto Rollandin, ricorda di aver “appena fatto un bando per le società di gestione per l’accoglienza di immigrati”. Riguardo alle dichiarazioni di Maroni, Rollandin non ha voluto fare commenti: “sono posizioni sue”, si limita a dire. “Noi abbiamo appena fatto un bando per far sì che le società interessate all’accoglienza di immigrati lo facciano”, sottolinea Rollandin facendo riferimento a un’ospitalità dai “50 ai 72 posti”.
Anche il presidente della Regione Basilicata, Marcello Pittella, è nettamente in disaccordo con le posizioni delle tre regioni del nord. “Mi pare troppo semplice, oltre che politicamente cinica, la posizione assunta in queste ore dai presidenti di Lombardia, Veneto e Liguria che dicono ‘no’ all’accoglienza dei migranti che fuggono dai paesi in guerra del Nord Africa”. “Annunciare ritorsioni contro i Comuni che accolgono migranti, come ha fatto il Presidente della Lombardia – ha aggiunto Pittella, attraverso il suo portavoce – non solo è illegittimo, ma è moralmente riprovevole. Tanto più se questi annunci rispondono, come è palesemente evidente, ad un richiamo politico del segretario nazionale della Lega Nord, a sua volta ossessionato da un rigurgito razzista senza precedenti nella storia recente dell’Italia repubblicana. Reputo poi gravissimo che queste dichiarazioni siano state rilasciate nelle stesse ore in cui il presidente del Consiglio dei Ministri, Matteo Renzi, sta portando avanti in sede europea una battaglia non semplice, e tutta ancora da vincere, per evitare che l’Italia sia lasciata sola ad affrontare l’emergenza migranti”. Nel dirsi “certo che nessun presidente di Regione del Mezzogiorno avrebbe utilizzato i toni cui ha fatto ricorso Maroni”, Pittella ha detto che “vi sono momenti nei quali l’interesse nazionale dovrebbe prevalere su tutto. E credo che, come correttamente evidenziato dal presidente Chiamparino, la Conferenza delle Regioni saprà dare in questa direzione un segnale politicamente forte ed ineludibile, di cui tutti i presidenti dovranno tener conto”.
“I numeri parlano chiaro, e la Lombardia ha oggi il 40 per cento di richiedenti asilo in meno rispetto alla quota che Maroni ha concordato in sede di Conferenza delle Regioni”. La replica alle dichiarazioni rilasciate dal presidente della Lombardia Roberto Maroni arriva dalla presidente del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani. “La Regione Lombardia da lui presieduta – ricorda Serracchiani – ha firmato nel luglio del 2014 l’accordo in Conferenza delle Regioni sui criteri di distribuzione dei richiedenti asilo sul territorio nazionale. Quell’accordo prevede che la distribuzione non avvenga sulla base del numero degli abitanti (la Lombardia ha il 16,5 per cento degli abitanti della Repubblica, 10 milioni su 60,7) ma sulla base di parametri corretti proprio su richiesta della Lombardia, che hanno permesso di abbassare la sua quota al 14,15 per cento del totale”. “Maroni dice oggi – osserva la presidente del Friuli Venezia Giulia – che ne hanno quasi il 9 per cento. Bene, hanno cioè quasi il 40 per cento in meno rispetto a quelli che hanno concordato di accogliere (14,15 meno il 40 per cento fa appunto 8,49). Sui numeri, insomma, mi pare che lui sia d’accordo con me”. “Da Ministro dell’Interno – osserva infine Serracchiani – Maroni ha evitato a lungo di accodarsi alla propaganda salviniana sui richiedenti asilo, ma ora si sente all’angolo nel suo partito, insidiato dalla crescente leadership di Salvini. Di qui la sua uscita, con cui dimostra semplicemente che da tempo non si occupa del problema”.
Secondo l’assessore al bilancio della Lombardia e coordinatore della commissione affari finanziari della Conferenza delle Regioni, Massimo Garavaglia, siamo di fronte ad “una polemica surreale, perché l’intesa del 2014 sull’allocazione dei migranti non vale più. Quell’accordo prevedeva una revisione nel 2015 basata sulle risorse stanziate nella legge di stabilità e sulla quantità dei nuovi arrivi, tant’é che su questo punto specifico io e il presidente Anci Piero Fassino abbiamo sollecitato il governo, in sede di Conferenza Stato-Regioni, e nulla ci è stato detto”
Il presidente della Regione Abruzzo, Luciano D’Alfonso, a proposito della questione immigrazione, a margine di una conferenza stampa a Pescara, e riferendosi sempre alle polemiche di questi giorni, ha affermato “Siamo una Regione che fa parte dell’Italia ordinamento, dell’Italia Paese, dell’Italia società. Noi faremo la nostra parte, naturalmente vogliamo che anche l’Europa cominci a far percepire la sua esistenza, la sua forza e anche la sua funzione”.
“La Lega di Maroni e Salvini continua a scaricare su altri i problemi legati all’immigrazione. La ventilata minaccia del governatore della Lombardia di ridurre i trasferimenti ai comuni che accolgono i migranti è totalmente anti-costituzionale e quindi inefficace”. A sostenerlo è il Presidente della Sicilia, Rosario Crocetta. “Maroni sa benissimo che i migranti non possono essere rigettati in mare e sa benissimo che le coste interessate agli approdi sono quelle della Sicilia e delle regioni del Sud che non possono rifiutarsi di accoglierli – aggiunge – In ogni caso, dietro il pensiero di Maroni e della Lega c’è ancora una volta l’idea di penalizzare il Mezzogiorno che dovrebbe gestire l’accoglienza con i propri centri che sono pieni. Altro che visione nazionale, la Lega continua a dimostrare di poggiarsi su logiche antimeridionaliste”. Per Crocetta “il problema dell’immigrazione va risolto a monte con quote di profughi programmate”. “Tutte le regioni d’Italia e tutti i Paesi dell’Ue hanno il dovere di condividere l’accoglienza dividendosi le quote – conclude Crocetta – Questa è l’unica linea possibile, il resto è antimeridionalismo e xenofobia”.

Giuseppe Catapano informa: Per la dichiarazione TASI si usa il modello IMU

Con la Circolare 2/DF del 3.6.2015 il Ministero, in vista della scadenza della dichiarazione TASI, prevista per il 30 giugno, sposa una soluzione pro-contribuente, su una questione su cui si era acceso un forte dibattito tra comuni e ministero. Il Ministero precisa che ai fini TASI si dovrà utilizzare lo stesso modello previsto per la comunicazione delle variazioni ai fini IMU. Secondo il ministero, infatti, non sussiste la necessità di approvare un nuovo modello dichiarativo, in quanto le informazioni necessarie al comune per il controllo e l’accertamento dell’obbligazione tributaria, sia per l’IMU sia per la TASI, sono pressoché identiche. Il ministero chiarisce inoltre che, nel caso di immobile concesso in locazione, l’obbligazione dichiarativa ricade sia sul titolare sia sull’occupante, tuttavia i casi in cui concretamente sussiste l’obbligo di dichiarazione sono assai ridotti. Il ministero infatti chiarisce che la dichiarazione non è dovuta: per i contratti registrati a partire dal 1° luglio 2010 (in quanto da tale data era necessario indicare nel mod. 69 i dati catastali dell’immobile oggetto di locazione); in tutti i casi in cui i dati catastali sono stati già comunicati al momento della cessione, risoluzione o proroga del contratto. In tutti questi casi, infatti, l’ente locale può verificare il conduttore di ogni immobile collegandosi alla banca dati dell’Agenzia delle entrate. Nei casi in cui, invece, permane l’obbligo dichiarativo, il soggetto diverso dal titolare del diritto reale (come l’inquilino) potrà utilizzare la parte del modello dichiarativo dedicata alle “annotazioni”, indicando il titolo in base al quale viene occupato l’immobile (es. locatario).