Catapano Giuseppe comunica: Condomini disabili: chi paga l’installazione del montascale e la relativa manutenzione?

L’installazione di un montascale può essere decisa:

a) dall’assemblea;

b) dal condomino in seguito all’inerzia dell’assemblea sollecitata sul punto;

In caso di decisione dell’assemblea, le spese di installazione del montascale dovranno essere suddivise tra tutti i condomini, in proporzione ai millesimi di proprietà di ciascuno.

L’installazione del montascale, tuttavia, può essere considerata come un’innovazione gravosa con la conseguenza che i condòmini dissenzienti possono notificare il proprio dissenso dalla spesa e quindi non parteciparvi.

In tal caso la spesa dovrà essere suddivisa solamente tra i favorevoli e sempre sulla base dei millesimi di proprietà.

Quanto alle spese di manutenzione, posto che il montascale ha la medesima funzione di un ascensore, esse devono essere ripartite tra tutti i condòmini (o tra quelli che hanno partecipato all’installazione) [1].

Se, invece, l’installazione è avvenuta ad opera del singolo condomino, la spesa è a suo esclusivo carico.

Questo, sia in caso di installazione da parte del condomino interessato di propria iniziativa e senza avanzare richiesta all’assemblea, sia in caso di richiesta avanzata all’assemblea, senza aver ottenuto risposta positiva.

Nel caso in cui, infatti, il condominio rifiuti di assumere, o non assuma entro tre mesi dalla richiesta fatta per iscritto, le deliberazioni in merito all’installazione del montascale per disabili, i portatori di handicap, o chi ne esercita la tutela o la potestà (ad esempio i genitori del disabile), possono installare, a proprie spese, il servoscala o strutture mobili e facilmente rimovibili e possono anche modificare l’ampiezza delle porte d’accesso, al fine di rendere più agevole l’accesso agli edifici, agli ascensori e alle rampe dei garages [2].

In entrambi i casi però l’installazione dev’essere fatta in modo tale da non ledere la destinazione d’uso delle cose comuni, da non alterare il decoro e da non pregiudicare il diritto degli altri condomini all’uso delle parti interessate dalle modifiche.

Giuseppe Catapano: PMI Campania, 10.000 euro a fondo perduto per agevolare prestazioni di giovani professionisti.

Regione Campania ha pubblicato il bando per l’accesso ad incentivi rivolti alle PMI intesi ad agevolare il ricorso a prestazioni specialistiche di giovani professionisti. La misura è dotata di risorse per € 15.000.000.

Possono presentare domanda le PMI aventi sede in Campania.

Il contributo riguarda rapporti di consulenza stipulati con singoli professionisti che:

non abbiano compiuto i 41 anni d’età;
siano residenti sul territorio regionale da almeno sei mesi;
siano titolari di partita IVA;
siano in possesso di Laurea e iscritti all’ordine professionale di riferimento;
non abbiano rapporti di parentela o di affinità entro il 3° grado con il titolare o i soci o i
componenti degli organi di amministrazione dell’impresa committente.
Il contributo a fondo perduto copre il 50% del costo sostenuto, oltre al rimborso dell’IVA se dovuta, entro un tetto massimo di €10.000 per singolo beneficiario richiedente.

L’impresa beneficiaria deve presentare il rendiconto finale delle spese sostenute per la realizzazione dell’intervento entro 30 giorni dalla conclusione dello stesso. Non è pertanto previsto un termine ultimo di presentazione delle domande. Le medesime saranno oggetto di scrutinio fino all’esaurimento delle risorse messe a disposizione per l’attuazione della misura.

GIUSEPPE CATAPANO: I MIRACOLI DI DRAGHI NON BASTANO PER INNESCARE LA VERA RIPRESA È RENZI CHE DEVE FARE IL PRODIGIO

Adesso viene il difficile. Per “colpa” di Draghi. E già, perché con lo spread sotto quota 90 tornato ai livelli pre 2008, con l’euro ormai alla pari con il dollaro e con la liquidità in circolazione in dosi americane tanto che il credit crunch sembra roba di un secolo fa, ora non ci sono più alibi. Se nonostante la cura straordinaria imposta da Draghi all’Europa debilitata dalla lunga recessione e infettata dalla deflazione, cui si aggiunge la fortuna di una bolletta energetica scontata per via del crollo del prezzo del petrolio, la nostra economia non dovesse spiccare il volo – che è qualcosa di ben diverso dallo smettere di arretrare – magari proprio mentre altri membri dell’euroclub dovessero invece cambiare marcia, allora significherebbe che la colpa della crisi non sta a Berlino o a Bruxelles, come in questi anni è stato comodo far credere, ma è la politica nazionale a mancare all’appello.

Già, proprio quella politica che torna a perdersi dietro a Berlusconi, a cosa farà Verdini, a chissà se Fitto rompe, a Salvini contro Tosi e Bersani contro Renzi che però dialoga con i penstellati, a vuoi vedere che Landini fa sul serio. Quella della Seconda Repubblica bis – blasfemo chi la chiama Terza – che sarà inesorabilmente spazzata via se il vento della ripresa dovesse soffiare solo a forza “zero virgola”, come purtroppo tutte le previsioni ipotizzano. E chi ha mai visto una congiuntura che offre contemporaneamente tassi bassi, cambio favorevole, energia a buon mercato, leva monetaria azionata verso l’espansione e banche strapiene di liquidità? Condizioni simili non si sono mai verificate, neppure negli anni antecedenti alla Grande Crisi. Persino Keynes avrebbe poco da aggiungere. Eppure, i segnali di ripresa – che pure ci sono, per carità – non appaiono neppure lontanamente paragonabili all’intensità dei macroeconomics. Tanto che a gennaio la produzione industriale è calata sia su base mensile (-0,7%) che annuale (-2,2%).

La verità è che l’intervento straordinario della Bce e la fiducia che Draghi si sforza di avere per valorizzare le sue scelte coraggiose, non bastano. E non per loro colpa. D’altra parte il presidente della banca centrale l’ha sempre detto: dopo il quantitative easing, la palla passa ai governi, la Bce più di così non può fare (anzi, aggiungiamo noi, è già un miracolo che sia riuscita a spingersi fin qui). E nel caso italiano, cosa dovrebbe fare il governo oltre a quello che ha già fatto? Rimettere in moto gli investimenti e, di conseguenza, i consumi. Come? Con un taglio netto del carico fiscale per stimolare gli investimenti privati e con un piano di investimenti pubblici coerenti con un disegno di politica industriale teso a rinnovare il parco produttivo manifatturiero – che fin qui ha colto la sfida della globalizzazione e della rivoluzione tecnologica solo per quella parte, ahinoi minoritaria, che ha saputo internazionalizzarsi – e a cambiare radicalmente la struttura dei servizi. Peccato che una tale politica, per essere efficace, costi molte decine di miliardi (oltre ad una certa quantità di neuroni capaci di attivare pensiero strategico). Si può fare con i vincoli europei cogenti? Sì, se decidiamo di proporre all’Europa un patto per lo sviluppo in cui da un lato si chiede flessibilità sul deficit corrente, e dall’altro gli si offrono due compensazioni di non poco conto come una dialisi della spesa (giù quella corrente, su quella in conto capitale) e un taglio una tantum del debito (tale da portarlo sotto il 100% del pil) usando il patrimonio pubblico. Una politica impastata di coraggio e lungimiranza, dove si ridimensiona lo Stato onnivoro che mangia ricchezza e produce debito ma senza per questo cadere nella suggestione liberista dello Stato minimo e del mercato immanente, perché si chiede a quello stesso Stato dimagrito e modernizzato di aiutare il capitalismo a fare sviluppo e occupazione. Insomma, quella politica che ci manca da più di due decenni.

Si può osare di riporre qualche speranza in questa direzione? Se si guarda ciò che la cronaca politica offre ai nostri occhi, no. Per caratteristiche genetiche, Renzi è l’uomo giusto per smontare il vecchio. Non ci ha ancora convinto di esserlo per montare il nuovo, pur nella clamorosa (e pericolosa) mancanza di alternative. Le riforme istituzionali che ha proposto, nel migliore dei casi sono fragili, nel peggiore sbagliate. Le scelte economiche accoppiano un sano vitalismo ad una concezione un po’ retrò, quasi fanfaniana (qualche analista ha scomodato La Pira, ma manca l’afflato solidaristico per reggere l’accostamento) che non aiuta a incamminarsi sulla via della modernizzazione. Per di più, il quadro intorno a lui si colora di scuro. Non tanto per i problemi interni al Pd e per la crisi violenta che lacera Forza Italia – fattori che pure spingono Renzi al bivio tra elezioni fatte con il proporzionale e dunque non vincibili, e il proseguimento della legislatura con crescenti difficoltà e una probabile erosione del consenso popolare – quanto per il mutato contesto europeo. Perché la Bce che compra debito pubblico dei singoli paesi, attraverso il QE, prefigura vincoli inediti. Che o si è in grado di rispettare o si è out.

Urge, dunque, un’analisi meno da retrobottega del quadro nel quale ci muoviamo. E la capacità, questa volta non solo mediatica, di riproporre al Paese una nuova strategia di governo (una nuova narrazione, direbbe qualcuno che non siamo noi). Lo spazio per un vero colpo di reni, che spiazzi tutti, c’è. E Renzi, piaccia o non piaccia, è l’unico che potrebbe produrlo. Ma deve convincersene. E deve mettersi a studiare seriamente, se vuole evitare il vitalismo fine a se stesso. Altrimenti sarà peggio per lui. E per tutti noi.

Giuseppe Catapano osserva: Una voluntary disclosure all’insegna della trasparenza e della collaborazione, le indicazioni delle Entrate sulla procedura volontaria

Pronte le istruzioni per la collaborazione volontaria, parole chiave: spontanea e genuina trasparenza nei rapporti con il fisco. I contribuenti che decidono di avvalersi, entro il 30 settembre 2015, della procedura straordinaria per rimediare spontaneamente alle omissioni e alle irregolarità commesse fino al 30 settembre 2014 in materia di emersione e rientro di capitali, dispongono da oggi delle istruzioni sulle modalità di accesso alla procedura di voluntary disclosure, sulle cause di inammissibilità, sulle imposte e sanzioni amministrative dovute e sugli effetti in ambito penale. Il tutto è contenuto nella circolare n. 10/E di oggi, con cui l’Agenzia delle Entrate fornisce chiarimenti sulle novità introdotte dalla legge n. 186/2014.

Emersione e rientro dei capitali detenuti all’estero

Possono accedere alla procedura di collaborazione volontaria internazionale le persone fisiche, gli enti non commerciali, le società semplici e le associazioni equiparate, fiscalmente residenti nel territorio dello Stato, che hanno violato gli obblighi in materia di monitoraggio fiscale. La circolare precisa che possono attivare la voluntary disclosure, tra gli altri, anche gli “estero residenti fittizi”, i cittadini ”trasferiti” in Paesi black list, i soggetti “esterovestiti”, i trust e i trust “esterovestiti”, i contribuenti che detengono attività all’estero senza esserne formalmente intestatari, avendo fatto ricorso a soggetti interposti o a intestazioni fiduciarie estere. Il documento di prassi, inoltre, individua nel dettaglio le tipologie di investimenti e di attività di natura finanziaria illecitamente costituiti o detenuti all’estero, i redditi e gli imponibili che rientrano nella procedura di voluntary disclosure. È possibile accedere alla procedura in relazione a tutti i periodi d’imposta per i quali, alla data di presentazione della domanda, non sono decaduti i termini per l’accertamento o per la contestazione delle violazioni in materia di monitoraggio fiscale. In presenza di determinate condizioni, illustrate dalla circolare, non opera il raddoppio dei termini ordinariamente previsto in caso di investimenti e attività finanziarie detenuti in Paesi black list, che hanno sottoscritto accordi che prevedono uno scambio di informazioni effettivo, conforme al modello Ocse 2005.

Regolarizzazione delle violazioni dichiarative nazionali

Alla procedura di collaborazione volontaria nazionale possono accedere anche i contribuenti non tenuti agli obblighi dichiarativi in materia di monitoraggio fiscale e quelli tenuti a tale obbligo che vi abbiano adempiuto correttamente. Tutti questi soggetti, pertanto, potranno regolarizzare tutte le violazioni dichiarative relative alle imposte sui redditi e alle relative addizionali, alle imposte sostitutive, all’Irap, all’Iva, nonché le violazioni in materia di dichiarazioni dei sostituti d’imposta. La procedura di collaborazione volontaria nazionale può essere avviata relativamente a tutti i periodi d’imposta per i quali, alla data di presentazione della richiesta, non sono scaduti i termini per l’accertamento.
Quando la domanda non è ammissibile

Il contribuente non può accedere alla procedura di collaborazione volontaria se prima di presentare la domanda sia venuto a conoscenza dell’inizio di accessi, ispezioni o verifiche, dell’inizio di altre attività amministrative di accertamento, della propria condizione di indagato o di imputato in procedimenti penali per violazioni di norme tributarie. La procedura non può essere attivata neanche nel caso in cui un soggetto terzo, che sia obbligato solidalmente in via tributaria con il richiedente o che abbia concorso in un reato tributario a lui attribuito, venga a conoscenza delle cause di inammissibilità. Il documento di prassi chiarisce, inoltre che, in presenza di attività istruttorie di controllo che interessano una sola annualità, è possibile attivare la procedura per le annualità non interessate dal controllo.

Le domande viaggiano sul web

La circolare ribadisce che le richieste di attivazione della voluntary andranno presentate entro il 30 settembre 2015, esclusivamente per via telematica e che l’Agenzia invierà una comunicazione attestante l’avvenuta ricezione.

La relazione di accompagnamento e il contraddittorio

Entro i trenta giorni successivi alla presentazione della domanda, e comunque non oltre il 30 settembre 2015, i contribuenti dovranno inviare la relativa documentazione all’indirizzo di Posta elettronica certificata (Pec) indicato nella ricevuta, assieme a una relazione contenente, per ciascuna annualità d’imposta, la descrizione analitica delle informazioni e dei dati riportati in sintesi nella richiesta. In particolare, la relazione di accompagnamento comprende i dati relativi a:

· l’ammontare degli investimenti e delle attività di natura finanziaria costituite o detenute all’estero, anche indirettamente o per interposta persona;

· la determinazione dei redditi che servirono per costituirli o acquistarli, nonché dei redditi che derivano dalla loro dismissione o utilizzazione a qualunque titolo;

· la determinazione degli eventuali maggiori imponibili, ancorché non connessi con le attività costituite o detenute all’estero.

Le Entrate sottolineano che, in fase di contraddittorio, il contribuente potrà spiegare maggiormente quanto contenuto nella domanda di disclosure.

Perfezionamento della disclosure e conseguenze in materia di sanzioni

La procedura si perfeziona esclusivamente in seguito al versamento di tutte le somme dovute, in un’unica soluzione oppure in tre rate di pari importo. L’Agenzia ricorda che comunque non è prevista la possibilità di avvalersi della compensazione. Inoltre, nel caso di mancato pagamento, anche di una sola delle rate, la procedura di collaborazione volontaria non si perfeziona e gli Uffici provvederanno a inviare al contribuente un nuovo avviso di accertamento e un nuovo atto di contestazione. Invece, in caso di perfezionamento, l’adesione alla voluntary permette di fruire di una riduzione delle sanzioni amministrative e di alcune esclusioni dalla punibilità penale.

Catapano Giuseppe: L’auto lasciata nel parcheggio deve avere l’assicurazione

A torto si pensa che l’assicurazione auto sia legata alla “circolazione” intesa come movimento fisico del mezzo su strada. Non è così. Quando il codice della strada parla di “obbligo di copertura assicurativa” si riferisce anche ai mezzi lasciati (o anche abbandonati) sul suolo pubblico. O anche alle aree ad uso pubblico destinate alla circolazione dei pedoni o degli animali.

Stesso discorso per i parcheggi privati che consentono l’accesso a un numero indeterminato di persone, senza autorizzazione: si pensi agli spazi antistanti i supermercati. In tal caso, si tratta di aree equiparate alle strade di uso pubblico. Di conseguenza, i veicoli che circolano all’interno di tali aree, anche se delineate da sbarre metalliche, sono soggetti, oltre che al rispetto delle norme del codice della strada, anche all’obbligo della copertura rc-auto.

Così è legittima la multa effettuata dal vigile urbano che, vendendo un’auto su un parcheggio pubblico o ai margini della strada, la trovi sprovvista di tagliando assicurativo o senza l’rc auto rinnovata.

In tali casi, scatterà la sanzione amministrativa pecuniaria (da 798 a 3.194 euro) oltre al sequestro. Una multa che potrebbe essere, quindi, superiore allo stesso rinnovo dell’rc auto.

Lo stesso dicasi nel caso in cui il mezzo sia stato ereditato. E anche se l’eredità è avvenuta con beneficio di inventario. Difatti, in tali casi, l’erede risponde dei beni entrati nel proprio patrimonio e dovrà curarsi di custodire il mezzo del defunto all’interno di un garage o di un’area privata; diversamente, dovrà rinnovare la polizza auto (leggi l’approfondimento “Auto in eredità: il beneficio di inventario non salva dalle sanzioni”).

Anche l’esistenza di un fermo auto, notificato da Equitalia, impone al proprietario del mezzo di non lasciarlo abbandonato su strada sprovvisto di copertura assicurativa, ma di custodirlo in luogo privato come potrebbe, per esempio, essere il parcheggio del condominio. Il fatto di non poter guidare il mezzo sottoposto alle ganasce fiscali non implica che lo si debba abbandonare, tantopiù se privo di copertura assicurativa.

Quanto ai mezzi privi di targa, volante o sedile per la guida è vero che, in passato, la Cassazione ha detto che non devono essere necessariamente assicurati, tuttavia per essi è necessaria la rottamazione. Peraltro, lasciare un mezzo in tali condizioni sul suolo pubblico espone al pericolo di un reato ben più grave che è quello dell’abbandono di rifiuti speciali e pericolosi o l’occupazione illegale di suolo pubblico.

Perché l’auto lasciata su una strada pubblica deve essere assicurata?
Semplice: qualora essa abbia cagionato un incidente stradale (magari per come parcheggiata), l’assicurazione sarà tenuta al risarcimento della vittima. Dunque, operando l’obbligo di indennizzo a carico del proprietario, scatterà anche quello di assicurazione obbligatoria per danni a terzi.

Giuseppe Catapano informa: Il concordato preventivo non evita l’azione di responsabilità contro l’amministratore

Avviare la procedura di concordato preventivo non mette al riparo l’amministratore della società dall’eventuale azione di responsabilità promossa, nei suoi confronti, dal creditore.

Lo ha detto il Tribunale di Piacenza con una recente sentenza .

Così non si salvano dalla richiesta di risarcimento il consiglio di amministrazione e il collegio sindacale della società di capitali che non hanno rispettato gli obblighi di vigilanza per la salvaguardia del patrimonio aziendale imposti loro dalla legge. E ciò anche se, davanti al giudice, è stato raggiunto un accordo coi creditori per evitare il fallimento e gestire la crisi attraverso la procedura del concordato preventivo.

A nulla vale sostenere – secondo la sentenza in commento – che l’accoglimento di una eventuale pretesa risarcitoria, avanzata nei confronti degli amministratori da parte del singolo creditore, sarebbe suscettibile di mettere a repentaglio il principio di “par condicio creditorum” ossia l’obbligo di soddisfare tutti i creditori senza preferenze, salvo ovviamente gli accordi prestabiliti nel programma di liquidazione del concordato. Insomma, inutile parlare di indebito vantaggio del singolo creditore rispetto agli altri soggetti nelle stesse condizioni.
Infatti, secondo il Tribunale, il concordato preventivo impedisce ai creditori (a prescindere dal fatto che questi abbiano votato a favore o contro l’approvazione di esso) di avanzare, nei confronti dell’azienda, ulteriori richieste di pagamento rispetto a quanto stabilito nel programma di liquidazione. La procedura in questione, infatti, non fa altro che mettere una “pietra sopra” il pregresso ed estingue tutte le ragioni di credito maturate precedentemente all’apertura del concordato.

Ma ciò non impedisce al creditore di agire in base a un differente titolo, quello cioè della richiesta di risarcimento (e non il credito originario), peraltro non nei riguardi della stessa società in concordato preventivo, ma nei confronti di un soggetto diverso da essa, quale appunto l’amministratore o i sindaci.

In tal caso infatti, oltre a parlare di soggetti differenti rispetto a quelli vincolati dal concordato (creditori e società da un lato; creditore e singolo amministratore dall’altro) i fatti di responsabilità sono del tutto estranei all’accordo concordatario.

Giuseppe Catapano osserva: Nascono i registri dei debitori: pignoramenti, ipoteche, fallimenti schedati

Se hai subìto un pignoramento, se hai ricevuto l’iscrizione di un’ipoteca o, peggio, se sei stato dichiarato fallito, i tuoi dati, da ora, potranno essere raccolti, da soggetti privati, in elenchi e lì conservati per anni, senza che ci sia bisogno del tuo previo consenso.

Dette informazioni potranno poi essere vendute a chi ne faccia richiesta e abbia bisogno di conoscere i tuoi “scheletri nell’armadio”. Dopo 10 anni, però, i dati dovranno essere cancellati definitivamente e, su di essi, calerà per sempre il diritto all’oblio.

È questa la sostanza dello schema di codice deontologico sulle informazioni commerciali, appena elaborato dal Garante della Privacy [1] e disponibile sul sito dell’Authority per 40 giorni ai fini di una consultazione pubblica. Il regolamento, una volta varato nella forma definitiva, entrerà in vigore entro un anno.

Insomma, via libera anche in Italia alle società di due intelligence (leggi “Società di due intelligence: nessuno è al sicuro” e anche “Sai perché la banca non ti ha accordato il finanziamento?”): quelle aziende private che, grazie ai loro 007 sparsi sul territorio, raccolgono tutte le informazioni “segrete”, e non segrete, dei cittadini, per farne maxi database e venderli a chi ne ha bisogno per fini commerciali.

Così, se stai per stipulare un contratto con un fornitore o hai chiesto un finanziamento a una banca; se hai intenzione di acquistare a rate una cameretta o un televisore; se stai per conferire mandato a un professionista, o per partecipare a un appalto, la tua “controparte commerciale” potrebbe chiedere prima informazioni sul tuo conto e sul tuo passato, per verificare quanto sei affidabile commercialmente e solvibile in caso di contestazioni.

CHI E COME RACCOGLIERÀ I DATI?

A raccogliere tali dati saranno dei soggetti che svolgeranno questo lavoro appositamente. Questi potranno attingere le informazioni da elenchi e registri pubblici, liberamente accessibili da chiunque.

Si pensi alle visure ipocatastali che rivelino la presenza di ipoteche, alle attestazioni della cancelleria del tribunale per eventuali procedure concorsuali come un fallimento, ai bilanci societari ed elenchi dei soci presenti presso la camera di commercio, alle visure e/o atti camerali, nonché al registro informatico dei protesti.

Ci sono poi le trascrizioni e cancellazioni di pignoramenti, decreti ingiuntivi o atti giudiziari, che sono conservati nei registri gestiti dall’Agenzia delle Entrate (infatti, per ogni procedimento giudiziario scatta sempre l’obbligo di pagare l’imposta di registro di cui il fisco, ovviamente, è a conoscenza).

Si potrà raccogliere le informazioni da fonti pubbliche come quotidiani e testate giornalistiche in formato cartaceo, che risultino regolarmente registrate, elenchi di categorie ed elenchi telefonici, siti Internet appartenenti a enti pubblici, nonché autorità di vigilanza e controllo, quotidiani e testate giornalistiche on-line; ecc.

I dati potranno essere estratti “manualmente” (si pensi al classico detective che fa incetta di informazioni) o anche mediante l’ausilio di strumenti elettronici e per via telematica, in forma sia diretta che mediata, presso soggetti pubblici o presso altri fornitori privati, sulla base di appositi accordi con questi ultimi.

CHI GARANTISCE CHE LE INFORMAZIONI SARANNO CORRETTE E AGGIORNATE?

Si porrà il problema di garantire che le informazioni così raccolte siano corrette e aggiornate. A tal fine il provvedimento obbliga i gestori di tali servizi ad assicurarsi che i dati siano esatti e pertinenti rispetto al fine perseguito (non sarà pertinente, per esempio, la notizia di una multa stradale).

Dovrà inoltre essere annotata la fonte di provenienza dei dati così raccolti e dovrà essere effettuato l’aggiornamento dei medesimi dati nei rapporti informativi.

L’INTERESSATO NON SARÀ INFORMATO

Per il trattamento di tali informazioni, le società non saranno tenute ad acquisire il previo consenso dagli interessati. Dovranno però rendere l’informativa, non in forma individuale, ma con comunicazioni sul proprio sito Internet. In essa saranno diffuse anche le informazioni per eventuali contestazioni.

SARANNO PRESENTI ANCHE I DATI GIUDIZIARI?

Si. Per le informazioni commerciali si possono trattare i dati giudiziari provenienti dalle fonti pubbliche; per quanto riguarda, invece, le fonti pubblicamente e generalmente accessibili, è consentito il trattamento dei soli dati giudiziari diffusi negli ultimi sei mesi, a partire dalla data di ricezione della richiesta del servizio e senza alcuna possibilità di apportare modifiche al contenuto e di utilizzarle a fini di informazioni valutative.

DOPO QUANTO TEMPO LA CANCELLAZIONE?

Le informazioni relative a fallimenti o procedure concorsuali dovranno essere cancellate dopo massimo 10 anni dalla data di apertura della procedura del fallimento; decorso tale periodo, le predette informazioni potranno essere ulteriormente utilizzate dal fornitore, solo quando risultino presenti altre informazioni relative ad un successivo fallimento o risulti avviata una nuova procedura fallimentare o concorsuale riferita al soggetto censito o ad altro soggetto connesso, nel qual caso, il trattamento può protrarsi per un periodo massimo di 10 anni dalle loro rispettive aperture.

Anche le informazioni relative a ipoteche e pignoramenti dovranno rimanere per un periodo di tempo non superiore a 10 anni dalla data della loro trascrizione o iscrizione, salva l’eventuale loro cancellazione prima di tale termine.

In tutti gli altri casi, i dati personali provenienti così raccolti potranno essere conservati dal fornitore ai fini dell’erogazione ai committenti dei servizi di informazione commerciale per il periodo di tempo in cui rimangono conoscibili e/o pubblicati nelle fonti pubbliche da cui provengono.

Giuseppe Catapano scrive: Nuclei familiari numerosi: come ottenere il bonus Inps

Ai nuclei familiari con almeno tre figli minori e con reddito e patrimonio limitato, la legge riserva la possibilità di richiedere al Comune di residenza un assegno periodico erogato dall’Inps.
Vediamo a quali condizioni.

Requisiti
Per avere diritto all’assegno per il nucleo familiare numeroso è necessaria la contemporanea sussistenza dei seguenti requisiti (di cittadinanza, di composizione del nucleo familiare e di reddito):

1) il richiedente deve essere cittadino italiano o extracomunitario residente nel territorio dello Stato: può trattarsi anche di cittadino extracomunitario titolare di un permesso Ce per soggiornanti di lungo periodo o con cosiddetta “carta di soggiorno”;

2) il nucleo familiare deve essere composto almeno da un genitore con tre o più figli minori di diciotto anni, ivi compresi i figli minori del coniuge e i minori ricevuti in affidamento preadottivo purché facciano parte della stessa famiglia anagrafica: la concessione dell’assegno è preclusa se anche solo uno dei tre figli minori, pur risultando nella famiglia anagrafica del richiedente, sia in affidamento presso terzi;

3) il nucleo familiare deve avere un reddito e un patrimonio non superiore a quello previsto dall’indicatore della situazione economica (ISEE) che per l’anno 2014 è pari a 25.384,91 euro per un nucleo di 5 componenti di cui almeno tre figli minori: per nuclei con diversa composizione, il requisito economico è riparametrato sulla base di quanto stabilito dalla legge.

Come presentare la domanda
L’istanza deve essere presentata, in presenza dei suddetti requisiti, al Comune di residenza entro e non oltre il 31 gennaio dell’anno successivo a quello per il quale è richiesto l’assegno (ad esempio l’assegno relativo all’anno 2015 va richiesto al massimo entro il 31 gennaio 2016).
In caso di presentazione della domanda nel mese di gennaio dell’anno successivo a quello per il quale è richiesto l’assegno, occorre riferirsi ai requisiti posseduti alla data del 31 dicembre immediatamente precedente.

Documenti da allegare
Unitamente alla domanda (di cui si riporta un esempio nella sez. IN PRATICA ma di cui è bene richiedere un modello presso il singolo Comune di appartenenza), il richiedente deve presentare:

– una dichiarazione sulla composizione e sulla situazione economica del nucleo familiare (I.S.E.E.) in corso di validità: si tenga presente che il nuovo sistema di calcolo ISEE tiene conto della composizione del nucleo familiare (numero dei componenti, presenza di portatori di handicap etc.), dei redditi e del patrimonio immobiliare (case, terreni, etc) e mobiliare (conti correnti, titoli, azioni etc.) di tutti i componenti e considera tutte le forme di reddito percepite dal nucleo familiare, incluse quelle fiscalmente esenti in modo tale da rendere la capacità selettiva dando più rilevanza al patrimonio effettivo della famiglia;
– copia di documento di identità valido.

Ammontare dell’assegno
L’entità dell’assegno varia a seconda del numero dei componenti del nucleo familiare e dell’indicatore ISEE.
Pertanto, in rapporto a tali valori, l’ assegno terzo figlio può essere corrisposto in misura ridotta.
In ogni caso, per un riferimento generale, l’assegno per il nucleo familiare per l’anno 2014 è pari, nella misura intera, a 141,02 euro per le famiglie con reddito ISEE pari a Euro 8.538,91, mentre per il 2015 si attende la prossima circolare INPS.
L’importo e i requisiti economici sono rivalutati annualmente sulla base dell’indice ISTAT.

Decorrenza e cassazione
Il diritto all’assegno decorre dal 1° gennaio dell’anno in cui si verificano le condizioni richieste dalla legge, salvo che il requisito della presenza di almeno tre figli minori si sia verificato in un momento successivo: in tal caso, esso decorre dal primo giorno del mese in cui il requisito è stato soddisfatto.

Il diritto alla concessione dell’assegno viene meno:

– dal 1° di gennaio dell’anno in cui viene a mancare il requisito del reddito

– o dal 1° giorno del mese successivo a quello in cui viene a mancare il requisito relativo alla composizione del nucleo (perché ad esempio uno dei figli abbia raggiunto la maggiore età).

Impedimenti del richiedente
In caso di irreperibilità del richiedente o di decadenza dalla responsabilità genitoriale, la concessione dell’assegno può essere fatta in favore di un diverso componente la famiglia anagrafica.
Nel caso, invece, di morte del richiedente, l’assegno che gli sarebbe spettato fino al mese del suo decesso può essere concesso, su espressa richiesta, all’altro genitore o ad altro componente, purché faccia parte della stessa famiglia anagrafica dei tre minori.

Da chi è pagato l’assegno
Il Comune, riscontrata la sussistenza di tutti i requisiti prima elencati, dà mandato di pagamento all’Inps che provvede ad inviare al domicilio del richiedente una comunicazione di accettazione della domanda e di accredito con le modalità (ad es. accredito su conto corrente) indicate dal beneficiario nella domanda.

Il pagamento avviene con due rate semestrali con cadenza posticipata (entro il 15 luglio e il 15 gennaio) sulla base dei dati trasmessi dal Comune almeno 45 giorni prima della scadenza del semestre.
Il Comune è competente per i controlli sulla sussistenza dei requisiti e per gli eventuali provvedimenti di revoca.
Ai fini fiscali e previdenziali, l’assegno non costituisce reddito e può essere cumulato con analoghe agevolazioni economiche erogate dall’Inps e dagli Enti locali.

Catapano Giuseppe comunica: Notifica di cartella Equitalia o accertamento per irreperibilità: quando impugnarla

Se il postino passa per consegnarti una cartella di Equitalia o un accertamento fiscale e in quel momento non sei a casa (vuoi perché sei in vacanza, o perché, a quell’orario, sei sempre al lavoro), e non c’è nessuno in casa o in portineria a ricevere il plico per conto tua, la notifica fatta a mezzo posta deve rispettare un procedimento apposito previsto per legge [1] e che ora ti spiegheremo. Diversamente, la notifica stessa è nulla e tu non sei tenuto a pagare.

Questa disciplina è stata scritta proprio per consentire alle persone momentaneamente irreperibili (perché temporaneamente assenti, ma non per questo irraggiungibili) di poter recuperare, in un momento successivo, l’atto di cui si è tentata la notifica e così potersi difendere.

Così, se anche l’Agenzia delle Entrate o Equitalia sostengono di averti notificato un atto e tu non ricordi affatto che ciò sia avvenuto, una volta escluso che il procedimento di notifica sia avvenuto secondo le regole che ora vedremo, la notifica si considererà nulla.

1 | PRIMA IL TENTATIVO DI CONSEGNA A MANO

Innanzitutto il postino tenta la consegna del piego nelle mani proprie del destinatario.
Se questi non c’è, il plico può essere dato a una persona di famiglia che conviva (anche temporaneamente) con lui oppure alla domestica. In ogni caso si deve trattare di persone non affette da malattia mentale o di età non inferiore a quattordici anni.
In mancanza di tali soggetti, il postino può consegnare l’atto al portiere dello stabile.

2 | NEGLI ALTRI CASI
Se il destinatario o le altre persone appena indicate rifiutano di ricevere la busta o di firmare il registro di consegna, oppure se esse sono temporaneamente assenti, il postino riporta indietro l’atto e lo deposita nell’ufficio postale.

Dopodiché, lo stesso giorno, invia al destinatario una raccomandata a.r. in cui lo avvisa del tentativo di notifica non andato in porto e gli comunica che il plico resterà depositato presso l’ufficio postale per l’eventuale ritiro. È bene anche sapere che di tutte tali formalità eseguite e del deposito nonché dei motivi che li hanno determinati è fatta menzione sull’avviso di ricevimento che, datato e sottoscritto dall’agente postale.

Se tale seconda raccomandata a.r. (contenente l’avviso di deposito) non può essere consegnata perché, anche in questo caso, il destinatario è momentaneamente assente, il postino affigge l’avviso alla porta d’ingresso oppure lo immette nella cassetta della posta dell’abitazione, dell’ufficio o dell’azienda.

L’avviso deve contenere:
– l’indicazione del soggetto che ha richiesto la notifica;
– l’indicazione della data di deposito e dell’indirizzo dell’ufficio postale presso cui il deposito è stato effettuato;
– l’espresso invito al destinatario a provvedere al ricevimento del piego a lui destinato mediante ritiro dello stesso entro il termine massimo di sei mesi, con l’avvertimento che la notificazione si dà comunque per eseguita una volta trascorsi ormai dieci giorni dalla data del deposito e che, decorso inutilmente anche il termine di sei mesi, l’atto sarà restituito al mittente.

Nel caso, invece, che durante la permanenza del piego presso l’ufficio postale il destinatario o un suo incaricato ne curi il ritiro, l’impiegato postale lo dichiara sull’avviso di ricevimento che, datato e firmato dal destinatario o dal suo incaricato, è subito spedito al mittente, in raccomandazione.

La notificazione si considera, in tal caso, eseguita alla data del ritiro del piego.

Qualora la data delle eseguite formalità manchi sull’avviso di ricevimento o sia, comunque, incerta, la notificazione si ha per eseguita alla data risultante dal bollo di spedizione dell’avviso stesso.

3 | COME DIFENDERSI

Le regole appena viste in tema di notifica degli atti giudiziari a mezzo posta devono essere rispettate in modo rigoroso, pena la nullità delle richieste di pagamento dal Fisco o dagli altri enti impositori.

Vien da sé che, qualora il contribuente subisca un pignoramento o l’iscrizione di un fermo o di una ipoteca, ma non ricordi di aver mai ricevuto alcun atto, potrà fare una richiesta di accesso agli atti amministrativi, presso Equitalia o l’Agenzia delle Entrate, per chiedere di visionare tutto il procedimento di notifica e appurare che esso abbia rispettato i termini sopra descritti.

Attenzione però: il ricorso sollevato non contro l’eventuale successivo atto di esecuzione forzata (o cautelare), ma contro la cartella per vizio di notifica, sana ogni nullità; questo perché – così come si dice in gergo tecnico – la notifica ha comunque raggiunto il suo scopo, avendo il contribuente dimostrato, con la sua impugnazione, di averne preso cognizione e coscienza.

Catapano Giuseppe: Collaborazione occasionale: limiti e adempimenti fiscali

Le collaborazioni occasionali sono rapporti di lavoro autonomo aventi ad oggetto prestazioni svolte occasionalmente e non abitualmente da lavoratori autonomi o studenti a favore di un datore di lavoro (o più precisamente di un committente).

Esse si differenziano dai contratti di lavoro tipici e in particolare da quelli di lavoro subordinato poiché il collaboratore occasionale mantiene la propria autonomia e da quelli a progetto perché manca il carattere continuativo della collaborazione.

La collaborazione occasionale può rappresentare uno strumento utile tanto al collaboratore che può affiancare una fonte di guadagno extra rispetto alla propria attività lavorativa o agli studi, quanto al datore di lavoro che può usufruire dell’attività lavorativa altrui senza sottostare agli obblighi contributivi e fiscali tipici del contratto di lavoro subordinato o a progetto.

Proprio per la convenienza ed elasticità di tale tipo di collaborazioni, che potrebbero celare nella sostanza veri e propri rapporti di lavoro subordinato, il legislatore ha stabilito determinati limiti economici e di durata affinché il rapporto di lavoro possa essere qualificato come occasionale.

In particolare:

– la collaborazione non deve durare più di trenta giorni nell’arco dell’anno solare;

– la retribuzione annuale complessiva del collaboratore non deve superare i cinquemila euro lordi.

Se i suddetti limiti vengono superati il contratto viene qualificato come contratto di collaborazione a progetto.

Il contratto di collaborazione occasionale non deve necessariamente avere forma scritta; il datore di lavoro e il collaboratore possono anche accordarsi oralmente sull’attività da svolgere. Tuttavia, la forma scritta è consigliabile per tutelare entrambe le parti in caso di contrasti.

“Collaborazione” significa che le parti si trovano sullo stesso piano e non vi è vincolo di subordinazione e dipendenza; ne deriva che il datore non può vincolare il collaboratore a schemi e orari o esercitare poteri di direzione tipici del datore di lavoro nei contratti di lavoro subordinato.

Dal punto di vista fiscale
I compensi del collaboratore sono soggetti a ritenuta d’acconto (pari al 20%).

A tal fine il collaboratore (che non ha bisogno di partita Iva) deve rilasciare al committente una ricevuta per prestazione occasionale. In essa devono essere indicati i dati personali delle parti, la data e il numero d’ordine della ricevuta, il corrispettivo lordo, la ritenuta d’acconto e il corrispettivo netto.

Il corrispettivo rientra fra i cosiddetti redditi diversi e deve essere indicato nella dichiarazione dei redditi al quadro RL di UNICO PF, indicando l’importo del reddito lordo e della ritenuta d’acconto subita.

Si è esonerati dalla presentazione della dichiarazione dei redditi se nell’arco dell’anno l’unica fonte di reddito è consistita nel lavoro autonomo occasionale al di sotto della somma complessiva di 4.800,00 euro lordi.

Dal punto di vista previdenziale
Non ci sono invece obblighi di contribuzione. Questi scattano però nel momento in cui i compensi del collaboratore superano la soglia di cinquemila euro (da intendersi come compenso lordo considerando la somma dei compensi corrisposti da tutti i committenti occasionali nell’arco dell’anno solare).

In questo caso i collaboratori devono comunicare tempestivamente ai committenti occasionali il superamento della soglia di esenzione e iscriversi alla Gestione separata INPS, a meno che non siano già iscritti. Essi sono inoltre tenuti al versamento dei contributi solamente sulla quota di reddito eccedente i cinquemila euro.

Più precisamente l’imponibile previdenziale è costituito dal compenso lordo, dedotte eventuali spese poste a carico del committente e risultanti dalla fattura.

Se la soglia di cinquemila euro viene superata per più compensi ricevuti nello stesso mese, ciascun committente concorre in misura proporzionale, in base al rapporto fra il suo compenso ed il totale di quelli erogati nel mese.