Catapano Giuseppe: Collaborazione occasionale: limiti e adempimenti fiscali

Le collaborazioni occasionali sono rapporti di lavoro autonomo aventi ad oggetto prestazioni svolte occasionalmente e non abitualmente da lavoratori autonomi o studenti a favore di un datore di lavoro (o più precisamente di un committente).

Esse si differenziano dai contratti di lavoro tipici e in particolare da quelli di lavoro subordinato poiché il collaboratore occasionale mantiene la propria autonomia e da quelli a progetto perché manca il carattere continuativo della collaborazione.

La collaborazione occasionale può rappresentare uno strumento utile tanto al collaboratore che può affiancare una fonte di guadagno extra rispetto alla propria attività lavorativa o agli studi, quanto al datore di lavoro che può usufruire dell’attività lavorativa altrui senza sottostare agli obblighi contributivi e fiscali tipici del contratto di lavoro subordinato o a progetto.

Proprio per la convenienza ed elasticità di tale tipo di collaborazioni, che potrebbero celare nella sostanza veri e propri rapporti di lavoro subordinato, il legislatore ha stabilito determinati limiti economici e di durata affinché il rapporto di lavoro possa essere qualificato come occasionale.

In particolare:

– la collaborazione non deve durare più di trenta giorni nell’arco dell’anno solare;

– la retribuzione annuale complessiva del collaboratore non deve superare i cinquemila euro lordi.

Se i suddetti limiti vengono superati il contratto viene qualificato come contratto di collaborazione a progetto.

Il contratto di collaborazione occasionale non deve necessariamente avere forma scritta; il datore di lavoro e il collaboratore possono anche accordarsi oralmente sull’attività da svolgere. Tuttavia, la forma scritta è consigliabile per tutelare entrambe le parti in caso di contrasti.

“Collaborazione” significa che le parti si trovano sullo stesso piano e non vi è vincolo di subordinazione e dipendenza; ne deriva che il datore non può vincolare il collaboratore a schemi e orari o esercitare poteri di direzione tipici del datore di lavoro nei contratti di lavoro subordinato.

Dal punto di vista fiscale
I compensi del collaboratore sono soggetti a ritenuta d’acconto (pari al 20%).

A tal fine il collaboratore (che non ha bisogno di partita Iva) deve rilasciare al committente una ricevuta per prestazione occasionale. In essa devono essere indicati i dati personali delle parti, la data e il numero d’ordine della ricevuta, il corrispettivo lordo, la ritenuta d’acconto e il corrispettivo netto.

Il corrispettivo rientra fra i cosiddetti redditi diversi e deve essere indicato nella dichiarazione dei redditi al quadro RL di UNICO PF, indicando l’importo del reddito lordo e della ritenuta d’acconto subita.

Si è esonerati dalla presentazione della dichiarazione dei redditi se nell’arco dell’anno l’unica fonte di reddito è consistita nel lavoro autonomo occasionale al di sotto della somma complessiva di 4.800,00 euro lordi.

Dal punto di vista previdenziale
Non ci sono invece obblighi di contribuzione. Questi scattano però nel momento in cui i compensi del collaboratore superano la soglia di cinquemila euro (da intendersi come compenso lordo considerando la somma dei compensi corrisposti da tutti i committenti occasionali nell’arco dell’anno solare).

In questo caso i collaboratori devono comunicare tempestivamente ai committenti occasionali il superamento della soglia di esenzione e iscriversi alla Gestione separata INPS, a meno che non siano già iscritti. Essi sono inoltre tenuti al versamento dei contributi solamente sulla quota di reddito eccedente i cinquemila euro.

Più precisamente l’imponibile previdenziale è costituito dal compenso lordo, dedotte eventuali spese poste a carico del committente e risultanti dalla fattura.

Se la soglia di cinquemila euro viene superata per più compensi ricevuti nello stesso mese, ciascun committente concorre in misura proporzionale, in base al rapporto fra il suo compenso ed il totale di quelli erogati nel mese.

Giuseppe Catapano comunica: Ipoteca sulla prima casa di Equitalia: si può sospendere

Il divieto per Equitalia di pignorare la prima casa, introdotto nel 2013, non vuol dire anche divieto di iscrivere ipoteca (leggi “Debiti con Equitalia e pignoramento della casa: tutte le ipotesi”). L’Agente per la riscossione può, infatti, iscrivere comunque ipoteca, se il debito con l’erario supera 20mila euro. Tuttavia, qualora si tratti dell’unico immobile di residenza e abitazione del contribuente, Equitalia non può, dopo, dar corso all’espropriazione. Negli altri casi, è possibile solo se il debito supera i 120mila euro.
Tuttavia, vi sono ipotesi in cui si può anche ottenere la sospensione dell’iscrizione di ipoteca, da parte del giudice tributario, cui il contribuente si sia rivolto nell’impugnare la cartella esattoriale.

Ci spieghiamo meglio: il solo fatto di aver presentato ricorso contro l’atto ricevuto da Equitalia potrebbe indurre il giudice, ritenuta la fondatezza dell’impugnazione, a mettere uno “stop” all’ipoteca, in via preventiva, in attesa di decidere definitivamente la causa.

È quanto risulta da una interessantissima ordinanza della Commissione Tributaria Provinciale di Reggio Emilia depositata martedì mattina scorso.

In verità il tribunale tributario non ha inventato nulla di nuovo, ma ha fatto solo una corretta applicazione della legge che stabilisce la possibilità di chiedere la sospensione l’esecuzione dell’atto impugnato se, dall’atto stesso, derivano per il contribuente danni gravi e irreparabili.

Su tale domanda (accessoria rispetto al ricorso in sé) presentata dal ricorrente, il Presidente della Commissione Tributaria fissa la data per l’udienza di trattazione della istanza di sospensione (in caso di eccezionale urgenza il giudice può disporre automaticamente la sospensione ancor prima dell’udienza).
La sospensione può anche essere parziale e subordinata alla prestazione di garanzia mediante cauzione o fideiussione bancaria o assicurativa.
L’istanza di sospensione è decisa entro centottanta giorni dalla data di presentazione della stessa.
In pratica, tale norma introduce una forte tutela per il contribuente in attesa che il tribunale decida il ricorso e depositi la sentenza (tempi che, a volte, sono assai dilatati): fino a tale momento, quindi, ogni effetto dell’atto viene sospeso.
Per ottenere tale sospensione è però necessario che il contribuente dimostri due condizioni:

– che il proprio diritto appaia fondato già da una prima analisi sommaria (i tecnici lo chiamano “fumus boni iuris”): insomma, è necessaria una parvenza di fondatezza dell’impugnazione;

– che, nel caso di mancato accoglimento della richiesta di sospensione, egli subirebbe un pregiudizio grave e irreparabile (i tecnici lo chiamano “periculum in mora”): potrebbe essere tale la dimostrazione che si tratti dell’unica abitazione del ricorrente.

Giuseppe Catapano osserva: Berlusconi di nuovo in campo. E Forza Italia cerca di ripartire

Quando si terranno le elezioni politiche, forse nel 2018, avrà compiuto 80 anni e in caso di vittoria diventerà il più anziano premier della storia d’Italia. Ma Silvio Berlusconi, assolto nel caso Ruby in via definitiva dalla Corte di cassazione, che non ha accolto il ricorso della procura generale di Milano contro l’assoluzione in appello dopo la condanna in primo grado, è già al lavoro per riprendere le redini di Forza Italia, e inaugurare, dopo le elezioni regionali, una nuova strategia che consenta al Cavaliere di recuperare il rapporto con il premier Matteo Renzi e di tornare quindi a un ruolo da protagonista nella partita delle riforme della Costituzione e della giustizia. Per questo, dopo l’inevitabile commozione manifestata a tutti i parlamentari azzurri e ai giovani di Forza Italia che lo hanno accolto a palazzo Grazioli, il leader di Fi si è riunito con i suoi collaboratori più stretti, tra i quali Gianni Letta, e con i suoi legali Franco Coppi e Niccolò Ghedini. Se la riorganizzazione del partito può attendere, però, le elezioni regionali incombono e il rischio di un risultato disastroso è da scongiurare. Il cavaliere, in particolare, teme il sorpasso della Lega Nord e ieri l’ex premier ha lanciato una sorta di appello all’unità di Forza Italia, con particolare riferimento ai Ricostruttori di Raffaele Fitto. Perciò Berlusconi ha annunciato che nessuno sarà cacciato da Forza Italia anche se il movimento ha bisogno di un profondo rinnovamento. E non è un caso che tutte le ‘anime’ azzurre siano accorse a palazzo Grazioli per festeggiare il Cavaliere: dai fittiani agli uomini vicini a Denis Verdini. La tregua però è destinata a non durare. Da domani, i nodi torneranno al pettine: dalla gestione dei gruppi, alla linea politica, fino alla richiesta di un rinnovamento della classe dirigente. E’ su questo che l’ex capo del governo da domani lavorerà per arginare il più possibile il malumore interno. Berlusconi riprenderà poi a tessere la tela delle alleanze. L’obiettivo è quello recuperare nei sondaggi con una campagna a tamburo battente sui media e nelle regioni chiamate alle urne.

Catapano Giuseppe informa: Marò, ancora un rinvio: prossima udienza il 7 luglio. Fi, il governo si svegli

Il Tribunale speciale di Nuova Delhi ha rinviato al 7 luglio la prossima udienza sul caso di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due marò italiani trattenuti in India da più di tre anni con l’accusa di avere ucciso due pescatori del Kerala durante un’attività antipirateria. La decisione del giudice Neena Bansal Krishnam, secondo quanto si è appreso, è legata al fatto che il caso è ancora pendente presso la Corte suprema indiana, che deve ancora esprimersi sul ricorso avanzato dai legali della difesa contro l’utilizzo della Nia, polizia antiterrorismo indiana, nelle indagini. In attesa della decisione, la più alta istanza giudiziaria dell’India ha chiesto a tutti i tribunali di sospendere ogni decisione sul caso di Latorre e Girone. Lo scorso 10 marzo, in ogni caso, la cancelleria della Corte Suprema ha chiuso l’istruttoria del ricorso e ha disposto una nuova calendarizzazione per la prossima udienza. Proteste da parte di Forza Italia, che ha chiesto al governo di intervenire: “Marò, nuovo rinvio e nuova udienza fissata al 1 luglio, ma basta! Governo italiano svegliati, ha affermato Elio Vito, presidente della commissione Difesa della camera. Mentre Maurizio Gasparri ha attaccato l’esecutivo: “Renzi in pochi mesi pretende di trasformare malamente l’Italia e poi permette che passino anni interi per risolvere una situazione gravissima come quella di Latorre e Girone. Questa totale indifferenza sua e dei suoi ministri è la misura della loro incapacità. I nostri fucilieri sono innocenti. Hanno fatto il loro dovere in una missione internazionale”.

Catapano Giuseppe scrive: Giustizia civile lumaca

Un anno e otto mesi circa per chiudere una causa in primo grado in Italia. Solo a Cipro e a Malta, in Europa, i tempi della giustizia sono più lunghi di così. E soprattutto, nonostante la mediazione obbligatoria e lo sviluppo delle forme alternative di risoluzione delle controversie, aumentano di anno in anno: dai 493 giorni necessari a risolvere un contenzioso di natura civile e commerciale nel 2010, ai 608 del 2013. A scattare la fotografia dello stato della giustizia in Europa, con l’Italia relegata ancora una volta in coda alla classifica, è il rapporto annuale della Commissione Ue, presentato ieri a Bruxelles. Ebbene, secondo il ranking europeo che misura l’efficienza del sistema giustizia nei vari paesi, l’Italia è classificata al terz’ultimo posto, meglio solo di Cipro (648) e Malta (750) e dietro Slovacchia (505) e Grecia (407). In Germania la media è di 192 giorni, in Francia di 308 e in Austria di 135 giorni. I tempi della giustizia, inoltre, come detto, si sono via via allungati in Italia, passando dai 493 giorni per risolvere una causa commerciale nel 2010 ai 590 nel 2012, per poi aumentare ancora nel 2013 (608). Questo nonostante, secondo i dati Ue, l’Italia risulti tra i paesi che stanno promuovendo maggiormente il metodo Adr nei contenziosi di natura civile e commerciale, di lavoro e che riguardano i consumatori: risulta a sesto posto dietro Ungheria, Lituania, Polonia, Germania e Portogallo.

Giuseppe Catapano: Iva, Confindustria ricorre all’Ue contro il meccanismo del reverse charge

Confindustria ha presentato ufficialmente alla Commissione europea una denuncia contro il meccanismo del reverse charge per il versamento dell’Iva relativa alle forniture nei confronti di supermercati, ipermercati e discount alimentari.
La misura è stata introdotta con la Legge di Stabilità 2015, non è ancora operativa ma è al vaglio degli organi comunitari per l’eventuale autorizzazione, si legge in una nota.
“Le imprese italiane sono molto preoccupate perché se la misura venisse autorizzata produrrebbe pesanti conseguenze finanziarie per tutti i fornitori della grande distribuzione organizzata”, è sottolineato, “considerata la mole di crediti Iva che matureranno. Il sistema produttivo è già notevolmente esposto dagli altri meccanismi di reverse charge e di split payment introdotti con la Legge di Stabilità: per cui è necessario incrementare la soglia di compensazione dei crediti Iva fino a 1 milione di euro e assicurare fondi adeguati per i rimborsi”.
L’Italia, aggiunge Confindustria, “è nota per i tempi lunghi con cui effettua i rimborsi dei crediti Iva, tanto da essere oggetto di una apposita procedura di infrazione, e il meccanismo di inversione contabile rischia di acuire i ritardi nell’erogazione dei rimborsi, a scapito dell’effettiva neutralità del funzionamento dell’imposta sul valore aggiunto, con effetti devastanti sulla liquidità delle imprese e sui loro piani di investimento futuri”.
Il contrasto a ogni tipo di evasione fiscale deve essere perseguito con fermezza, conclude la nota. “L’evasione mina alla radice la corretta competizione tra imprese, con effetti deleteri sia per il bilancio del nostro Stato sia, con riferimento all’Iva, per quello comunitario. Tuttavia, l’introduzione di fattispecie di reverse charge ulteriori rispetto alle ipotesi elencate dalla direttiva Iva deve essere valutata con estrema cautela e può essere consentita – come prevede la normativa comunitaria – solo in presenza di rischi di frode ampiamente documentati. Non è questo il caso delle forniture alla Grande distribuzione organizzata. Con la denuncia preventiva presentata oggi Confindustria vuole suonare un campanello d’allarme e segnalare alla Commissione europea le forti preoccupazioni delle imprese per le conseguenze che la misura potrebbe provocare sul sistema produttivo”.
Padoan: reverse charge approvato dalla Commissione, staremo a vedere. Il meccanismo del “reverse charge” per il pagamento dell’Iva da parte delle imprese che riforniscono la grande distribuzione è compreso fra le “misure che fanno parte della legge di stabilità” che “sono state tutte approvate dalla Commissione”, ha detto a Bruxelles il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan reagendo alla notizia del ricorso presentato da Confindustria alla Commissione europea contro tale misura. “Staremo a vedere”, ha aggiunto.

Giuseppe Catapano comunica: Nuovo Isee senza pace

Non trova pace il nuovo Isee. E questa volta sotto la lente finiscono le rendite Inail. E sono i comuni a correre i ripari in attesa che il governo ponga rimedio. A seguito di tre differenti sentenze del Tar Lazio (n. 2458/15, n.2459/15, n.2454) che hanno posto in evidenza il fatto che le rendite Inail (risarcimento del danno subito dagli infortunati sul lavoro, nonché quello riconosciuto alle vedove e agli orfani dei caduti sul lavoro) non possono essere equiparate ad un privilegio economico, il dubbio resta come agire. Se, infatti, l’esecutivo decidesse di accogliere direttamente le osservazioni della giustizia amminstrativa il rischio sarebbe quello di vedere aumentare gli aventi diritto alle prestazioni sociali senza controllo, andando quindi a mettere in difficoltà i comuni non pronti ad una situazione del genere. Allo stesso tempo, però, la previsione contenuta nel nuovo Isee sta mettendo in difficoltà alcune fasce svantaggiate della popolazione. Ecco, quindi, «la necessità di una norma transitoria da utilizzare per fare ordine in materia e che, secondo la legge e non in base a singole buone volontà», ha spiegato a ItaliaOggi il delegato Anci al Welfare e sindaco di Vicenza, Achille Variati, «consenta di provvedere nell’immediato all’erogazione delle prestazioni sociali agevolate da parte dei comuni. La confusione», ha sottolineato Variati, «è generata dal fatto che il Tar del Lazio ha accolto alcuni ricorsi da parte di associazioni e famiglie contro i nuovi metodi di calcolo dell’Isee. Al contempo, pero’, l’Inps continua a rilascia le dichiarazioni sostitutive uniche con grave ritardo e sulla base delle regole in parte annullate dal Tar ed i comuni, in questo frangente, non sono piu’ in grado di gestire l’assistenza ai cittadini». Criticità sottolineata anche da una delle associazioni interessate, l’Anmil (Associazione nazionale fra lavoratori mutilati e invalidi del lavoro) che, al momento, può contare solo sulla buona volontà dei singoli enti. «Siamo davvero confortati dalle iniziative di alcuni Consigli regionali quali la Liguria, la Sardegna e la Valle d’Aosta cui si aggiunge oggi anche il Friuli Venezia Giulia, per l’importante documento dell’Anci cui stanno dando applicazione migliaia di comuni italiani che hanno deciso di continuare a mantenere il livello delle prestazioni sociali, in attesa che parlamento e governo pongano rimedio in via definitiva al problema».

Catapano Giuseppe informa: Soppressione del codice tributo 2836

Con la risoluzione n. 121/E del 2 aprile 2008, è stato istituito il codice tributo
2836, per consentire il versamento, tramite F24-Accise, dell’accisa sull’energia elettrica,
di cui al decreto legislativo 26 ottobre 1995, n. 504, consumata nel territorio della
Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia. Tenuto conto delle modifiche apportate
all’articolo 6 del decreto del Ministero dell’economia e delle finanze 17 ottobre 2008,
l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, con nota prot. n. 20366 del 16 febbraio 2015, ha
chiesto la soppressione del suddetto codice tributo, denominato come di seguito:
 “2836” denominato “Accisa sull’energia elettrica consumata nel territorio
della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia”.
Si precisa che l’efficacia operativa della soppressione di tale codice tributo decorre
dal quinto giorno lavorativo successivo alla data di pubblicazione della presente
risoluzione.

Catapano Giuseppe: Libia, Onu lancia blocco navale. Frontex sblocca la chiacchiera panico

Bernardino Leon, l’inviato dell’Onu a cercare una soluzione diplomatica per lo sfascio libico (l’uomo che tratta per le Nazioni Unite con le fazioni/milizie in guerra la impervia possibilità di un governo di unità nazionale) ha detto al Corriere della Sera:
“Sì, sono favorevole ad un blocco navale delle coste della Libia. In questo momento è l’unica cosa che si possa fare concretamente. Ce n’è bisogno”.
Da qualche giorno sono in navigazione verso le acque della Libia le navi di una task flotta della Marina militare italiana, con tanto di reparti di pronto intervento a bordo. E soprattutto con la missione implicita di costituire i primi anelli della catena di un possibile blocco navale appunto. La missione esplicita è quella di proteggere installazioni petrolifere al largo della Libia.
Qualche giorno prima ancora, sulla base di notizie di stampa e di una non certo complessa analisi del possibile e del doveroso da farsi in Libia, per la Libia e per l’Italia e l’Europa anche Blitz nel suo piccolo aveva individuato nel blocco navale una concreta e praticabile operazione per la sicurezza. Blocco navale, cioè blocco del contrabbando di petrolio con cui si finanziano le milizie (quella dell’Isis compresa). Blocco del contrabbando di armi. E blocco o almeno drastica riduzione di gommoni e barconi stipati di umani-merce per mano dei trafficanti di uomini in fuga.
Blocco navale che costerebbe a chi lo dovesse mettere in atto (Italia in prima fila ma non da sola) qualche denaro e qualche rischio (già in un’occasione non meglio precisati scafisti armati hanno sparato contro una motovedetta della Guardia di Costiera). Qualche soldo ma nulla rispetto ai vantaggi anche monetari oltre che civili e umanitari (meno morti in Libia, più garanzie dei nostri rifornimenti energetici, meno migranti affogati in mare e meno migranti sbarcati in Italia). Qualche rischio di conflitti a fuoco, ma nulla di neanche lontanamente assimilabile ad una spedizione militare italiana in Libia, questa sì discretamente avventurosa.
Blocco navale, qualcosa di concreto, fattibile e utile che la voce dell’Onu lancia. Si applica diversamente Frontex. Il suo direttore esecutivo, Fabrice Leggeri, è stato diciamo così…leggero nel contare e parlare. Frontex-Leggeri ha sbloccato la fantasia. “Da mezzo milione a un milione di persone pronte a imbarcarsi verso l’Europa”. Ora questa quantità di persone “pronta” significano materialmente 600 campi di calcio fitti fitti di uomini, donne e bambini stretti stretti ad aspettare l’imbarco, l’uno appoggiato all’altro in uno spazio minimo di tre metri quadri a persona.
Seicento campi profughi ad altissima densità, se ci sono da qualche parte in Libia si vedono, qualunque satellite li vede ma basta molto meno di un satellite per vedere 600 campi. E se c’è tutta quella gente “pronta a imbarcarsi”, devono esserci, aritmetica alla mano, anche circa tremila gommoni alla fonda da qualche parte. Tremila gommoni e seicento campi. Se Frontex li ha visti non dovrebbe avere difficoltà a documentarli e soprattutto possibile che solo Frontex li abbia visti? Tremila gommoni e seicento campi sono un’enormità.
Se invece Frontex-Leggeri non li ha proprio visti ma li ha dedotti, stimati, immaginati, prospettati…allora Frontex-Leggeri sia pure con le migliori intenzioni del mondo ha tolto il blocco, del tutto sbloccato la fantasia, l’immaginazione. E il conseguente panico da invasione. Insomma un blocco navale da fare e un blocco alla chiacchiera da raccomandare.

Giuseppe Catapano scrive: Frane e alluvioni: soldi ci sono, mancano progetti. Stop 9 opere su 10

Dopo 70 anni di frane e alluvioni con 2458 comuni colpiti, 5455 morti, 98 dispersi e 752mila famiglie sfollate, finalmente ci sono i soldi per mettere in sicurezza il territorio, ma mancano i progetti. Il governo ha infatti messo a disposizione nove miliardi da spendere nei prossimi 7 anni ma nel 90% non vi è uno straccio di studio geologico o calcolo ingegneristico da mettere in pratica. Scrive Giuseppe Salvaggiulo sul quotidiano la Stampa che da domani potrebbero partire oltre 7000 cantieri ma nella gran parte dei casi se ne riparlerà invece tra almeno 5 anni: il tempo che in media ci vuole per approvare il progetto esecutivo di un’opera pubblica.
Il fatto è questo: per 30 anni si è parlato di un piano nazionale sul dissesto idrogeologico che non è mai esistito. Per Erasmo D’Angelis, a capo della task force sul dissesto idrogeologico insediata a Palazzo Chigi da 8 mesi, abbiamo buttato almeno 30 anni a non fare assolutamente niente. Scrive Salvaggiulo:
“Tutti quelli strombazzati negli anni scorsi erano collage di vaghe stime senza fondamento scientifico: servirebbero 65 miliardi, anzi 50, no forse 40…
«In gran parte solo titoli, al massimo generici studi di fattibilità – dice D’Angelis – in un giochino a chi la sparava più grossa». Ma nessuno aveva mai redatto un elenco dettagliato di opere con i costi.
Ora un conteggio preciso c’è: le opere necessarie sono 7100 e costano 21,5 miliardi.
Come funziona? I soldi arrivano solo quando l’opera e pronta per partire e il problema è proprio questo, su 7.100 opere, ben 6.300 non hanno un progetto esecutivo. Il ché significa che ogni volta che il maltempo ha portato devastazione e morte, gli amministratori locali si sono affrettati a fare la conta dei danni per andare a battere cassa ma senza mai mettere a punto un vero piano di intervento da finanziare.
Secondo gli ultimi dati di Legambiente ci sono oltre 6 milioni di italiani che vivono in aree a rischio idrogeologico, persone che potrebbero essere le vittime del futuro se non si accelera sulle procedure per l’approvazione dei progetti esecutivi.