Le “difficoltà” della Grecia a definire le riforme necessarie, assieme all’incertezza “sull’esito delle prolungate trattative con le istituzioni europee e con il Fondo monetario internazionale, alimentano tensioni gravi, potenzialmente destabilizzanti”.
Lo ha affermato il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nelle considerazioni finali all’assemblea annuale, aggiungendo che, ad ogni modo, “il riacutizzarsi della crisi greca ha avuto ripecussioni finora limitate sui premi per il rischio sovrano nel resto dell’area, riflettendo le riforme avviate in molti Paesi, i progressi conseguiti nella governance europea e negli strumenti a disposizione delle autorità per evitare fenomeni di contagio”.
Nella sua relazione il governatore ha sottolineato che l’Italia torna a crescere ma c’è il rischio di una ripresa frenata che non crea occupazione. Un timore, questo, particolarmente accentuato nel Mezzogiorno. Occorre perciò rimuovere le debolezze della nostra struttura economica e produttiva accelerando le riforme: solo così l’uscita dalla crisi potrà riflettersi in un aumento dei posti di lavoro, assicurando nuova linfa alla domanda interna, in grado, a sua volta, di consolidare lo sviluppo.
Visco, fotografa nelle sue “Considerazioni finali”, un Paese che esce finalmente dalla crisi più lunga del dopoguerra ma deve creare le condizioni per sfruttare al meglio la migliorata congiuntura internazionale e “consolidare la ripresa”. L’azione del governo viene promossa e incoraggiata insieme: bene Jobs act, bonus 80 euro e gestione dei conti pubblici, ma guai a fermarsi in mezzo al guado.
In Italia, dice Visco, “esiste il rischio, particolarmente accentuato nel Mezzogiorno, che la ripresa non sia in grado di generare occupazione nella stessa misura in cui è accaduto in passato all’uscita da fasi congiunturali sfavorevoli”.
“L’aumento del pil nel primo trimestre – riconosce il governatore nel testo letto davanti alla platea dell’assemblea di Bankitalia – interrompe una lunga fase ciclica sfavorevole; proseguirebbe nel trimestre in corso e in quelli successivi”. Ma poi avverte subito: “Per non deludere le aspettative di cambiamento occorre allargare lo spettro dell’azione di riforma avviata e accelerarne l’attuazione”. I benefici in alcuni casi non sono immediati ma questo, spiega Visco, “è un motivo in più per agire, perseguendo un disegno organico e coerente”. E’ il caso del Jobs act, una cui valutazione degli effetti procurati è ancora “prematura”. E tuttavia “la forte espansione delle assunzioni a tempo indeterminato nei primi mesi del 2015, favorita anche dai consistenti sgravi fiscali in vigore da gennaio, è un segnale positivo, suggerisce che con il consolidarsi della ripresa l’occupazione potrà crescere e orientarsi verso forme più stabili”.
Ma non è solo l’eventuale stallo nelle riforme a preoccupare il numero uno di Bankitalia: “Il ritorno a una crescita stabile, tale da offrire nuove prospettive di lavoro, richiede che prosegua lo sforzo di innovazione necessario per adeguarsi alle nuove tecnologie e alla competizione a livello globale”. E, in questo senso, in Italia “esiste il rischio, particolarmente accentuato nel Mezzogiorno, che la ripresa non sia in grado di generare occupazione nella stessa misura in cui e’ accaduto in passato all’uscita da fasi congiunturali sfavorevoli”. Questo perché la crisi appena superata “si è innestata su una grande trasformazione dettata dal progresso tecnologico e dalla crescita dell’integrazione tra le economie, con grandi paesi emergenti tra i protagonisti”.
In questo scenario, secondo il governatore di Bankitalia, “la domanda di lavoro da parte delle imprese più innovative potrebbe non bastare a riassorbire la disoccupazione nel breve periodo. Ne risenterebbe la stessa sostenibilità della ripresa, che non troverebbe sufficiente alimento nella spesa interna”.
Il consolidamento della ripresa passa anche necessariamente attraverso la capacità delle imprese italiane di competere a livello internazionale. E qui Visco sottolinea con preoccupazione un dualismo nel nostro sistema produttivo: “I risultati delle imprese più efficienti, che hanno aumentato le vendite sui mercati esteri, investito e realizzato innovazioni, contrastano con quelli di una parte considerevole del sistema produttivo, caratterizzata da una scarsa propensione a innovare e da strutture organizzative e gestionali più tradizionali”.
Visco rileva che “l’attività innovativa è in Italia meno intensa che negli altri principali paesi avanzati, soprattutto nel settore privato”. Da noi, spiega, “le imprese non solo nascono mediamente più piccole, ma faticano anche a espandersi”. Con rilessi negativi sui posti di lavoro: “In termini di occupati, anche quando hanno successo crescono a ritmi più bassi e per un periodo più limitato”.
Non devono esserci perciò più indugi nel rimuovere gli ostacoli all’attività delle imprese e alla loro crescita, che vanno dalla complessità del quadro normativo alla scarsa efficienza delle amministrazioni pubbliche, ai ritardi della giustizia, alle carenze del sistema dell’istruzione e della formazione. Una situazione per giunta “aggravata dai fenomeni di corruzione e in più aree dall’operare della criminalità organizzata”.
Il consiglio di Visco alle imprese è “una maggiore attenzione per l’ammodernamento urbanistico, per la salvaguardia del territorio e del paesaggio, per la valorizzazione del patrimonio culturale”. Più investimenti pubblici e privati in questi settori potranno “produrre benefici importanti, coniugando innovazione e occupazione anche al di fuori dei comparti piu’ direttamente coinvolti, quali edilizia e turismo”.
Ultima indicazione sulla scuola. Visco non dà valutazioni sul contestato ddl all’esame del Parlamento, ma avverte: “Per migliorare i programmi di investimento, accrescerne la qualità e indirizzare le risorse dove sono più necessarie non si può prescindere da una valutazione sistematica e approfondita dei servizi offerti e delle conoscenze acquisite”.
Sofferenze a 200 mld a fine 2014. “Alla fine del 2014 la consistenza delle sofferenze è arrivata a sfiorare i 200 mld, il 10% del complesso dei crediti; gli altri prestiti deteriorati ammontavano a 150 mld, il 7,7% degli impieghi”. Lo ha detto il governatore di Bankitalia, aggiungendo che “prima della crisi, nel 2008, l’incidenza delle partite deteriorate era, nel complesso, del 6%”.
Il 90% del bonus da 80 euro già speso dalle famiglie. L’indagine sui bilanci delle famiglie condotta dalla Banca d’Italia indica che il 90% circa del bonus fiscale sarebbe stato speso e che, nei primi mesi del 2015, la quota delle famiglie che segnala di arrivare con difficoltà alla fine del mese si sarebbe lievemente ridotta rispetto a un anno prima.
Giorno: 3 giugno 2015
Giuseppe Catapano informa: Presentata a Napoli la campagna Moige e Fit ‘Sos Tabacco Minori’ contro consumo illecito
Nel 2014 si è registrato “un preoccupante incremento” del consumo di prodotti illeciti del tabacco e Napoli è “la città più colpita dal fenomeno”. Sono tra i dati resi noti oggi durante la presentazione della seconda edizione della campagna “Sos tabacco minori” lanciata dal Moige con la Federazione italiana tabaccai (Fit) per la quale è stato creato il sito ‘sostabaccominori’ e un video da condividere sui social network.
La campagna è stata presentata, non a caso, proprio a Napoli, nella Sala Giunta del palazzo comunale dove si è anche fatto il punto sulla lotta al commercio illecito di prodotti del tabacco. Se nel 2013 si è registrato un importante calo dei consumi ottenuto anche grazie al grande impegno delle forze dell’ordine, il 2014 ha fatto registrare un preoccupante incremento del fenomeno dovuto alla facilità di accesso e ai bassi prezzi del mercato nero. Nel 2014 la Guardia di Finanza ha sequestrato oltre 200 tonnellate di sigarette di contrabbando di cui una buona parte in Campania con la denuncia di 6.744 persone.
Di queste sigarette sequestrate circa la metà sono rappresentate dalle cosiddette “cheap white”, sigarette prodotte in paesi come Cina, Russia, Emirati Arabi Uniti ed Ucraina irregolarmente introdotte nel territorio dell’Unione Europea nonostante non siano conformi ai suoi standard di produzione e commercializzazione: è di conseguenza facilmente intuibile il potenziale maggiore rischio associato al consumo delle stesse.
L’Italia, per sua naturale collocazione geografica, si pone come “nodo di scambio” delle tratte del contrabbando, caratterizzandosi non solamente come mercato di consumo. Lo testimoniano gli ingenti quantitativi bloccati nei porti di Ancona, Gioia Tauro, Bari, Genova, Napoli, Trieste e Brindisi che portano l’Italia tra i primi paesi in Europa per quantità di prodotti sequestrati. Napoli è la città più colpita dal fenomeno: da una ricerca realizzata dall’agenzia Msi Intelligence nel 2014, basata sull’analisi di pacchetti vuoti raccolti per le strade, emerge che i pacchetti “non domestici” sono 1 su 3 e in prossimità di scuole il dato raggiunge livelli allarmanti superando in alcuni casi il 50%.
“In Campania il traffico dell’illecito dei tabacchi lavorati esteri si è evoluto negli ultimi anni”, spiega il tenente colonnello Giuseppe Furciniti, comandante del Gico di Napoli. “In particolare – sottolinea – non si trovano più le vecchie sigarette contraffatte con il marchio classico della multinazionale, ma il mercato si è completamente saturato con una nuova tipologia di prodotti chiamati cheap white, realizzati in maniera illegale nei paesi soprattutto dell’Est Europa e in Medio Oriente, che non possono essere venduti in Europa perché mancano dei requisiti di sicurezza e qualità”.
Secondo Maria Rita Munizzi, presidente nazionale del Moige, “la lotta al fenomeno dell’illecito passa attraverso la maggiore consapevolezza da parte di tutti, rivenditori, genitori e figli, della pericolosità e della diffusione del contrabbando. L’accesso da parte dei minori ai tabacchi lavorati può essere contrastato con efficacia solo all’interno dei circuiti di vendita legali, dove gli esercenti possono e devono garantire il divieto d’accesso al tabacco per i minorenni”. Proprio per questo, spiega il presidente della Fit Francesco Marigliano, i tabaccai “rappresentano una sicurezza per il consumatore perché i prodotti venduti in tabaccheria rispondono agli standard di produzione previsti dall’Europa. Purtroppo – aggiunge – il fenomeno del tabacco illecito a Napoli e provincia è più evidente perché c’è la vendita per strada e i dati che affrontiamo sono allarmanti. Ben vengano quindi iniziative del genere che portano a sensibilizzare le istituzioni sulla questione”.
Invito accolto apertamente dall’assessore alle Attività produttive del Comune di Napoli Enrico Panini, che annuncia al riguardo “un’iniziativa nei prossimi mesi sugli stili di vita”. “Siamo tutti autonomi – sottolinea Panini – ma abbiamo la responsabilità di non far cadere sugli altri le nostre scelte. Le cifre sono preoccupanti e bisogna intervenire, scenderemo quindi in campo con gli strumenti di cui dispone un Comune che non vuole stare a guardare perché la salute dei cittadini per noi è il bene più prezioso”.
Giuseppe Catapano scrive: Processi ancora pieni di carta
Processo civile telematico. Ma ancora pieno di carte. Dalle continue interruzioni dei servizi, ai quasi 40 tribunali che trasmettono ancora gli atti in forma cartacea, alla richiesta della maggior parte dei giudici della copia di cortesia, il pct, a quasi un anno dalla sua entrata in vigore nei tribunali d’Italia, sta creando più complicazioni che altro. È la fotografia scattata ancora una volta dall’Associazione nazionale degli avvocati italiani sull’attuazione della giustizia digitale in Italia (si veda ItaliaOggi dell’8 aprile scorso), con tanto di casi specifici. A partire dal tribunale di Velletri, che ha dichiarato inammissibili gli atti introduttivi inviati in via telematica senza il decreto Dgsia. Altri tribunali, continua l’Anai, hanno avuto il decreto autorizzativo, ma non ne hanno dato puntuale informazione. Ancora, il tribunale di Monza ha stabilito che il giudice potrà sempre richiedere agli avvocati copia cartacea di cortesia e di documenti già depositati telematicamente. Al contrario, il tribunale di Salerno ha invitato i difensori a depositare copia telematica di cortesia in formato pdf nativo, del ricorso e della comparsa di costituzione. «Gli avvocati», afferma l’Anai, «si devono quindi far carico di un duplice processo, telematico e cartaceo, anche in uffici giudiziari lontani dal proprio studio, mentre i giudici lamentano motivazioni per rifiutare il processo telematico». Anai richiama anche un sondaggio effettuato dal Csm, dal quale emerge che su 116 uffici di primo grado, per più di 50 la trasmissione del fascicolo telematico per il processo di appello non viene in alcun modo garantita.
Catapano giuseppe informa: Pignoramento con modalità telematiche
Esecuzioni forzate. Buone notizie per i creditori insoddisfatti. Aumenta il numero di tribunali che consentono di consultare immediatamente, per via telematica, le banche dati della pubblica amministrazione (come l’anagrafe tributaria, l’anagrafe dei conti correnti, PRA, ecc.) al fine di individuare i beni del debitore da sottoporre a pignoramento. E ciò anche se la norma che ha previsto tale novità – inserita nell’ultima riforma del processo civile – richiede l’approvazione di specifici decreti attuativi che tuttavia ancora non esistono.
Oltre al Tribunale di Mantova e Novara, c’è anche Napoli e Taranto. In verità, se a Napoli l’orientamento era già stato battezzato alcuni mesi fa, ora viene ribadito con un ulteriore provvedimento, a conferma dell’unità di interpretazione del foro partenopeo. Anche a Taranto, il presidente del Tribunale ha autorizzato direttamente l’ufficiale giudiziario, su richiesta del creditore, ad accedere mediante collegamento telematico diretto ai dati contenuti nelle banche dati delle pubbliche amministrazioni o alle quali le stesse possono accedere e, in particolare, nell’anagrafe tributaria, compreso l’archivio dei rapporti finanziari, nel pubblico registro automobilistico (PRA) e in quelle degli enti previdenziali (Inps, su tutti), per l’acquisizione di tutte le informazioni rilevanti per l’individuazione di cose e crediti da sottoporre ad esecuzione, comprese quelle relative ai rapporti intrattenuti dal debitore con istituti di credito e datori di lavoro o committenti. Detto in parole povere, nonostante sul punto si registri un contrasto giurisprudenziale (non tutti i tribunali sono sulla stessa linea di pensiero), stando a questo orientamento il creditore avrà gioco facile nella ricerca dei beni del debitore da pignorare (sempre che ve ne siano). Senza, infatti, bisogno di attendere i provvedimenti di attuazione del Governo – che chissà quanto tempo ancora richiedono – da subito il creditore potrà ricercare i beni del debitore tramite il computer dell’ufficiale giudiziario. Chi ha perso una causa ed è stato condannato con una sentenza, ha emesso assegni a vuoto, non ha pagato un decreto ingiuntivo ricevuto, ecc. non potrà più nascondere né l’automobile, né eventuali pensioni, né soprattutto conti in banca. Il pignoramento di quest’ultimo è, di norma, il più “convincente”: a nessuno piace vedersi bloccati i risparmi provenienti dallo stipendio o dalla pensione. Senonché se fino a ieri il creditore doveva utilizzare difficoltosi mezzi di intelligence per scoprire la banca di appoggio del debitore, oggi questo dato si potrà ottenere in un batter d’occhi attraverso la consultazione di quella banca dati che tutti gli istituti di credito hanno l’obbligo di alimentare con le informazioni in loro possesso, inerenti la tenuta e la consistenza dei conti correnti degli italiani. Insomma, non si scappa!
Catapano Giuseppe scrive: Equitalia: il pignoramento blocca il conto corrente
Equitalia e la banca hanno agito correttamente, per come prevede la legge. Difatti la procedura speciale di pignoramento presso terzi, prevista appositamente per la riscossione esattoriale, prevede che l’Agente per la riscossione invii al terzo (la banca) l’atto di pignoramento senza bisogno dell’udienza davanti al giudice. Con tale atto di pignoramento, Equitalia ordina all’istituto di credito di pagare direttamente all’Esattore – entro il termine di 60 giorni dalla notifica dell’atto, le somme per le quali il diritto alla percezione da parte del debitore sia maturato anteriormente alla data di notifica dell’atto; – alle rispettive scadenze le restanti somme. Il tutto fino a concorrenza del credito per il quale Equitalia procede, degli interessi di mora e dei compensi di riscossione maturati sino al giorno del pagamento e riportati nell’atto stesso. Ovviamente se è vero che il terzo pignorato (la banca) non può disporre di queste somme in modo difforme (pertanto non può pagare assegni del cliente che, nelle more, dovessero venire in pagamento e che, pertanto andrebbero protestati) è anche vero che nulla vieta al debitore di mutare conto corrente di appoggio per i successivi accrediti. L’obbligo della banca di versare man mano le somme ad Equitalia non si estende all’ultimo stipendio accreditato sul conto, il quale deve restare nella disponibilità del debitore. Il fatto che le somme percepite a titolo di stipendio siano confluite in un conto corrente ostacola in realtà, secondo l’orientamento giurisprudenziale maggioritario, l’applicazione del limite di pignorabilità del quinto dello stipendio. In pratica, se è vero che la busta paga, pignorata in azienda, può essere trattenuta fino a massimo il 20% (appunto pari a 1/5), nel caso in cui le somme confluiscano in banca il pignoramento si può estendere al 100% degli importi. Ciò in quanto verrebbe meno il rapporto diretto tra gli emolumenti e la loro fonte e si creerebbe di fatto confusione tra essi e le somme a diverso titolo depositate sul conto corrente. Tuttavia, se nel conto del contribuente confluiscono solo le mensilità stipendiali e sia possibile dimostrare ciò al giudice (per esempio da un estratto conto), secondo un orientamento minoritario – ma che sta prendendo via via piede – sarebbe legittima l’opposizione deducendo che il pignoramento, in quanto avente ad oggetto la sola retribuzione lavorativa, deve rispettare il limite del quinto e non può estendersi a tutta la provvista depositata in banca. Quest’ultima tesi è sostenuta da un orientamento affermatosi recentemente con riguardo al pignoramento delle pensione ma estendibile anche ai crediti da lavoro. Si tratta della sentenza del Tribunale di Savona (2014) e del Tribunale di Sulmona (2013) che escludono il pignoramento integrale del conto corrente a due condizioni: – la natura del credito deve essere immediatamente riconoscibile per natura ed importo: in pratica, deve essere palese ed evidente che sul conto vengano accreditati solo i ratei dello stipendio. Bisogna quindi consentire al giudice di identificare esattamente la provenienza delle somme depositate; – sullo stesso conto non devono essere fatti ulteriori accrediti diversi da quelli dei ratei dello stipendio. Insomma, il debitore oggetto dell’esecuzione forzata deve essere in grado di dimostrare che sul conto vi sia solo e soltanto lo stipendio e null’altro.
Giuseppe Catapano: Accertamenti Agenzia Entrate e cartelle Equitalia, nullità confermata
Sono nulle e non vanno pagate le pretese di pagamento dell’Agenzia delle Entrate per gli accertamenti fiscali firmati dai 767 dirigenti decaduti con la sentenza della Corte Costituzionale di marzo scorso. A confermare il primo orientamento favorevole al contribuente dato dalla CTP di Milano è ora la CTR Lombardia: il primo caso di giudizio di appello che si risolve in favore del cittadino. La sentenza è quasi fresca di giornata, perché appena diffusa, sebbene depositata l’altro ieri, ma le sue motivazioni hanno già scosso il fisco italiano che ora intravede seriamente il pericolo di dover rinunciare a riscuotere l’evasione fiscale degli ultimi anni. Questo perché, se in primo grado si erano avuti precedenti discordanti, la Ctr milanese è invece categorica: per gli atti firmati dai dirigenti incaricati decaduti a seguito della decisione della Consulta “non sembra esservi ombra di dubbio sulla caducità, anche alla luce della giurisprudenza di legittimità succedutasi negli anni”. Come noto, la Consulta, nello scorso mese di marzo, aveva dichiarato illegittima la nomina a dirigente di ben 767 funzionari, perché avvenuta senza pubblico concorso. Risultato: anche gli atti firmati da tale personale – secondo la Commissione lombarda di secondo grado – sono da considerare radicalmente nulli. E ciò anche in forza di un costante orientamento della Cassazione (da noi, spesso, richiamate in queste pagine per sostenere appunto la fondatezza di tale tesi) secondo cui va interpretata con estremo rigore quella norma di legge che prescrive: “L’accertamento è nullo se non reca la sottoscrizione (…)” del capo dell’ufficio o da altro impiegato della carriera direttiva da lui delegato. L’aspetto più interessante della pronuncia è che essa fa riferimento al concetto di nullità radicale dell’accertamento fiscale: si tratta, cioè, del vizio più grave (dopo l’inesistenza) di cui può essere affetto un atto. In buona sostanza, la nullità può essere rilevata in ogni stato e grado del processo, e finanche dal giudice stesso qualora il contribuente non lo faccia per dimenticanza o ignoranza. Come dire che è la stessa Corte, dinanzi alla quale sia stato impugnato un atto, a doverlo annullare d’ufficio se si accorge che fa parte di quelli firmati da chi non aveva i poteri, e questo a prescindere dall’eventuale contestazione del ricorrente. Non ci sono neanche termini massimi per far valere il vizio, perché la nullità può essere rilevata (oltre che dal giudice) anche dalla parte in secondo grado o anche prima che la causa venga decisa, nonostante l’eccezione non sia stata inserita nell’atto di ricorso. Secondo dunque la CTR Lombardia la nullità può essere rilevata d’ufficio dal giudice in quanto si verificherebbe un’ipotesi di nullità assoluta del provvedimento, essendo tale atto viziato da difetto assoluto di attribuzione rilevabile in ogni stato e grado del giudizio, anche d’ufficio. I giudici sconfessano anche la teoria del funzionario di fatto, cui si sta appellando l’Agenzia delle Entrate per salvare l’orticello, ma che, evidentemente, non ha applicazione nel caso di specie. Chi sono i dirigenti decaduti? L’elenco dei dirigenti senza poteri, interessati dalla sentenza della Corte Costituzionale, è stato messo a disposizione dalla stessa Agenzia delle Entrate per questioni di trasparenza. Si può consultare a questa pagina web: http://www.agenziaentrate.gov.it/wps/content/nsilib/nsi/agenzia/amministrazione+ trasparente/personale/dirigenti+cartella/curricula+e+dati+retributivi+dirigenti In pratica si può trattare di a) direttori provinciali “reggenti”; b) altri funzionari/dirigenti su delega di questi reggenti; c) dirigenti “reggenti” con incarico di capo ufficio/area delegati alla firma dal direttore provinciale. Nella prime due ipotesi infatti, il direttore provinciale “reggente”, non avendo potuto occupare quel ruolo non poteva né sottoscrivere l’atto né delegare terzi. Nella terza ipotesi, invece, il dirigente (capo ufficio/area) che ha sottoscritto l’atto, su delega del direttore provinciale, non poteva ricoprire tale incarico. Anche alle cartelle di Equitalia L’aspetto che interessa più i contribuenti forse è questo: la nullità si estende anche alle cartelle di Equitalia? Il punto è delicato e ancora non si riscontrano decisioni in merito. Tutto si gioca proprio sull’accennato concetto di “nullità assoluta”: essa non è mai sanabile e comporta l’annullamento non solo dell’atto viziato, ma anche di tutta quella serie di atti che sono stati emessi come conseguenza del primo. Un effetto domino, quindi, secondo un principio di diritto che ora potrebbe tornare utile al contribuente. Dunque, se l’accertamento è nullo e sulla scorta di esso, in caso di mancato pagamento, è stata emessa la cartella di Equitalia, anch’essa dovrebbe essere nulla. Come detto, però, bisognerà procedere ancora con prudenza, in attesa di comprendere come le Commissioni Tributarie si orienteranno sulla questione.
Giuseppe Catapano comunica: LE MOSSE DI BERLUSCONI SONO FUORI TEMPO MASSIMO MA, AHINOI, VIVO E VEGETO RESTA IL BERLUSCONISMO (CIOÈ LA SECONDA REPUBBLICA)
Non abbiamo mai avuto simpatia, né politica né umana, per Umberto Bossi, e consideriamo la sua Lega e il localismo becero che ci ha imposto per due decenni, chiamandolo impropriamente federalismo, uno dei frutti più avvelenati, dei tanti, della Seconda Repubblica. Figuriamoci poi la versione senile e un po’ patetica del vecchio Senatur. Tutto ciò non toglie, però, che questa volta si debba spendere una parola di compiacimento per i giudizi, tanto efficaci quanto taglienti, che Bossi in un’intervista ha espresso su Silvio Berlusconi e la fine di Forza Italia. Riassumibili, certo, come ha fatto Repubblica, nel sintetico “Silvio è un pirla”, ma che nella consueta volgarità di linguaggio danno il senso del passaggio verso il nulla a cui stiamo assistendo. Fateci caso: erano mesi che del Cavaliere (vabbè, ex, ma che importa) e del centro-destra non si parlava. E non era, come qualcuno avrà sicuramente pensato, una scelta snobistica. No, semplicemente è perché non ci si occupa di cose marginali, che poco, o più probabilmente nulla, incidono sullo scenario politico. Ci direte: ma perché, forse adesso ciò che succede (ma soprattutto, non succede) a destra è di colpo diventato interessante? No e sì. No perché la marginalità rimane tale anche alla vigilia di un turno elettorale che, pur riguardando solo il 40% degli elettori complessivi, ha assunto un rilievo nazionale di non poco conto. E marginale resterà anche a urne aperte, persino nel caso che dovesse conquistare la Liguria e conservare la Campania oltre che il Veneto. Sì, invece, perché la disgregazione di Forza Italia – cui farà da pendant la resa dei conti dentro il Pd – assumerà, a suo modo, un ruolo strategico nella fase politica nuova che, presumiamo, si aprirà subito dopo le regionali.
Il voto del 31 maggio, infatti, sarà un netto spartiacque, qualunque ne sia il risultato. E Berlusconi, che certo non è più quello di prima ma l’aria la sa ancora fiutare, lo conferma con quella sua penosa uscita “ormai sono fuori dalla politica ma resto per senso di responsabilità”. È evidente il suo mettere le mani avanti rispetto non solo ad un risultato elettorale che lo vedrà perdente quand’anche non fosse un tracollo, ma anche e soprattutto alla marginalità che ne seguirà e che è già iniziata con la fine della breve stagione “nazarena” e la stupida posizione assunta su Mattarella. Solo che dopo le regionali – sia nel caso che Berlusconi prosegua nello stare sull’Aventino, sia che tenti di ricucire la tela strappata del patto con Renzi – il declino sarà certificato con altre diaspore oltre a quella già consumata da Fitto. E non sarà certo l’evocata idea di dar vita all’edizione italica dell’americano partito repubblicano – progetto tanto caliginoso quanto temerario – a consentirgli di uscire dall’angolo. La ricostruzione del centro-destra, di un polo capace di competere con quello di sinistra – tanto più se moderata e ancor più se connotata da un mix di populismo e riformismo, com’è quella di Renzi – richiede volontà, forza, idee, risorse economiche e umane, che oggi Berlusconi non possiede né comunque avrebbe voglia di spendere. Tanto più nel momento in cui, come gli ha spiegato Bossi dandogli del pirla per averlo votato, con l’Italicum si cancellano le coalizioni e si mette il Paese nelle condizioni o di scegliere Renzi al primo turno (improbabile, ma lunedì 1 giugno ne sapremo di più) o di andare ad un ballottaggio Renzi-Grillo.
Per questo appare grottesco che qualcuno si chieda chi sarà l’erede di Silvio Berlusconi. Nessuno, ovviamente. Vuoi perché non è un’ipotesi che lui stesso contempli, vuoi perché i leader populistico-carismatici non hanno eredi (e certo il Cavaliere in politica è assomigliato più a Peron che a De Gaulle), vuoi perché, come abbiamo cercato di spiegare, le condizioni non lo consentono. Diverso, invece, è chiedersi se il berlusconismo è in grado di sopravvivere a Berlusconi e a Forza Italia. La nostra risposta al quesito è duplice. Se con quella definizione s’intende ciò che l’intellighenzia (ma anche no) di sinistra ha inteso in questi anni, criminalizzando l’uomo – senza capire che così paradossalmente finiva per assolvere il capo del governo – allora il berlusconismo non può che finire con Berlusconi. Ed essendo Berlusconi politicamente finito nel 2011, il suo “ismo” sono già quattro anni che è defunto. Se invece, come noi pensiamo, il berlusconismo identifica i connotati del ventennio chiamato, peraltro impropriamente, Seconda Repubblica, allora esso prescinde dal suo genitore ed è – purtroppo – vivo e vegeto. Senza che Renzi ce ne abbia liberati, anzi.
La politica intesa come schema rigido (maggioritario, bipolarismo), come espressione leaderistica (uomo solo al comando), come disintermediazione dei soggetti sociali e rapporto diretto con l’opinione pubblica, ossessionato dalla continua ricerca e misurazione del consenso (populismo): tutto questo è dal 1992, ed è destinato a rimanere, il tratto saliente non (solo) del berlusconismo, ma del sistema politico italiano. Troppo comodo pensare – l’ha scritto bene Michele Magno su Formiche – che Berlusconi fosse una piaga purulenta sul corpo sano della nazione. Certo, se così fosse basterebbe l’eclissi dell’uomo nero e la crisi verticale di Forza Italia per inaugurare il nuovo rinascimento. Invece, Berlusconi è stato il Paese e l’intero sistema politico si è lasciato connotare secondo le sue regole del gioco. Per questo siamo ancora alle prese con i problemi di sempre e la curva del declino del Paese non è stata minimamente modificata. Dopo le elezioni regionali prossime, però, molti equilibri sono destinati a saltare e molte cose a mettersi in movimento. Ma ne parliamo sabato prossimo, mentre qualcuno di voi avrà l’arduo compito di pensare se e cosa votare.
Giuseppe Catapano informa: Soros: “Cina e Usa sull’orlo della Terza Guerra Mondiale”
A meno che gli Stati Uniti non facciano “concessioni importanti” e consentano alla valuta cinese di entrare a far parte del basket di divise del Fondo Monetario Internazionale, c’è il pericolo reale che la Cina stringa un’alleanza politica e militare con la Russia.
“A quel punto la minaccia di una terza Guerra Mondiale diventerebbe reale”. A lanciare l’avvertimento è George Soros, illustre investitore che ha fatto fama e fortuna speculando al ribasso contro la sterlina e la lira a inizio Anni 90, in un intervento alla conferenza di Bretton Woods della Banca Mondiale.
Il futuro della geopolitica ed economia mondiale dipende molto da cosa succederà in Cina dal punto di vista politico ed economico.
Secondo Soros se i tentativi di Pechino di trasformare la propria economia da una macchina da esportazioni a un motore alimentato dalla domanda interna falliranno, c’è la possibilità che i leader cinesi optino per fomentare un conflitto esterno, che mantenga il popolo unito e garantisca una continuità di governo.
Il tutto mentre il presidente della Cina Hu parla del dollaro come una valuta che “appartiene al passato”, con il governo che prepara qualcosa di grosso per il prossimo ottobre nei mercati valutari.
Intanto la Finlandia ha messo in allerta 900 mila riservisti “in caso di guerra”. Il governo di Helsinki nega qualsiasi collegamento con la crisi ucraina e le tensioni con la Russia, ma per gli analisti, e gli stessi riservisti, il timing parla da sè.
“È chiaramente dovuto a un atteggiamento più aggressivo da parte dei russi – ha detto al Daily Telegraph uno dei militari richiamabili, che ha ricevuto la comunicazione – sono nelle riserve da 15 anni e non ho mai visto niente di simile. Molto raramente mandano lettere del genere”.
Giuseppe Catapano osserva: Telefono 4G, rischio salasso: il roaming può attivarsi da solo
C’è un problema con i telefonini di ultima generazione, la quarta (4G): a volte attivano da soli la funzione “roaming“, quella che permette di collegarsi anche all’estero alle reti digitali, nonostante si sia stata disattivata. Grosso problema, perché si rischiano brutte sorprese sulla bolletta. Come è successo a numerosi lettori de La Stampa che hanno segnalato la disfunzione chiedendo lumi. Il giornalista Luigi Grassia ha sondato le compagnie: è venuto fuori che davvero qualcosa non va, colpa dei costruttori.
Cristallina la posizione di Tim. «Il problema è generato dal comportamento dei terminali Lte» – dicono dalla compagnia del gruppo Telecom – «che su rete 4G in roaming potrebbero non bloccare totalmente il traffico dati in fase di attestazione in rete». Aggiungono che «questa problematica è oggetto di condivisione anche in ambito Gsma», cioè nell’associazione mondiale degli operatori mobili. Si tratta, quindi, di una questione nota ai tecnici, in quanto «trasversale a molti operatori con reti 4G».
Tim (consulta il sito http://www.tim.it) offre un rimedio pratico per disattivare correttamente il roaming: se non vuoi andare su internet all’estero “dal menù impostazioni seleziona la rete 2G/3G e disattiva i dati roaming”. Se non dovesse funzionare e gli addebiti sono riconducibili al roaming, si può accedere al servizio Customer Care/Canali Social. In realtà il disservizio riguarda pochi casi sporadici. In ogni caso si tenga conto che, ad esempio, quando mandi un messaggio su Whatsapp ti stai collegando a una rete internet, non è un telefonino: all’estero, se non vuoi sorprese, disconnetti il telefono e usalo solo per telefonare.
Giuseppe Catapano informa: Dopo Expo, a rischio due imprese su cinque
L’Expo Milano 2015 è una opportunità per dare slancio all’economia italiana. Ma cosa accadrà una volta chiusa l’Esposizione Universale? Secondo la ricerca “Expo Milano 2015: Made in Italy alla grande?” di Euler Hermes, società del Gruppo Allianz, due aziende su cinque, create per la manifestazione, se la vedranno con il rischio default.EXPO 2015 padiglioneItalia 400
Il contributo dell’Expo
L’Expo darà un positivo seppur limitato contributo di 0,1% al PIL italiano del 2015. In totale, compresi i primissimi effetti, l’Esposizione Universale potrà apportare fino a + 0,4% di PIL (2012-2015) grazie a: turismo (15 milioni di visitatori), export (+10% in alcuni settori), produzione extra (6 miliardi di euro) e nuovi posti di lavoro (circa 100mila).
Quello che gira attorno all’Expo
L’Expo sarà quindi una delle cinque componenti che consentiranno all’Italia una lieve ripresa dopo tre anni consecutivi di contrazione. Il percorso di crescita del Paese passa infatti attraverso anche una maggior fiducia e conseguente recupero dei consumi privati, l’euro più debole che apporterà 6 miliardi di maggiori esportazioni nel 2015; l’alleggerimento dei vincoli finanziari con la conseguente discesa dei tassi di interesse reali sui prestiti alle PMI ed una ripresa della domanda di credito, e infine i minori costi energetici ed il taglio dell’IRAP che spingeranno in alto i margini delle società.
Più sinergia tra le imprese
Dovrebbe inoltre aumentare le sinergie fra le imprese straniere e quelle italiane. Ad esempio i prodotti italiani beneficeranno di una visibilità maggiore e di una crescita della domanda grazie ai numerosi turisti, oltre il 30% dei partecipanti infatti proverranno dall’estero, specialmente da Cina, USA, Argentina, Brasile, Turchia e Emirati Arabi.
Il dopo Expo
Dal 2013 sono state fondate circa 10mila nuove imprese, ma con la chiusura della manifestazione ben il 40% di queste rischia di chiudere e un terzo delle nuove aziende nel settore edile potrebbe fallire nel 2017 a causa dell’interruzione delle attività. Il settore alberghiero e della ristorazione dovrebbe subire un impatto minore, in quanto è previsto un aumento del flusso di turisti dopo la chiusura dell’Expo, grazie alla maggiore attrazione esercitata dall’Italia. In questo settore dovrebbe fallire solo 1 su 10 imprese nel 2017. In totale, nel peggiore dei casi ipotizzato, 2.500 imprese potrebbero chiudere nel 2017 (con un aumento del +14% rispetto al 2016) e 1.500 nel 2018 (+7%).
«Nella storia dell’economia, le Esposizioni Universali segnano momenti di svolta e occasioni di rilancio – afferma Michele Pignotti, Capo della Regione Euler Hermes Paesi mediterranei, Medio Oriente e Africa. Milano e l’Italia si apprestano a farlo perché l’Esposizione 2015 promette di essere una delle leve intorno alla quale sostenere la ripartenza italiana nell’anno in corso».